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LA PELOTA SIEMPRE AL DIEZ

Qualcuno dice che non è il più grande, che ormai i bambini in giro per il mondo pensano a Messi quando stoppano il loro primo pallone o calciano una punizione dal limite dell’area. Può essere, chi lo sa, a chi importa. Non sono però necessari grandi sforzi di immaginazione per provare a capire a cosa pensa Lionel Messi quando vede la Dieci dell’Argentina.

Diego Armando Maradona è morto qualche settimana dopo il suo compleanno. Una quindicina di vite vissute con la malcelata e a tratti lucida convinzione che a sessant’anni in fondo si può anche morire. La maggior parte delle persone che lo piangono non lo hanno mai visto giocare, non ne hanno seguito la parabola da contemporanei. Eppure lo conoscono, ne hanno rivisto le giocate sul campo da calcio e intravisto gli affanni fuori. Gli è stato raccontato o lo hanno scoperto. Eterno confronto per qualsiasi calciatore, da molto prima della morte il suo fantasma aleggia sui campi più importanti del mondo nelle notti decisive. Dieci. Responsabilità assoluta da lui sublimata, non c’è sette che tenga. Tanto divino nella sua luce quanto umano nella sua sofferenza Maradona trascende la mera dinamica sportiva e si avvicina al mito, quello antico. Capace di raccontare in infinite sintesi tutto lo scibile dell’esperienza umana. Invincibile e fragile, meraviglioso e grottesco, regale e goffo, giovane e vecchio, antico e moderno, puro e indegno.

I primi trent’anni passati con un pallone tra i piedi in mezzo alle folle. Dai curiosi di Villa Fiorito alla Bombonera, al Camp Nou, passando per il San Paolo prima dell’apoteosi dell’Azteca di Città del Messico. Folle in delirio che venerano il simbolo e nel mentre fagocitano l’uomo. Le discoteche a Barcellona, la scoperta della cocaina, i rapporti con la Camorra a Napoli, i figli dispersi e gli episodi di violenza. I secondi trent’anni passati all’inferno a combattere sé stesso, le sue dipendenze e le sue scelte. Contro tutti i potenti e per tutti gli oppressi. Sempre e a prescindere, senza analisi, spesso anche nel torto. Maradona è morto e forse è meglio così. È finita la vita di un uomo sofferente e infelice, profondamente consapevole dell’impossibilità di rivivere anche in minima parte quella gita sull’Olimpo che sono stati i suoi anni ’80.

Da un’altra prospettiva invece non è morto, non è mai ingrassato, non si vedono tracce di rughe sul suo volto e gli occhi brillano ancora innocenti. Porta la camiseta della Selección, dei lunghi ricci neri, un sorriso strafottente e il numero dieci sulle spalle. È stupido da dire ed è stato probabilmente scritto un milione di volte celebrando tante altre persone. È il caso di ripeterlo anche per Diego: Maradona non può morire perché rappresenta ormai qualcosa di enormemente più grande di lui. Il calcio, il successo, il fallimento e la vita hanno trovato un simbolo in lui, un prisma esistenziale che restituisce colori e forme diverse ad ogni sguardo.

Torna la dimensione dialettica di Maradona, l’elemento che ci permette di dire con assoluta certezza che si, lui è veramente il più grande di tutti. Il gol con la mano, ingannando, truffando e beffando. Poi il gol del secolo, che lo redime e lo eleva. Maradona è idolo collettivo, a certe latitudini quasi tribale ma al tempo stesso è privato e personale, legato a una dimensione strettamente soggettiva. Qualcuno dice che non è il più grande, che ormai i bambini in giro per il mondo pensano a Messi quando stoppano il loro primo pallone o calciano una punizione dal limite. Può essere, chi lo sa, a chi importa. Non sono però necessari grandi sforzi di immaginazione per provare a capire a cosa pensa Lionel Messi quando vede la Dieci dell’Argentina.

