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GIORNALISTI DA MONDI PARALLELI, TRUMP L’EMISSARIO E VACCINI

«He only won in the eyes of the FAKE NEWS MEDIA». Ci risiamo, Donald Trump inventa il mondo ininterrottamente. E però è interessante, questa cosa degli occhi. Come a dire che la verità sia solo questione di prospettive. E non sono mica pochi quelli che vestono lo sguardo di The Donald. E allora mi sono chiesto se forse non sia il caso di smettere di dire che esistano delle fake news, cominciando invece ad affermare che quelle di Trump come quelle di Biden, del Corriere come quelle del Post siano semplicemente “Other news”. Notizie di mondi fra loro paralleli, non uno meno “vero” dell’altro. Ciascuno con le sue religioni, con i suoi credenti, con le sue antenne di trasmissione, pronte ad intercettare le frequenze adatte a restituire le verità giusta, quella che calza, che garba.

I limiti della verità sono i limiti del mondo ad essa rispettiva: Trump è emissario e collettore di sentimenti, manifestazione dello spirito del suo tempo e degli abitanti del suo mondo. Non serve dunque indignarsi dinnanzi ad una verità che viene calpestata, presunta quale unica, o esigere che in ogni cosa vi sia uno spazio oggettivo, e affermare che solo se io e te lo riconosciamo possiamo capirci davvero. Non serve perché i mondi tra loro paralleli si nutrono dell’indignazione dei vicini di casa.

Il 5 novembre, poco prima delle 7 di sera negli Stati Uniti Trump stava tenendo un discorso nella Sala stampa della Casa Bianca in cui ha fatto una serie di affermazioni: «se si contano i voti legali, vinco facilmente. Se si contano anche i voti illegali, loro possono provare a rubarci le elezioni». Come tutti sanno, i mass media tradizionali hanno deciso di interrompere la trasmissione del discorso dell’ex Presidente. Avete mai visto Twin Peaks? Ecco, immaginiamo quel momento come presagio dell’insanabile rottura, l’istante nel quale si incontrano i due mondi e contemporaneamente si autoalimenta la distanza fra le esistenze parallele. Si è in seguito parlato di censura e si è parlato di verità ristabilita. Ma sono punti di vista alternativi. La Sala stampa della Casa Bianca è la nostra “Red Room”, e la Red Room è una specie di punto di congiunzione.

Il caso Trump è solo l’intensificazione politica di un processo di relativizzazione della verità che ha una sua pericolosissima manifestazione anche in ambito scientifico: un processo, in tal senso, cresciuto esponenzialmente a partire dallo scoppio della guerra sui vaccini. La storia di una possibile relazione tra vaccinazione MPR e autismo trova le sue radici ben prima delle manifestazioni in piazza. Sollevata per la prima volta negli anni Novanta da uno studio inglese, in cui si sosteneva che questo vaccino trivalente potesse provocare un’infiammazione della parete intestinale, responsabile del passaggio in circolo di peptidi encefalo-tossici. Tra il 2001 e il 2002 il caso montò molto in seguito alla pubblicazione di alcuni nuovi articoli da parte di Andrew Wakefield, autore dello studio in questione, per lo più realizzati usando dati già noti di altre ricerche. I media britannici diedero molto spazio a Wakefield e alle sue pubblicazioni, portando a un caso mediatico di grande portata. In quell’anno la fiducia verso il sistema sanitario britannico diminuì notevolmente e di conseguenza anche la percentuale di bambini vaccinati. Negli anni seguenti tutte le più importanti organizzazioni sanitarie del mondo dimostrarono però, con dati concreti e su larga scala, l’assenza di un legame diretto tra vaccino MPR e autismo: nel 2010 il General Medical Council britannico stabilì che quella ricerca non era attendibile e che i dati erano stati falsificati. The Lancet (la rivista che aveva pubblicato lo studio nel 1998) sempre nel 2010 ritirò l’articolo e nel 2012 Wakefield fu definitivamente radiato dall’Ordine dei medici. Tuttavia, dal decennio Wakefield nacquero diverse correnti di pensiero “anti-vaccinazione” che sostengono tutt’ora le proprie tesi nonostante l’evidenza scientifica dimostri il contrario. In Italia, in particolare, durante la stagione invernale del 2014, vi fu un’estesa psicosi anti-vax ampiamente alimentata dai media e da alcune testate giornalistiche, a seguito delle segnalazioni di quattro eventi avversi gravi o fatali verificatisi in concomitanza temporale con la somministrazione di dosi provenienti da due lotti del vaccino antinfluenzale Fluad della Novartis Vaccines and Diagnostics Srl.

