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I BIELORUSSI ESIGONO LA DEMOCRAZIA

Le manifestazioni non si fermano per le vie di Minsk, capitale della Bielorussia, dove migliaia di persone continuano a protestare contro la vittoria di Aleksandr Lukashenko. 

Il leader autoritario, che governa il paese dal 1994, si rifiuta di tornare al voto nonostante le contestate presidenziali del 9 agosto. I risultati ufficiali hanno infatti annunciato la vittoria di Lukashenko dell’80,1% dei voti, contro il 10,12% di Svetlana Tikhanovskaya. Tuttavia, i risultati delle elezioni non sono conformi a quelli visti durante i sondaggi preliminari che presentavano un ampio consenso all’opposizione. 

La Bielorussia, come l’Ucraina, è un ex repubblica sovietica ed è situata in un territorio strategico, tra la Russia e le nazioni dell’ex blocco orientale. Nonostante molti dei paesi limitrofi siano diventati democrazie e abbiano aderito alla NATO e all’Unione Europea, la transizione democratica di questo Stato è stata, per diverso tempo, un sogno lontano. Già nel 1994, alle prime presidenziali, Aleksandr Lukashenko vinse più dell’80% dei voti. Secondo molti osservatori, si è trattato delle ultime elezioni competitive.
Per più di due decenni, l’opposizione non è riuscita ad affermarsi e a sfidare seriamente lo storico leader. Le elezioni del 2020 potevano essere un’opportunità per cambiare l’assetto autoritario del paese, definito “l’ultima delle dittature” d’Europa. 

L’opposizione al femminile 

A rappresentare il punto di svolta della Bielorussia, sono stati tre volti femminili. 
La leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovaskaya, è un’ex insegnante di inglese e traduttrice. La sua candidatura alla presidenza è stata insolita e casuale, ma necessaria. Suo marito, il popolare blogger Serguei Tikhanovski, futuro candidato, è stato arrestato a maggio. L’estromissione del coniuge ha portato la 37enne a partecipare alla corsa elettorale al suo posto. Ad appoggiarla, altre due donne: Veronika Tsepkalo, moglie di Valery Tsepkalo, fuggito a Mosca per timore di rappresaglie e Maria Kolesnikova, coordinatrice della campagna elettorale di colui che era considerato il principale nemico di Lukashenko, Viktor Babaryko.  
In soli due mesi di campagna elettorale, Tikhanovskaya ha registrato un notevole supporto da parte della popolazione nella sua corsa presidenziale, a dimostrazione dell’insoddisfazione di molti bielorussi con la precedente amministrazione. 


La stessa candidata ha fin da subito riconosciuto che, in un paese in cui il governo controlla la società con il pugno di ferro, la vittoria sarebbe stata molto difficile. Stando all’esito ufficiale (ma da molti considerato irregolare) delle elezioni, l’ex insegnante avrebbe ricevuto soltanto il 10 per cento dei consensi. Invece, in alcuni seggi dove secondo l’opposizione i voti sono stati contati regolarmente, Svetlana ha ottenuto più del 60 per cento dei voti. Questo risultato conferma il successo dei suoi comizi, che hanno radunato fino a 60 mila persone. Dopo aver accusato l’avversario di frode elettorale, Tikhanovaskaya ha ricevuto diverse minacce ed è stata costretta a fuggire in Lituania.

La popolazione si fa sentire 

L’irregolarità delle votazioni non ha destato particolare stupore. Da settimane si prefiggevano possibili brogli elettorali a causa del mancato controllo dei seggi. Infatti, non era stato permesso a osservatori esterni di monitorare le elezioni.  Tuttavia, questa volta il dissenso popolare non è passato inosservato. L’esito dubbioso delle elezioni ha scatenato un’ondata di proteste senza precedenti. Il 9 agosto, in seguito ai primi exit poll, migliaia di dimostranti sono scesi in piazza contro la sospetta frode. Per tre domeniche consecutive, si sono svolte manifestazioni che hanno riunito più di 100 mila persone nella capitale bielorussa. La repressione della polizia è stata durissima e più di sette mila persone sono state arrestate nei primi tre giorni di contestazione pacifica. 

Le autorità rifiutano qualsiasi dialogo con l’opposizione e hanno aumentato gli arresti di politici e giornalisti. Dopo aver causato tre morti e centinaia di feriti, la violenza della polizia registrata contro i manifestanti nei primi giorni di protesta è diminuita. Finora Lukashenko ha proposto soltanto un vago progetto di riforma costituzionale per cercare di uscire dalla crisi.
Il leader bielorusso mercoledì 19 agosto, ha ordinato ai suoi servizi segreti di arrestare gli organizzatori delle proteste contro il suo regime e di sopprimere ogni mobilitazione. “Non dovrebbero esserci più disordini a Minsk. La gente è stanca, chiede pace e tranquillità”, ha detto, dopo una riunione del suo Consiglio di sicurezza. Oltre a descrivere i manifestanti come “topi“, si è esibito indossando un giubbotto antiproiettile e con un fucile d’assalto accanto alle forze del battaglione che accompagnavano le proteste. 
Nonostante la dura repressione della polizia, le manifestazioni non si sono fermate, andando a formare quello che è considerato il maggiore movimento anti-governo da quando Lukashenko è salito al potere, 26 anni fa.

