Concita De Gregorio a Belve - via YouTube

Concita De Gregorio contro l’esibizionismo delle sofferenze

20 Marzo 2023

La delicatezza di una donna la vedi da come indossa una camicetta. Non ricordo bene quando, ma un giorno vidi Concita De Gregorio in tv e mi colpì una cosa: la sua camicetta, il modo armonioso in cui le stava addosso. 

Martedì scorso, Concita De Gregorio è stata ospite a Belve, il programma su Rai 2 condotto da Francesca Fagnani. Aveva una camicetta, ma soprattutto aveva con sé la conferma, dopo anni, che quelle che le camicette le portano così hanno per forza delle qualità fuori dal comune. 

De Gregorio confessa di aver avuto un cancro. Racconta del periodo complicato che ha passato l’estate scorsa, delle terapie, dell’intervento, di quanto sia stata dura. Parla della perdita dei capelli e di come ora indossi una parrucca – e pensare che dei giornalisti avevano scritto, ironizzando, che si fosse fatta un taglio alla Giorgia Meloni

Nonostante tutto ha continuato a scrivere, ad andare in tv, a fare spettacoli a teatro, e ammette che questo le ha dato tanta energia. Riguardo alla malattia, dice che l’operazione è ben riuscita e che ora è sulla buona strada. 

Quello che mi colpisce guardando l’intervista è che De Gregorio sorride e sdrammatizza con un tempismo perfetto, nel momento esatto in cui il discorso si fa troppo triste. Sembra che lo faccia per non rischiare che la nostra contrizione per lei, dovuta alla sua malattia, diventi troppo invadente

«Intanto sono un po’ dimagrita, era tutta la vita che volevo dimagrire un po’». E, riguardo all’operazione al seno: «Non si vede, io non sono mai stata la Ferilli quindi non si nota la differenza». 

In quei momenti accenno un mezzo sorriso. Poi mi pento di averlo fatto. Poi penso che è proprio quello che voleva lei

De Gregorio pretende che il cancro rimanga «un pezzo della vita» e non la vita intera. È come se ci dicesse: vi prego, ho fatto tante cose e tante altre ne farò, vorrei che le giudicaste come prima, senza essere più benevoli con me. 

La nostra epoca è quella in cui mostrare le proprie sofferenze fa pure fatturare. Basta guardarsi intorno. Spuntano fuori giornalmente malattie con nomi incredibili di cui fino al giorno prima si ignorava l’esistenza. Tutti parlano di quanto soffrano. L’altro giorno, su Twitter, ho letto una di quelle cose che dopo averle lette vorresti abbracciare chi le ha scritte: non esistono più persone stupide, hanno tutte un disturbo dell’apprendimento

La malattia, che per fortuna oggi si sta purificando da quei sentimenti di vergogna e di colpa che l’hanno sempre accompagnata, rischia così di diventare un appiglio per farsi compiangere dagli altri, o un’occasione per costruirsi un personaggio che abbia le fondamenta proprio nella malattia stessa

Mi spiego meglio: non sto assolutamente dicendo che il cancro, ad esempio, sia definibile “un appiglio”, non mi permetterei mai di pensare e pronunciare una bestialità del genere. Come è ovvio, ci sono malattie gravi e malattie meno gravi, mentre io sto parlando dell’approccio che abbiamo nei confronti della malattia, in generale.  

Per esempio, c’è questo nuovo malanno che si chiama eco-ansia – l’ansia legata al destino ambientale del pianeta e ai cambiamenti climatici – una roba che io leggo e francamente sorrido, quasi impietosito. Ecco, ci sono persone che dicono di avere l’eco-ansia e ne parlano come se avessero un cancro; e persone che hanno il cancro, e pur avendo tutte le ragioni del mondo per dolersi, non si dolgono. 

Molti sui social raccontano le loro malattie, perché lo fanno? Ti dicono per «normalizzare» – una di quelle parole che ultimamente è sfuggita un po’ di mano – per fare in modo che certe cose si conoscano, che le persone ne parlino, per rompere un tabù

La verità è che spesso le sofferenze vengono esibite per aumentare la propria visibilità, prendere tanti cuoricini, magari diventare famosi, scrivere libri, andare in televisione, perché ostentare il dolore paga

Il punto è che facendo così si rischia di perdere la propria personalità e di cederla alla malattia: si diventa la propria malattia

Questo può essere accettabile per chi non ha nulla da perdere. Lo può essere meno per chi una carriera alle spalle ce l’ha, e comprensibilmente preferisce sentirsi dire «che brava giornalista»

Certo che se brava giornalista non lo sei, e se non sei capace di far nulla che possa procurarti il plauso degli altri, allora la malattia diventa un’opportunità per avere addosso i riflettori. 

Comunicare agli altri una malattia, inoltre, fa sì che essi si comportino diversamente con te. Inizieranno a guardarti con occhi diversi, si avvicineranno a te profondamente addolorati, cominceranno a chiederti le cose con una gentilezza mai vista prima. Insomma, ti tratteranno da malato

De Gregorio ha scelto di evitare tutto questo. Ha deciso di non parlarci della sua malattia perché soltanto così sarebbe potuta restare sé stessa ai nostri occhi. Ha preferito che gli altri le parlassero di quello che le parlavano sempre, anche delle cose frivole, invece di chiederle «come stai?» con l’aria affranta e di incensarla per le sue sofferenze.

Io, nel mio piccolo, ho continuato a pensare a una cosa e non ho mai smesso: che modo splendido di portare le camicette, Concita.

1 Comment

  1. Comunque, anche lei ha detto pubblicamente di essere stata malata. Anche lei ha esibito il suo “coraggio”, il suo “dinamismo”, il suo essere “guerriera” come si usa dire oggi… lo ha fatto sapere dopo, ma non vedo gran differenza!

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

La crisi di fronte a Benjamin Netanyahu

Se discordi ti cancello: la fine del dibattito