Ho sottolineato in entrambi i casi come il ruolo dei mass media tradizionali sia stato, in un senso e nell’altro, fondamentale nel processo di “parallelizzazione” dei due mondi e delle rispettive convinzioni. Come detto precedentemente, a poco serve l’indignazione popolare dinnanzi ad alcuni comportamenti, ad alcune affermazioni, poiché non fanno altro che irrigidire le posizioni aumentandone la distanza. Ma se c’è una cosa che distingue i due casi, e su cui vale la pena riflettere, è l’atteggiamento che caratterizza, ed ha caratterizzato, la stampa e i mezzi di informazione americani ed italiani.

Come detto molti hanno accusato i network americani che hanno interrotto la diretta, o che l’hanno trasmessa con la scritta in sovrimpressione ”senza prove Trump sostiene di essere al centro di una frode” di essere censori e di aver imbavagliato una voce che stava dicendo cose scomode. Quello dei canali americani è stato un atteggiamento decisorio, un indirizzarsi concreto verso l’affermazione di una verità, che sia presunta o meno. In Italia invece, ad eccezione di pochissime testate, il caso è stato rilanciato, creando un inquietante parallelo con le prime pagine di quell’inverno 2014, in modo da portare ad uno scontro ancora più acceso fra i due mondi tra loro avversi, alimentando ipotesi cospirazioniste, dando un colpo al cerchio e uno alla botte.

Un paio di settimane prima un’altra testata americana aveva dato un altro grande esempio di come si dovrebbe porre argine a presunte falsità, senza, qualora si ritengano tali, campare su di esse: è il caso del podcast “Caliphate”, pubblicato dal New York Times e scritto dall’esperta di terrorismo Rukmini Callimachi. Il giornalista Ben Smith, che sullo stesso New York Times si occupa di media e giornali, ha scritto in data 11 ottobre un lungo articolo ricostruendo i probabili errori e le trascuratezze che hanno portato alla pubblicazione del podcast, arrivando a criticare alcune derive recenti e diverse figure importanti del quotidiano. «Il fatto che scriva del Times mentre sono sul suo libro paga porta con sé tutta una serie di potenziali conflitti di interesse, e in generale è un po’ un incubo» scrive ad un certo punto Smith. È il caso di un giornalista che non badando ai costumi e alle verità imposte dal mondo di appartenenza, va in cerca di una verità superiore alle molteplici opinioni, in barba alle accuse di censura, di perdere il lavoro e di imbavagliare l’informazione libera. La più grande definizione di che cosa sia giornalismo è di Jeff Jarvis: «qualunque cosa svolga efficacemente il ruolo di creare comunità più informate, e quindi meglio organizzate». In questo senso il giornalismo deve ritornare a fare ciò che gli spetta prioritariamente: essere un servizio per i cittadini, risanando la rottura fra i due mondi, dando importanza alla sola trasparenza e ai dati. Se in America un gesto è stato fatto, in Italia, eccetto eccezioni che possono essere contate sulle dita di una mano, no. In fondo a noi creerebbe un gran turbamento il pensare che un Giordano si possa contrapporre a ciò che sta scritto su “La Verità”. Sarà perché in fondo noi ne preferiamo sempre due, di verità. In perenne e superficiale conflitto, da indossare a seconda del tempo.

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