Le immagini di Maradona sono come le opere di Andy Warhol. Tutti le hanno viste e sono impresse nella memoria collettiva delle persone. Seguono momenti, eventi, citazioni che hanno per oggetto Diego. Sono esentati dall’elenco i momenti più pop, quelli che conoscono tutti a memoria. Non perché valutati secondari o non fondamentali nella narrazione di Maradona ma perché in questi giorni le occasioni di rivederli saranno infinite e c’è quindi spazio per qualcosa che di solito non si trova in primissima fila.

La manifestazione della Divina Provvidenza

Finale dei mondiali di calcio. 1986. Estadio Azteca di Città del Messico. La partita è agli sgoccioli e la Germania Ovest ha appena rimontato l’Argentina. Il punteggio è 2 a 2. Dopo il gol subito da Rudi Völler Maradona riporta il pallone a centrocampo insieme a uno sconsolato Jorge Burruchaga. Questi li lascia sfuggire esausto un disperato “dobbiamo rifare tutto da capo”. Maradona sente, prende nota e poco dopo, annunciato dal passeggiare disinteressato di una provvidenziale colomba bianca compie la volontà divina. Ingabbiato dai tedeschi lancia di prima in verticale proprio Burruchaga, onesto mestierante trovatosi nel posto giusto al momento giusto. È 3-2. Argentina campione del mondo. Maradona nella leggenda.

https://youtu.be/zXVMBHmw-60?t=5339

Maradona racconterà di aver pensato mentre riportava il pallone a centrocampo dopo il 2-2 che quello, in una finale dei mondiali, a pochi minuti dalla fine e con il risultato in bilico, era, testuali parole “el momento del Diez”. L’atto di responsabilità.

Cristo, tutto il mondo sa che lei è mancino

Il Maradona sorrentiniano di Youth – La Giovinezza è quello di inizio millennio: obeso, in riabilitazione e a un passo dalla morte. È nostalgia e rimpianto.

Una proiezione futura non esiste, tutto si ripiega sul passato.

La scena sul campo da tennis lascia però intravedere la purezza di quell’innocenza perduta.

In direzione ostinata e contraria

Maradona è già Maradona ed è a Napoli da un anno. Pietro Puzone, suo compagno di squadra, cerca di organizzare un’amichevole di beneficenza. Campo indecente. Il Presidente del Napoli Ferlaino si oppone categoricamente temendo infortuni. Maradona viene coinvolto e rilancia, la partita si gioca e vedere quei filmati cala in una dimensione surreale, difficilmente inquadrabile nel contesto del calcio professionistico.

Fenomeno

Maradona ha appena compiuto vent’anni, porta la dieci e la fascia di capitano dell’Argentinos Juniors. Partita di campionato contro il Boca, Diego non è ancora idolo assoluto, non è ricco, non si droga e vive ancora una vita relativamente tranquilla. Ecco, in queste condizioni fa quattro gol al Boca Juniors, tutti di sinistro, irriverenti e a tratti maliziosi.

Lancio in area, palla che carambola su Maradona. Lui temporeggia, vede che il difensore alza il braccio. Rabona, mano, rigore. 1-1. Gol di Maradona
Punizione defilata. Maradona è ancora a terra, nessuno è pronto, si alza di scatto e calcia di sinistro. Gol ed è 3-2 al Boca. Alla Trent Alexander-Arnold si direbbe oggi.
Forse il più bello e maradoniano di tutti. Lancio lungo su Diego e poi due tocchi: controllo orientato di petto e scavetto di sinistro sul secondo palo. 4-2.
Dai e vai subito dopo la metà campo, Maradona lanciato verso la porta. Falciato. Sembra rigore, forse lo è, l’arbitro fischia punizione. Maradona segna su punizione.
Cosa dice Guardiola?

Pep Guardiola è molto generoso quando commenta il talento altrui. Ultimo Uomo si è prodigato in una splendida raccolta che cataloga questa tendenza dell’allenatore catalano. Subito dopo la morte di Maradona ha però detto una frase che rappresenta perfettamente quello che dovrebbe essere il filtro attraverso cui vedere il fantasista argentino.

“Non importa cosa hai fatto con la tua vita, importa cosa hai fatto con la nostra”.

Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas.

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