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INCULTURATI TUTTI, PIÙ DI PRIMA

Ritornato, in forze come non mai, lo spettro del lockdown a bussare alle porte anche del mondo della cultura, sento la necessità di fornire cronaca e porre critica agli eventi che si sono susseguiti in questi giorni. Essi hanno causato la discesa in campo di eccellenze italiane, sotto forma di singole persone fisiche, di fondazioni, istituzioni e strutture amministrative. Dagli sviluppi di questi scambi dipenderà una buona fetta del futuro del nostro paese, e non solo limitatamente all’ambito di Arte, Cultura e Spettacolo. Il dibattito non è mai stato così fervido, e nemmeno la posta in gioco è mai stata così alta.

Andiamo con ordine.

Con il DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) del 24 ottobre 2020, la compagine di governo pone un fermo a “gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto”. Di fatto quindi, vengono sospese per un mese, fino al 24 novembre, tutte le attività di fondazioni lirico-sinfoniche, operistiche, teatrali, cinematografiche e concertistiche, senza alcuna eccezione. Un duro colpo per una categoria di lavoratori già in un paio di maniche tutt’altro che confortevole da ben prima del 2020.

Se questa decisione influenza però la vita dei lavoratori dipendenti del settore, quali orchestrali, personale di sala e di scena e quant’altro, non bisogna dimenticarsi che chi rimane veramente sul lastrico sono i cosiddetti “artisti free-lance”, o autonomi, che non possono godere degli ammortizzatori sociali che spettano ai colleghi dipendenti. L’argomento meriterebbe una riflessione a parte, tanto corposo è il ragionamento. Ciò non può essere fatto qui, ma una breve citazione era doverosa.

PARTE 1: La lettera del Maestro

Il Maestro Riccardo Muti

Si diceva poc’anzi che il dibattito ha visto emergere opinioni di rilievo. Ebbene, in data 26 ottobre il Maestro Riccardo Muti, probabilmente la bacchetta orchestrale Italiana più famosa nel mondo, ha sentito la necessità di scrivere personalmente alla Presidenza, in questi termini.

Egregio presidente Conte,

pur comprendendo la sua difficile responsabilità in questo lungo e tragico periodo per il nostro Paese, con la necessità improrogabile di salvaguardare la salute, bene supremo, dei nostri concittadini, sento il bisogno di rivolgerLe un appello accorato.

Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo. Definire, come ho ascoltato da alcuni rappresentanti del governo, come «superflua» l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità.

Tale decisione non tiene in considerazione i sacrifici, le sofferenze e le responsabilità di fronte alla società civile di migliaia di Artisti e Lavoratori di tutti i vari settori dello spettacolo, che certamente oggi si sentono offesi nella loro dignità professionale e pieni di apprensione per il futuro della loro vita.

Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce.

I teatri sono governati da persone consapevoli delle norme anti Covid e le misure di sicurezza indicate e raccomandate sono state sempre rispettate.

Spero che lei possa accogliere questo appello, mentre, fiducioso, la saluto con viva cordialità.”

Riccardo Muti

Mi piacerebbe riflettere punto per punto su queste parole. Quando il Maestro parla di “decisione grave”, riguardo la chiusura dei luoghi di Cultura, dice il verissimo. Pur escludendo alcuni singoli eventi tragici, come l’incendio del teatro “La Fenice” di Venezia del 1996, nemmeno le Guerre Mondiali erano riuscite, nello scorso secolo, a serrare tutte le entrate.

E l’ignobile opinione di alcune menti di governo, su cui non intendo pronunciare parola, citata subito dopo è la perfetta dimostrazione dell’obbrobrioso cambio di veduta avvenuto in Italia negli ultimi 50 anni, e finanziata dalle compagini di governo.