Le reazioni oltreconfine

Unione Europea 

La situazione in Bielorussia ha destato particolare preoccupazione in tutta Europa. L’Unione Europea spera, da anni, in una transizione democratica della Bielorussia. 
In un vertice di emergenza sulla crisi, tenutosi il 19 agosto, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha confermato l’adozione di sanzioni contro “un numero significativo” di membri del regime bielorusso. Si tratta di coloro ritenuti responsabili della repressione, delle violenze e delle frodi nelle elezioni del 9 agosto. I 27 membri dell’UE rifiutano di riconoscere l’esito delle elezioni ed esprimono il loro sostegno alla proposta di mediazione internazionale offerta dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).
La Commissione europea, inoltre, riprogrammerà i propri aiuti alla Bielorussia per destinarli alla società civile.
In un intervista al quotidiano “El Pais”, Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e di sicurezza, ha affermato che “la Bielorussia non deve diventare una seconda Ucraina”. Secondo Borrell, in quel caso la tensione derivava da una difficile scelta tra l’avvicinarsi all’Unione Europea o alla Russia. Come dimostrato anche dall’assenza di bandiere europee nelle manifestazioni, nel caso bielorusso non si tratta di una mobilitazione pro-Europa. “Il problema riguarda la democrazia, la libertà e i diritti umani all’interno della Bielorussia”, sostiene l’Alto rappresentante. “Si tratta di valori alla base dell’Unione Europea che, pertanto, appoggeremo.”

I tre paesi baltici

Unendo le forze Lituania, Estonia e Lettonia hanno annunciato che emetteranno delle sanzioni contro Lukashenko. I tre paesi baltici, che insieme alla Polonia sono i più fermi rivali della Bielorussia, hanno unito le forze per sostenere i manifestanti nel paese vicino. “Il nostro messaggio è che non basta fare dichiarazioni, è necessario prendere misure concrete”, ha detto il ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius. Oltre a Lukashenko, nella lista di coloro che non potranno più entrare nei tre paesi, sono inclusi 30 funzionari.

L’asse Mosca-Minsk

Nel momento del bisogno, l’aiuto dalla vicina Russia non è venuto a mancare. Vladimir Putin ha riconosciuto legittime le elezioni in Bielorussia, e ha evocato il possibile intervento militare in aiuto al leader bielorusso. 
Secondo il leader del Cremlino, la polizia bielorussa ha reagito in modo piuttosto moderato. “È normale che negli Stati Uniti sparino alla schiena a una persona disarmata?” ha detto in un’intervista all’agenzia di stampa russa Ria Novosti.
Russia e Bielorussia sono legate da forti nodi storici e culturali, ma anche politici, difensivi ed economici. Dall’8 dicembre 1999 il Trattato dell’unione firmato dal presidente bielorusso Lukashenko e dall’allora presidente russo El’cin, pose fin da subito l’obiettivo di integrare i sistemi politici, economici e sociali di Russia e Bielorussia. 
La preoccupazione di Putin è che, qualora le proteste in Bielorussia portino a un vero cambio di potere, la popolazione russa possa usare tale strategia nelle prossime elezioni presidenziali che si terranno nel 2024.

Punto di non ritorno

Dopo anni di amministrazione Lukashenko, è chiaro che il Paese sia arrivato a un punto di rottura con il suo passato autoritario. Sebbene la comunità internazionale abbia prestato particolare attenzione alla crisi che incombe sul paese, sorge una domanda spontanea: le sanzioni emesse dai paesi europei sono l’unico appoggio possibile ai manifestanti? Molti dei membri dell’Unione Europea vorrebbero un’azione concreta per appoggiare la popolazione bielorussa. Tuttavia, le divisioni all’interno del Consiglio Europeo ne impediscono l’attuazione. In particolare, la Grecia ha bloccato una dichiarazione comune sulla Bielorussia a causa dell’inadeguato sostegno dell’UE nella disputa con la Turchia. 
È comunque fondamentale che i paesi democratici mostrino solidarietà e sostegno al popolo bielorusso durante questo momento critico in cui la transizione democratica è divenuta una necessità. La speranza è che la Bielorussia possa finalmente scampare al passato dittatoriale che ne limita i diritti e le libertà da ormai più di 26 anni. 

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