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DIETRO IL CILIEGIO

Dietro il ciliegio,
oltre il sentiero dei cipressi
mi attende al cancello un cieco
che sfiora corpi a lui concessi

La mia voce sfuma come eco
ma è aldilà dei suoi interessi,
mi guarda con sguardo di spreco
ai suoi occhi vuoti e spessi

Quello giace muto e sinistro,
l’entrata al cancello mi è impedita
e la sua voce ha il potere del Basilisco:
“per te nessuna risalita”

Mi allontano dall’Eden e il suo ministro
all’orizzonte, due bimbi dietro una margherita
torno di grigio ad un flusso di registro
è così ogni giorno della mia vita

A proposito…

La scorsa afosa estate l’ho trascorsa tra vari reparti ospedalieri, facevo le pulizie. Devo ammettere che le cose che ho visto e provato mi hanno sicuramente riportato con i piedi a terra e fatto riscoprire una sensibilità che avevo lasciato impolverare.

La poesia in questione è nata proprio da questa esperienza.
Dovete sapere, gli inservienti delle pulizie ospedaliere, da qualche anno, si occupano anche delle salme. Sia i deceduti all’interno della struttura sia quelle che vengono portate dall’ambulanza. Il nostro compito era di recuperare la salma e trasportarla fino all’obitorio.
Durante una notte di reperibilità, ricevetti una chiamata dal centralino per dirmi che c’era stato un suicidio e dovevo raggiungere l’obitorio. Non ero troppo meravigliato: quell’estate erano avvenuti già due suicidi, un uomo terminale si era gettato dal terzo piano dello stesso ospedale e un altro signore si era sparato in bocca con un fucile per evitare tutti i suoi debiti.
Quando arrivai all’ospedale c’era la barella con sopra il sacco nero, dissero a me e a Maria Chiara, la mia collega, di fare molta attenzione perchè il busto della persona all’interno si era aperto e il sacco era pieno di sangue e altro.

Quando arrivammo nella cella frigorifera abbiamo aperto il sacco e il volto che mi sono trovato davanti era quello di Mandip, un mio caro conoscente.
E’ inutile dilungare queste note con quanto sia stato doloroso e scioccante vedere quella persona amica e coetanea, immobile, senza respiro e ricoperto di sangue.
Mandip era un ragazzo che non sono mai riuscito ad inquadrare, i suoi modi di fare e i suoi pensieri sono sempre sfuggiti ai miei occhi analitici, ma ciò che fece quella notte mi diede un quadro completo di chi fosse Mandip. Un ragazzo di origine indiana, alto e bello, con un sorriso splendente ma con la grande sfortuna di essere intelligente, sebbene severo e cinico; mi ricordava molto me sotto certi aspetti. Ci sono state varie versioni per giustificare il suo atto. Io mi sono sempre tenuto distante da queste e il mio pensiero andava a quel ragazzo che guardava la vita con disprezzo, ironia e consapevolezza che nulla ha senso in questa morale che abbiamo innalzato come idolo per sfuggire alla caotica realtà.
Mandip ironizzava sull’esistenza con leggerezza e superficialità, tutto il peso del mondo per lui era solo uno scarabocchio uscito dalla testa di qualcuno che si lamentava del lavoro, del sabato sera o di una scopata mancata.
Ricordo che una sera mi disse che mi stimava perchè mi aveva sentito litigare con una ragazza che entrambi detestavamo e poi, qualche tempo dopo, lo ricordo mentre parlava di aborti naturali con un altro amico. Questo era rattristito al pensiero della morte di un bambino, Mandip lo prese sotto braccio e gli disse sorridente: “Dopotutto è un’altra vita che se ne va”.
Mi colpì molto quella frase, il suo sguardo e il suo tono. Ricordo anche come trovasse divertente le morti o i suicidi trovati online sul deep web.
Rimasi molto a pensare all’accaduto. Ricreavo nella mia testa le immagini di lui che scherzava con i suoi amici: “Ora salto, ora salto”, poi lui che prendeva la rincorsa e gettava il suo grande corpo oltre la ringhiera della terrazza pubblica del paese. Quasi 15 metri di salto nel vuoto.
Il giorno dopo all’ospedale, mentre ero proprio fuori dall’obitorio a pulire si avvicinò un ragazzo piccolo e magrolino. Non ho mai visto la sua faccia perchè la mascherina gli copriva tutto il volto. Mi chiese se poteva vedere Mandip ma non potei aiutarlo perchè il corpo era sotto sequestro.
Mi confessò che spesso aveva avuto questa paura nei confronti del vecchio amico.
La vità è bella perchè ci sono tante cose da apprezzare, come l’amore, i figli e gli amici”, mi parlava di queste cose, con un tono commosso e di rimprovero; come se per un istante io fossi diventato Mandip. Prima di andarsene mi disse che ricordava Mandip come un ragazzo allegro e sempre interessato a tutto ciò che non conosceva, ma che spesso vedeva una grandissima tristezza in lui e che gli aveva parlato di alcuni suoi problemi, ma non me ne parlò e andò via.

Questa banale e cupa poesia è la scelta di una persona pronta a morire. Il pensiero ricorrente della morte e del desiderio di sparire. Ma qualcosa di più grande glielo impedisce e quindi, la decisione di porre fine alla vita, sfuma e i pensieri ritornano a quando le cose erano belle e colorate.
Questa cosa viene descritta con la visione di due bambini che ballano dietro una margherita, l’immagine descritta è una citazione ad un’inquadratura del film “Shadow Of Forgotten Ancestors” di Sergej Paradžanov (1965). Gli ultimi due versi, invece, si staccano dal caldo e malinconico ricordo delle belle cose e si collegano al presente, in cui la persona vive una routine noiosa, asfissiante e incompleta. Così, il pensiero del suicidio, torna per accompagnare ancora la persona che non è riuscita a liberarsi della vita.

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