Se prima godere della cultura era considerato un “obbligo morale”, e si faceva onestamente alla ricerca di un’elevazione personale, e vi si investiva, e si cercava di tramandare alle generazioni successive questo gusto, ora null’altro è che una scelta. Personalmente la ritengo una catastrofica sconfitta. Non c’è scuola o educazione familiare che tenga. Il che può essere politically correct, a favore della democrazia e della libertà del singolo quanto ci pare, ma è uno stupro alla nostra storia e al nostro futuro. E poi, noi sappiamo quanto gli Italiani siano bravi a scegliere. Basti pensare alle due Guerre, appunto…

Scorrendo i dati del contagio con un minimo di attenzione, speravo di trovare qualche elemento a sostegno della misura. Inutile dire che l’esito sia stato esattamente contrario. Secondo AGIS, dall’allentamento delle misure del primo confinamento quasi tremila (3000) spettacoli, per un totale di circa trecentocinquantamila (350000) spettatori. Numero di contagiati totali la cui fonte sia chiaramente riconducibile agli eventi: uno (1). Specchio del fatto che il problema risieda altrove, e che provvedere in quest’ambito sia quantomai discutibile.

Nei paragrafi successivi poi si sfonda una porta aperta. Ormai chi in quest’ambiente ci vive è abbastanza abituato alle vessazioni, a parole e non, di chi invece non mastica. O ancora peggio non solo non mastica, ma deve gestire la baracca.

L’”offesa della dignità professionale” e l’”apprensione per il futuro nella loro vita” sono sensazioni con cui musicisti e artisti hanno a che fare per definizione, salvo sporadici casi, in Italia, e che esistono a prescindere dell’emergenza Covid. E che prima di tutto si configurano in un sistematico rifiuto, che va avanti da anni, da parte dei vari amministratori, di mettersi attorno a un tavolo e investire tempo e denaro nella riforma del sistema Cultura. Chi vive di questo pane ci tiene a questo, e tanti ci terrebbero a presenziare a un dibattito costruttivo di rinascita. Stanno (stiamo) aspettando da troppo tempo.

Tutto ben detto quindi. Tranne un punto però, secondo me. Direi l’unico con cui dissento, della visione del Maestro, anche se solo in parte. Per quanto il nutrimento dell’anima sia fondamentale in questo periodo, e questo è il lato su cui non piove, francamente me ne sbatto.

Qui il cibo che conta è uno, e uno soltanto. Quello per i denti di chi la musica, o lo spettacolo, la o lo creano. Non si può dire prima che sono superflui e poi: “senza le tante iniziative di orchestre, bande, compagnie teatrali e altre associazioni a scopo culturale il lockdown avrebbe fatto molti più danni”, o similari. Questo ambiente, dati alla mano, ha dimostrato un’efficienza che in altri settori non si sono nemmeno sognati. Quindi per una volta io dico, diamo la zolletta di zucchero al cavallo vincente. Vogliamo il lockdown selettivo? Benissimo, selezionare altro, grazie.

Può succedere che il Metropolitan Theater di New York cancelli due stagioni per problemi finanziari dovuti alla pandemia. Può accadere che il circo itinerante più famoso del mondo, il Cirque du Soleil, sia costretto a chiudere, per lo stesso motivo. Tali fatti non dovrebbero esistere comunque, ma viste le circostanze, diciamo che si possono capire. Ma in un paese sul cui suolo risiede il 70% del patrimonio storico-artistico del pianeta, vessato culturalmente da molti anni, e per giunta anche in opposizione a delle statistiche che urlano “MA PERCHE’?!!!”, ciò non dovrebbe essere una questione che tiene banco, neanche lontanamente.

La Metropolitan Opera House di New York

E per giunta, non ci dovrebbe essere bisogno di farsi rimproverare da uno che sarebbe una nostra eccellenza, ma da qualche anno ha trovato un ambiente consono alla sua visione a Chicago, Illinois, USA. A maggior ragione dopo aver speso anni e anni tentando l’impresa impossibile in madrepatria. Non so come chiamarla se non caduta di stile. Con rumore assordante.

Guardiamo ai trasporti va’, che è meglio. E calma, per il nuovo lockdown. Ci saremo, esattamente come per il primo.

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