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REQUIEM PER KOBE BRYANT

La sera del 26 Gennaio 2020, in una palestra della periferia romana, due squadre di pallacanestro stavano rientrando in campo dopo l’intervallo in una partita valida per il campionato di Promozione. C’era qualcosa che non andava. Dagli spalti proveniva un brusio assolutamente inusuale, gli ufficiali di campo al tavolo parlottavano con gli arbitri. La partita è ricominciata. È finita. Le due squadre si stavano salutando quando si è levata una voce solitaria “Kobe è morto. Il suo elicottero è precipitato”.

In quella palestra, di cui nessuno avrebbe mai saputo nulla, cala definitivamente il gelo. Un silenzio assordante avvolge i giocatori, che tornano mesti negli spogliatoi. Per diversi minuti nessuno parla, qualcuno prova a commentare la partita senza raccogliere grande consenso. Qualcuno, sommessamente, piange.

Lo sport professionistico è diventato un business, vivaddio, ma nelle sue radici profonde c’è altro. I campioni sono simboli popolari, sono la reificazione della gloria e della soddisfazione che si può raggiungere con il duro lavoro e l’impegno. Sono la reificazione del sogno infantile di tutti noi. Emozione allo stato puro. Sono modelli, sono idoli, sono eroi.

E così, nel mondo globalizzato come nella mitologia classica, le persone comuni tendono ad identificare la propria storia, le proprie vicissitudini e addirittura il proprio prestigio nell’eroe, nel campione. La morte tragica dell’eroe, come in questo caso, eterna la gloria sportiva e lo rende definitivamente leggenda. Grazie all’onda di affetto accorato e incredulo montata sui social network, è diventato plastico agli occhi di tutti. Tanti tifosi e ammiratori con la morte di Kobe hanno perso un pezzo di sé. Basti pensare come, in quei luttuosi giorni, lo Staples Center, l’allora Mamba Sports Academy e la sua residenza privata siano diventati veri e propri luoghi di pellegrinaggio per i tifosi che volevano dare un ultimo saluto, spesso in lacrime, al campione. È la forza dello sport, che trascende il gesto tecnico e diventa metafisica.

Eppure Kobe Bryant ha lasciato negli occhi degli appassionati anche centinaia di gesti tecnici indimenticabili. Una carriera iniziata alla Lower Merion High School in cui giocava con il numero 33, ma consacrata dal lato gialloviola di Los Angeles prima con la 8 e poi con la celeberrima 24, entrambe ritirate il 18 Dicembre 2017.

Quando, lo scorso ottobre, i Lakers hanno vinto il titolo contro Miami Heat, il cerchio si è chiuso. È sembrata la naturale conclusione di un anno tragico, anche causa Covid. Gli dei del basket hanno deliberato per una vittoria in nome di Kobe.

Vent’anni a Los Angeles, dal 1996 al 2016, in cui ha vinto cinque anelli e ha infranto una quantità di record personali impressionante. Una volta MVP della regular season, due volte MVP delle finali, quattro volte MVP dell’All-Star Game. Due volte miglior marcatore della stagione, diciotto partecipazioni consecutive all’All-Star Game, una vittoria dello Slum Dunk Contest. Nel frattempo, due ori olimpici vinti con la nazionale a Pechino e Londra. Poca roba insomma.

Tutto frutto della “Mamba Mentality”. Lavoro duro, ricerca ossessiva della perfezione, cura dei dettagli, ascolto del proprio corpo, curiosità, genuinità. Tutti ingredienti per una carriera strabiliante, certo. Ma anche uno stile di vita che ha contribuito a definirlo un grande uomo, rispettato anche dai non tifosi e dagli avversari. Non a caso, Kobe ha fatto diventare la sua “Mamba Mentality” un best seller planetario.

Per quanto sia difficile, anzi impossibile, scegliere, credo ci siano tre momenti in particolare che hanno contribuito scolpire la leggenda di Kobe Bryant.

Le Finals della Western Conference del 2000 contro i Portland Trail Blazers di Rasheed Wallace e Scottie Pippen furono una battaglia all’ultimo canestro. I Lakers vinsero gara 7 dopo essere stati sotto di ben 16 punti, grazie a una prestazione mostruosa di Kobe e Shaquille O’Neal. Il sigillo finale, simbolo della vittoria, fu ovviamente un alley oop di Kobe per Shaq che realizzò una schiacciata ormai parte della storia. Quello fu il penultimo tassello prima del suo primo anello.

Il 22 gennaio del 2006, invece, Kobe realizzò 81 punti nella vittoria contro i Toronto Raptors, dimostrando una versatilità offensiva clamorosa. Nel solo terzo quarto mise a segno la bellezza di 55 punti, di fronte a una difesa a dir poco impotente. Solo Wilt Chamberlain ha fatto meglio, ma i suoi 100 punti del 1962 erano figli di un’altra epoca.

Il terzo momento è, infine, gara 7 delle ultime Finals giocate dal Black Mamba nel 2010. Contro i Boston Celtics, rivali storici dei Lakers dai tempi di Larry Bird e Magic Johnson, Bryant mise a referto 23 punti, 15 rimbalzi e 2 assist. Una buona partita, certamente non la migliore. Ma è stata l’ultima vittoria, la quinta, di un titolo NBA per Kobe.

A vedere live quella partita, alle 6.00 ora italiana del 18 Giugno 2010, c’era un ragazzino di nemmeno undici anni che si innamorò del gioco più bello del mondo. Erano le sue prime Finals, le prime raccontate dalle mitiche voci di Flavio Tranquillo e Federico Buffa. Quasi dieci anni più tardi quel ragazzino era diventato un uomo, che, in un campo nella periferia di Roma, piangeva in un silenzio assordante e l’eroe era diventato immortale.

Ci è voluto qualche mese per elaborare il lutto, ma ora, tra qualche lacrima, posso salutarti come si conviene a un amico: “Thank you for all, Kobe”.

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