/

LA GALASSIA SOCIALDEMOCRATICA IN ROTTA DI COLLISIONE

In Europa la maggior parte dei partiti socialdemocratici sono rappresentati nel gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), ma in realtà sono più diversi di quanto sembrano. Tra socialisti conservatori, socialdemocratici nordici, cristiano sociali e liberal democratici, il centrosinistra europeo non è mai stato così diviso, e questo ci tocca più di quanto si possa pensare.

In questi mesi il Parlamento Europeo ha acquisito una centralità mai vista prima, e ciò è principalmente dovuto al progetto NextGenerationEU, ossia il Recovery Fund; i gruppi politici a Bruxelles sono quindi diventati i protagonisti della stesura del piano e sono stati coinvolti soprattutto sui temi dell’ambiente e della riduzione di emissioni di CO2, dello stato di diritto e del lavoro. Da una parte il Partito Popolare Europeo che spinge per concentrarsi, appunto, sul lavoro, dall’altra i Verdi, la Sinistra e i liberali di Renew Europe che puntano sul taglio del 60% delle emissioni climalteranti entro il 2030, senza ovviamente dimenticare i gruppi dei Conservatori e Riformisti Europei (di cui Giorgia Meloni è da poco diventata presidente) e la destra di Identità e Democrazia che si oppongono a ogni azione in senso federalista. Nel mezzo, c’è il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), che non riesce a farsi notare. Principalmente sono due le ragioni: la prima è che sono schiacciati da tutti gli altri europartiti che dicono la loro su ogni argomento, mentre la seconda è la divisione interna, un problema che potrebbe costare molto a questo gruppo.

Il gruppo S&D

Nato dalle ceneri del gruppo Socialista, i Socialisti e Democratici sono una larga alleanza tra tutti i partiti di centrosinistra all’interno dell’Unione Europea. Con 146 europarlamentari, 8 commissari e 8 capi di stato, è il secondo gruppo più influente in Europa dopo il PPE di centrodestra. Il capogruppo a Bruxelles è la spagnola Iratxe Garcia Perez. All’interno troviamo diversi partiti che non sempre riescono a mettersi d’accordo per colpa delle loro divergenze ideologiche. Sono principalmente quattro le macro aree all’interno del gruppo di centrosinistra, ognuna con proprie ideologie e obiettivi, che però si rifanno tutte ai principi della socialdemocrazia: un sistema di economia sociale di mercato con un più o meno forte intervento statale, la formazione del welfare state e di servizi erogati dallo stato e, spesso, una grande apertura sui temi sociali e ambientali, ma non è sempre così. 

Socialdemocratici Nordici

In questo sottogruppo rientrano tutti quei partiti che hanno adottato le politiche del cosiddetto “Nordic Model”, il modello scandinavo: un welfare corposo che vada “dalla culla alla morte”, un sistema di tassazione elevato, molta libertà di impresa con un mercato del lavoro molto flessibile e, ovviamente, politiche verdi sul modello Greta. Troviamo in quest’area i Socialdemocratici di Svezia, Danimarca e Finlandia, dove nel primo caso il premier Lofven governa con i Verdi, nel secondo caso Mette Frederiksen presiede un monocolore socialdemocratico mentre in Finlandia l’alleanza capeggiata dalla giovanissima Sanna Marin è allargata alla sinistra, alla minoranza svedese e al partito del centro. Inoltre vi sono i partiti di centrosinistra dei Paesi Bassi, dell’Austria e di Estonia e Lituania, dove sono invece all’opposizione. I due partiti socialisti belgi sono invece da poco al governo dopo uno stallo durato quasi un anno e mezzo. Anche l’SPD tedesco rientra in questa categoria: ad oggi governa in una larga coalizione con la CDU della cancelliera Merkel, ma secondo i sondaggi potrebbe presto lasciare il posto al governo ai Verdi, che in Germania crescono senza sosta.

Socialisti mediterranei (e il caso PD)

