Marco Verch Professional Photographer/Flickr
/

LA COMPLESSA REALTÀ DELLA CONTRATTAZIONE VACCINALE, A BRUXELLES

È, ormai, da settimane che si sentono attribuire gravi responsabilità all’Unione Europea, indicata da più parti come la vera rea della lentezza delle campagne vaccinali nazionali.

Una premessa va fatta: paragonare, ad oggi, le capacità d’azione dell’Unione con quelle di qualsiasi altro Stato risulterebbe non solo fuorviante, ma del tutto inappropriato. E la ragione è solamente una: la mancanza di volontà degli Stati membri di dotarla di tutti quegli elementi che tipicamente caratterizzano uno Stato sovrano. Essa rappresenta un unicum nel panorama mondiale, trovandosi in un limbo tra un’entità statuale e una classica organizzazione internazionale.

Ciononostante, le istituzioni hanno deciso di centralizzare gli acquisti e negoziare in nome di tutti i membri, col preciso obiettivo di evitare che alcuni Stati (più piccoli, con minori disponibilità finanziarie e minore rilevanza internazionale) fossero penalizzati in ragione di un modesto potere contrattuale.

Ora, partiamo dalle modalità con cui l’UE ha deciso di portare avanti i negoziati con le aziende farmaceutiche, fattore fondamentale per comprendere i ritardi rispetto agli USA e al Regno Unito. L’Unione, giuridicamente parlando, non è uno Stato, e non gli è lontanamente vicina: ha, ad esempio, una capacità di spesa neanche minimamente paragonabile a quella degli USA o del Regno Unito, e l’esiguità delle risorse proprie, che costituiscono il bilancio, ne rappresenta un macroscopico esempio; ma, più in generale, non c’è decisione importante che non passi per l’avallo degli Stati nazionali, con modalità e tempistiche più o meno differenti.

Dunque, la Commissione ha sì negoziato i contratti, ma era coadiuvata da un joint negotiation team, composto da 7 rappresentanti di altrettanti Stati (tra cui il Segretario generale del nostro Ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, funzionario di lungo corso, ma evidentemente con poche competenze in materia contrattuale), eletti a loro volta da un comitato direttivo in cui sedevano tutti i 27 Paesi. Nonostante la procedura non risulti ufficialmente delineata nei siti delle istituzioni europee, appare verosimile che il comitato fosse informato settimanalmente sui progressi fatti.

Occorre anche analizzare le critiche che gran parte del panorama mediatico nazionale (ma anche esponenti di spicco del mondo medico) rivolge all’Unione, tentando di ricostruire così anche la linea d’azione seguita da Bruxelles. 

  • L’Europa ha usato con parsimonia il denaro pubblico. Iniziamo col dire che l’unica fonte di finanziamento diretto proveniente dall’UE è stata la cifra di 2,7 miliardi, parte dell’Emergency Support Instrument (creato ad hoc in periodo pandemico). Tutto il resto (e la cifra non è precisamente quantificabile, poiché mancano i dati ufficiali sui prezzi dei vaccini) è stato speso in relazione a quanto gli Stati membri hanno permesso, attraverso il complesso meccanismo di gestione della contrattazione.
  • L’Europa ha puntato troppo sul vaccino Astrazeneca. Al di là della comprensibile fiducia (e speranza) di Bruxelles nei confronti di un vaccino sviluppato interamente nel continente, anche per motivazioni geopolitiche, la Commissione ne ha preordinate 400 milioni di dosi, una quantità identica a quelle relative ai vaccini Pfizer-BioNTech, Johnson&Johnson e CureVac. Ciò che invece è effettivamente accaduto è che l’Italia ha espresso alla Commissione la volontà di acquistare più dosi del vaccino anglo-svedese, rispetto a quelli americani (40 milioni di AstraZeneca vs. 27,3 milioni Pfizer-BioNTech). Ma altri Paesi hanno agito diversamente, come la Germania e la Francia. La ragione per cui l’Italia abbia deciso di puntare in maniera così evidente sul vaccino di Oxford non è solamente una: da una parte, la partecipazione di un’azienda italiana (IRBM) nel processo di creazione del vaccino ha sicuramente giocato un ruolo non secondario, considerando anche il prestigio che da ciò, secondo alcuni, potrebbe derivare; ma dall’altra, non dimentichiamo che il vaccino AstraZeneca risulta essere, secondo cifre ufficiose, il più economico tra quelli già approvati dall’EMA (circa 2 euro per dose, contro i 12 di Pfizer e i 18 di Moderna); e last but not least, è un vaccino di più semplice conservazione, non richiedendo, al contrario dei due sieri statunitensi già somministrati, temperature di conservazione estremamente basse, con le note problematiche logistiche correlate.
  • L’EMA è troppo lenta ad autorizzare l’utilizzo dei vaccini. L’EMA è realmente più lenta degli altri enti regolatori, ma lo è su qualsiasi cosa, e per due ragioni. La prima riguarda le limitate competenze che un’agenzia di un’organizzazione sovranazionale ha, rispetto ad enti regolatori nazionali, nel caso di specie concernenti le cosiddette procedure d’urgenza. La seconda, invece, è legata ad una tradizionale e ben riconosciuta scrupolosità circa i controlli sui medicinali. Tra l’altro, analoga scrupolosità impiegata dall’EFSA (European Food Safety Authority) relativamente alla sicurezza alimentare.

Ovviamente gli errori nella contrattazione ci sono stati, e sono innegabili. La mancanza di penali che rendessero davvero sconvenienti i ritardi nelle consegne non ha scuse, ma dovremmo anche considerare l’effettiva utilità che ad oggi esse avrebbero avuto. Il problema pare difficilmente legato a non meglio specificate pressioni di altri Paesi, mentre sembra più verosimile che la produzione nell’azienda stia riscontrando reali problematiche. Ricordiamo che produrre materialmente un vaccino non è come produrre una pastiglia, dal momento che occorrono sofisticati e costosi bioreattori. E, d’altronde, la questione ritardi è per ora riferibile solo ad AstraZeneca, non avendo avuto, le aziende Pfizer e Moderna, simili difficoltà.

Prima di minare la già precaria fiducia dei cittadini nell’Unione, bisognerebbe sempre chiedersi se le colpe che le attribuiamo siano davvero ad essa imputabili, o se forse queste non siano riferibili ad una diffusa e nota reticenza degli Stati ad estendere le sue competenze.

1 Comment

  1. Interessante lo sviluppo delle considerazioni, con spunti su cui riflettere anche per future situazioni analoghe che si dovessero presentare. Credo che da situazioni del genere bisogna fare tesoro per costruire una reale Unione tra i Paesi Europei, Dove i cittadini di qualsiasi Paese si possano riconoscere Europei con leggi uguali, sviluppi tecnologici e sociali coinvolgano tutti.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

IL COLPO DI STATO IN MYANMAR, TRA VIOLENZA E RIVOLUZIONE

IL FEMMINISMO NON È UNA SCIENZA ESATTA