Dom Pates/Flickr
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IL COLPO DI STATO IN MYANMAR, TRA VIOLENZA E RIVOLUZIONE

A quasi due mesi dal colpo di stato dei militari in Myanmar, che fino al 1989 si chiamava Birmania, e dall’arresto di Aung San Suu Kyi, del presidente Win Myint e dei componenti del governo democratico, le proteste e le dimostrazioni di disobbedienza civile nel paese non si sono fermate, così come le notizie di nuovi feriti e morti.

Dal primo febbraio il bilancio dei manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza birmane durante le manifestazioni anti-golpe è arrivato ad almeno 423, mentre ad essere arrestate sarebbero oltre 3000 persone.

Vari sono state le forme di protesta non violenta da parte della popolazione. Nella città di Mindat, una settimana fa, i manifestanti hanno incollato per terra i poster con le foto dei leader del golpe, e hanno marciato calpestandoli al grido: “vogliamo la democrazia”.

In molte città, a partire dalle 8 di sera, i birmani battono le pentole sui balconi delle case come segno di protesta. Un vecchio rito popolare contro il maligno che è stato trasformato in atto di ribellione. È la campagna “Bang Your Pot”, lanciata anche sui social network per attirare l’attenzione e sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale. Su Twitter, ormai da settimane, vengono invece utilizzati gli hashtags #Savemyanmar, #fightfordemocracy, #justiceformyanmar e #civildisobediencemovement.

Il 21 febbraio il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha dichiarato che l’Onu “condanna con forza la brutale violenza delle forze armate di Myanmar”.

Le violenze nel Paese, prosegue la nota diffusa dal segretario generale, “continuano a ignorare gli appelli, anche da parte del Consiglio di sicurezza, a porre fine alle violazioni dei diritti umani fondamentali e tornare nel solco della democrazia”.

Le dichiarazioni del segretario generale dell’ONU vengono rilasciate in occasione di una delle più partecipate giornate dall’inizio delle manifestazioni, quando decine di migliaia di persone sono scese nelle piazze e nelle strade di Yangon, l’ex capitale e città più importante del paese, Madalay e altre grosse città.

Dopo l’ONU si è fatta sentire anche l’Unione europea che, per mezzo delle dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri Josep Borrell, ha annunciato sanzioni contro le persone coinvolte nel colpo di Stato in Myanmar e nella repressione dei manifestanti. Il primo ministro britannico Boris Johnson ha aggiunto su Twitter che “il voto del popolo deve essere rispettato e i leader civili rilasciati”.

Ma quando e perché sono scoppiate le proteste?

Il primo febbraio il Parlamento doveva tenere la sua prima sessione dalle elezioni dell’8 novembre, in occasione delle quali la Lega nazionale per la democrazia, il principale partito civile del Myanmar guidato da Aung San Suu Kyi, aveva ottenuto l’83% dei seggi disponibili.

I risultati del voto, visto come un referendum sulla popolarità di Suu Kyi, sono però stati rifiutati dai militari che hanno arrestato i leader della Lega nazionale per la democrazia e altri funzionari civili, tra cui Aung San Suu Kyi e il presidente U Win Myint, ministri di gabinetto, scrittori e attivisti.

Il colpo di stato è stato ufficialmente annunciato dalla stazione televisiva Myawaddy TV, di proprietà militare, quando uno speaker ha citato la Costituzione del 2008, che consente ai militari di dichiarare l’emergenza nazionale. Subito dopo il colpo di stato, il primo febbraio stesso, questi ultimi hanno consegnato il potere al capo dell’esercito, il generale Min Aung Hlaing.

Il 22 febbraio, a 3 settimane dall’annuncio dello stato di emergenza, milioni di persone in tutto il paese sono scese in piazza innescando una serie di violente risposte da parte dei militari. Entro la prima settimana di marzo, più di 60 persone sono state uccise, di cui almeno 38 solo il 3 marzo.

La maggior parte delle proteste da parte della popolazione sono state sin dall’inizio pacifiche e hanno coinvolto settori diversi della società, dagli insegnanti agli studenti, dai monaci buddhisti ai medici.

Tra le loro richieste c’è la liberazione di Aung San Suu Kyi e degli altri membri del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia.

Il processo ad Aung San Suu Kyi è iniziato in segreto il 16 febbraio: il suo avvocato non è stato nemmeno avvisato della prima udienza, che si è conclusa prima del suo arrivo.