Nel bacino del mar Mediterraneo i partiti socialdemocratici sono sempre stati molto forti, e tutt’oggi nonostante la destra abbia preso piede quasi ovunque nell’UE, resistono e spesso si attestano intorno al 20%. Solitamente si battono per un welfare più forte, uno stato più progressista, una politica di accoglienza degli immigrati e per misure ambientaliste; talvolta questi partiti si sono aperti alle idee del New Labour e della Terza Via di Tony Blair (ricordiamo ad esempio Hollande in Francia o Matteo Renzi). All’opposizione ci sono i partiti del centrosinistra sloveno, croato, greco, cipriota e francese (ad un minimo storico dopo che En Marche di Emmanuel Macron gli ha preso quasi tutti i consensi). Sono invece al governo a Malta (dove però il Partito Laburista ha quasi un’impostazione di tipo nordico), in Spagna e in Portogallo con Pedro Sanchez e Antonio Costa che governano grazie al sostegno della sinistra radicale. Anche qui in Italia il Partito Democratico è al governo, ma presenta alcuni tratti che non lo rendono un partito socialdemocratico, quanto più aderente ai principi del cristianesimo sociale, quella sinistra della DC e del Partito Popolare che è ben incarnato nella figura di Dario Franceschini e della sua corrente AreaDem: un centrismo cristiano moderatamente progressista. Con l’elezione a segretario di Nicola Zingaretti, la linea del PD si è spostata su molti temi verso sinistra, imitando il modello spagnolo di Pedro Sanchez, al governo anche lui con dei populisti: nel suo caso con Podemos,nel caso nostrano con il Movimento 5 Stelle.

Il socialismo conservatore est-europeo

Nell’area più povera d’Europa, ossia l’Est, i partiti socialisti non si sono aperti al progressismo ma sono rimasti ancorati ad una logica di protezione dei lavoratori e dei valori dello stato, adottando quindi una linea molto di sinistra in economia ma piuttosto conservatrice e nazionalista sui valori e sull’immigrazione, usando una retorica quasi degna di un partito di destra. Inoltre questi partiti sono spesso associati a episodi di corruzione internazionale e hanno un forte legame con la Russia. Tra questi troviamo il PSD romeno, il cui capo è ad oggi in carcere; Smer-Socialdemocrazia, il partito dell’ex premier slovacco Robert Fico che si è dimesso a seguito dell’omicidio del giornalista Jan Kuciak; il Partito Socialista Bulgaro, e il partito lettone Saskana, che ha un patto di collaborazione con Russia Unita di Vladimir Putin. Ma anche ad Est c’è la presenza di alcuni partiti che assomigliano di più ai “nostri” partiti di centrosinistra: ricordiamo ad esempio quelli di Polonia e Ungheria.

C’è spazio anche per qualche liberaldemocratico

Non è finita: in questo grande marasma che è il gruppo S&D trovano posto alcuni partiti di orientamento liberale e centrista: dalla Coalizione Democratica dell’ex premier ungherese Ferenc Gyurcsany, al Partito Democratico cipriota, passando per Pro Romania, soggetto politico fondato dall’ex leader del PSD Victor Ponta e per Voce-Socialdemocrazia, partito di centrosinistra di Peter Pellegrini, successore di Robert Fico al governo della Slovacchia. Anche Azione, il partito dell’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda appartiene a questo gruppo: nonostante molte pressioni per farlo aderire al gruppo liberal-macroniano Renew Europe, lui per coerenza è rimasto lì. Da notare che quasi tutti questi partiti sono stati fondati da ex primi ministri o ministri dopo aver governato con il principale partito socialdemocratico del loro paese, secondo loro diventato troppo “populista”.

Perché questa divisione ci tocca più di quanto si pensi

Le lotte interne tra europartiti sono all’ordine del giorno, e allora perché questa divisione ci deve interessare di più di altre? Rispetto al PPE, dove domina la linea Merkel sulla linea Orban, e a Renew Europe, dove la divisione tra liberali classici e socioliberali è stata colmata grazie ai Macroniani, in S&D la frattura tra le varie correnti potrebbe non essere colmabile, specialmente in questi tempi in cui l’Europarlamento deve approvare una bozza di quello che poi sarà il Recovery Fund. E come si fa a mettere d’accordo i socialdemocratici nordici (soprattutto i paesi scandinavi, che a luglio facevano parte insieme a Olanda e Austria del gruppo dei frugali) con i socialisti mediterranei sulle risorse, oppure come si concilia la lotta per lo stato di diritto, cavallo di battaglia dei liberaldemocratici, con gli interessi dei socialisti est europei, tra cui quelli dei paesi di Visegrad? Si potrebbe andare avanti così su tanti temi: federalismo europeo, lotta al cambiamento climatico, diritti LGBT+ e così via. E allora vien da pensare che la sinistra europea per sopravvivere e autodeterminarsi dovrebbe adottare il metodo di quella italiana: dividersi e fare scissioni per continuare a contare qualcosa.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

ARTICOLO PRECEDENTE

COVIDDI C'É, MA SOLO DOVE VUOLE IL GOVERNO

PROSSIMO ARTICOLO

VERTICE CINA-UE (o vertice delle questioni in sospeso?)