Oltre alle accuse di brogli elettorali, Suu Kyi è stata accusata di aver violato le restrizioni all’importazione dopo che alcuni walkie-talkie e altre apparecchiature straniere sono state trovate nella sua villa. È stata anche accusata di aver violato una legge sulla gestione dei disastri naturali avendo interagito con una folla durante la pandemia da coronavirus. Quest’ ultima accusa è stata rivolta anche a Win Myint. In molti ritengono che il processo potrebbe richiedere fino a un anno: un pretesto per mantenere in detenzione cautelare Aung San Suu Kyi.

Chi è Aung San Suu Kyi?

Quella di Suu Kyi è una figura politica complessa che è al centro della storia del Myanmar da oltre 30 anni. Suu Kyi nasce nel 1945 a Yangon, figlia di Aung San, eroe nazionale birmano che combatté per l’indipendenza del Myanmar dal Regno Unito, assassinato nel luglio del 1947. Il collega di Aung San, il carismatico U Nu, ne prese le redini portando la Birmania a diventare ufficialmente indipendente il 4 gennaio 1948.

Il governo di U Nu affrontò molte sfide fin dall’inizio: fazioni comuniste scontente e gruppi etnici (135 ufficialmente riconosciuti in tutto il paese) che si sentivano esclusi dalla visione profondamente buddista di Nu. Dalle insurrezioni, spinte anche dalle forze nazionaliste cinesi del Kuomintang nella Birmania settentrionale, scaturì una guerra civile in molte parti del paese.

Nel 1958 l’esercito prese il potere per la prima volta sotto il generale Ne Win. Le elezioni del 1960 riportarono U Nu come Primo Ministro, ma lo stesso Ne Win (che faceva parte del movimento prima indipendentista e poi nazionalista dei “Thakhin”, termine che significa padrone e che era usato dai birmani per rivolgersi ai britannici durante la colonizzazione) organizzò un colpo di stato nel 1962.

Suu Kyi, che al tempo aveva 17 anni, lasciò il paese e non vi rimise praticamente più piede per 28 anni.

Laureatasi a Oxford, dove studiò filosofia, politica ed economia, Suu Kyi trascorse un periodo anche a New York, dove lavorò per l’ONU. Nel 1988 Khin Kyi, mamma di Suu Kyi, ebbe un infarto, costringendo Suu Kyi a tornare in Myanmar per accudirla. Proprio in quei mesi, dopo quasi 30 anni di dittatura militare, a Yangon erano in corso grandi proteste studentesche: il generale Ne Win, che fin dal 1962 aveva governato il paese a periodi alterni, si dimise dalla carica di presidente. Quando, a partire dall’agosto del 1988, studenti e operai cominciarono a scendere in piazza per chiedere la fine della dittatura, i militari repressero le proteste con la violenza.

Suu Kyi si fece coinvolgere nel movimento per la democrazia. Anche se non aveva esperienza politica, in virtù della sua storia familiare un gruppo di ex militari, intellettuali e studenti le chiese di formare e guidare un nuovo partito: nacque la Lega nazionale per la democrazia (NLD).

Dopo un anno di intenso attivismo politico, ispirata dalle teorie nonviolente di Mahatma Gandhi e dal movimento per i diritti civili di Martin Luther King, nel maggio del 1989 costrinse il governo militare ad annunciare elezioni per l’anno successivo. Poco dopo l’annuncio, Suu Kyi fu messa agli arresti domiciliari, senza processo, per aver «messo in pericolo lo stato». La NLD vinse la maggioranza assoluta, ma i militari ignorarono il risultato del voto.

In quegli anni Suu Kyi divenne uno dei prigionieri politici più famosi del mondo, oggetto dell’attenzione internazionale e di tantissime campagne per chiederne la liberazione. Nel 1991 ricevette anche il Nobel per la Pace.

Nel 2010 il regime militare, che aveva cominciato a intraprendere una timida transizione verso una forma di governo più democratica, indisse le prime elezioni in vent’anni. Impedì a Suu Kyi di partecipare, ma la liberò sei giorni dopo, il 13 novembre.

Suu Kyi e la NLD rientrarono in politica. Lei fu eletta in parlamento durante un’elezione suppletiva del 2012, divenne capo dell’opposizione e annunciò che si sarebbe candidata alla presidenza alle elezioni del 2015. La NLD vinse quelle elezioni, ma a Suu Kyi fu impedito di accedere alla presidenza a causa di una riforma costituzionale fatta approvare dal regime militare nel 2008, che rendeva inaccessibile la presidenza a chiunque avesse sposato un cittadino straniero (nel 1972 Suu Kyi sposò l’inglese Michael Vaillancourt Aris, storico di cultura bhutanese, tibetana e himalayana).  La clausola, probabilmente, fu inserita proprio per evitare che Suu Kyi diventasse presidente.

Suu Kyi fece nominare presidente un suo fedele alleato, Htin Kyaw, e creò per sé la carica di consigliere di stato, che le consentì di gestire il governo in maniera ufficiosa.

Il genocidio dei rohingya

Negli anni più recenti Suu Kyi ha però deluso molti dei suoi sostenitori soprattutto perché il suo governo, che in parte ha continuato a dipendere dal potere dei militari, ha dapprima ignorato e poi difeso la persecuzione dei rohingya. I rohingya, che professano fede islamica in un paese in cui oltre l’80% della popolazione è buddhista, sono considerati una delle minoranze più perseguitate del mondo: non godono del diritto di cittadinanza (non sono riconosciuti come uno dei 135 gruppi etnici del paese) e da decenni sono ostracizzati dallo stato.

La loro repressione comincia in maniera massiccia nell’agosto del 2017 con gli scontri tra l’esercito birmano e i ribelli rohingya nello stato del Rakhine, nell’ovest del paese, vicino al Bangladesh: ad oggi oltre un milione e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare il Rakhine per ammassarsi nel distretto di Cox’s Bazar, nella provincia di Chittagong in Bangladesh: costretti in baraccopoli improvvisate negli spazi minimi loro riservati, in condizioni di vita degradanti. Il Bangladesh ha lasciato aperto il confine con il Myanmar fino al marzo 2019. Poi la frontiera è stata chiusa e il flusso di rifugiati si è interrotto, anche per l’insufficiente sostegno della comunità internazionale e per la crescente ostilità della popolazione locale.

DFID – UK Department for International Development/Flickr – baraccopoli di Kutupalong nel distretto di Cox’s Bazar

Nei confronti dei rohingya Suu Kyi adottò la posizione ufficiale dell’esercito, dicendo che le violenze erano da entrambe le parti e definendo l’operato dei militari come un’operazione antiterrorismo, essendo alcuni gruppi rohingya pesantemente infiltrati dal terrorismo islamico. In Occidente, molti commentatori hanno chiesto che le fosse ritirato il premio Nobel, mentre altri hanno interpretato la difesa delle azioni dell’esercito da parte di Suu Kyi come un atto di realismo politico e un tentativo di preservare il fragile processo di democratizzazione del Myanmar.

Nel dicembre del 2019, Suu Kyi si presentò personalmente all’Aia, nei Paesi Bassi, davanti alla Corte internazionale di giustizia, per difendere il suo paese dalle accuse di genocidio della minoranza rohingya, descrivendolo come un «conflitto armato interno» e dicendo che le accuse erano frutto di «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine». In quanto capo dell’esercito, lo stesso Min Aung Hlaing, oggi al potere dopo il colpo di Stato, fu accusato nel 2018 dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Benché la reputazione di Suu Kyi sia stata quasi completamente rovinata in Occidente, la leader è rimasta molto popolare in patria, tanto da ottenere alle elezioni di novembre 368 seggi su 434. All’ ISDP, il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione sostenuto dai militari, erano andati solo 24 seggi.

Non sono ancora chiare le motivazioni che hanno portato i militari ad attuare il golpe: da settimane nel paese si parlava della possibilità di un loro intervento, ma molti lo ritenevano improbabile perché grazie alla Costituzione vigente l’esercito mantiene un discreto controllo sulla vita politica del paese. Il peso delle forze armate, infatti, è da mezzo secolo estremamente esteso in Myanmar.

La stessa Costituzione del 2008 fu scritta dai militari ed entrò in vigore quando l’esercito era ancora al potere: tra le altre cose, la Costituzione riserva il 25 per cento dei seggi del parlamento a membri non eletti scelti dal comandante in capo delle forze armate (ovvero Min Aung Hlaing, dal 2011).

Prevede anche che una riforma costituzionale dovesse essere votata da oltre il 75 per cento dei deputati, dando quindi all’esercito un effettivo potere di veto su eventuali riforme.

Alcune interpretazioni iniziali, avanzate per esempio dall’Economist, sostengono che il colpo di stato sia stato voluto soprattutto dal generale Min Aung Hlaing, che sarebbe dovuto andare in pensione quest’anno ma che, invece, nutriva ambizioni politiche personali e non sopportava l’idea che l’esercito potesse perdere importanza in futuro.

1 Comment

  1. Molto bene dare l’attenzione alla Birmania e alla sua popolazione costretta a vivere priva dei diritti umani.

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