Emma Bonino, Carlo Calenda e Giorgia Meloni: i loro nomi appariranno nei simboli delle rispettive liste presentate per le elezioni 2022 - Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons; Foto di Alessandro T. per AlterThink; Vox España, CC0, via Wikimedia Commons

La repubblica dei nomi

24 Agosto 2022

I nomi dei leader sono sempre più grandi, sempre più presenti all’interno dei simboli.

In questi giorni al Viminale le diverse formazioni politiche hanno depositato il proprio simbolo per partecipare alle elezioni del 25 Settembre, tra i grandi partiti solo Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana e Verdi non hanno il nome del proprio leader all’interno del simbolo.

La repubblica dei partiti è stata ormai archiviata dalla repubblica dei nomi.

Le formazioni che un tempo faticosamente tenevano insieme correnti, esponenti e sensibilità diverse, oggi hanno rinunciato a quella fatica, a quel bilanciamento quotidiano. Si aveva la percezione di essere parte di un qualcosa di più grande, di avere una responsabilità non solo verso i propri elettori ma anche verso il proprio partito, il proprio simbolo, scavalcato oggi  dalla facile scelta di un nome, che si consuma ai ritmi della contemporaneità.

Un Paese che i leader li ama e poi li rigetta, riflesso di un timore, di una fiducia incompleta nei confronti del carisma protagonista e solitario. Oggi quello stesso Paese si dimentica di avere paura e prova a superare le difficoltà del presente partendo dalla propria genetica contraddizione.

Culturalmente dalla fine della prima repubblica ci si affanna alla ricerca di nomi, nuovi, in grado di simulare un movimento, un’azione di rinnovamento, capaci di essere di per sé rappresentativi. Marco Damilano ha sottolineato come l’ideologia dei partiti è stata sostituita dalla biografia del proprio leader. La strategia, le idee e le scelte ormai si rifanno non al gruppo ma al capo, non al simbolo ma al nome.

Una democrazia dalle passioni forti e dalle istituzioni deboli che ha rinunciato a sostenere le seconde per tenere a bada le prime, e ormai si affida a chi quelle istituzioni le dovrebbe incarnare, quelle passioni mitigare e, invece, ambisce a sostituirsi alle seconde strumentalizzando le prime.

I nomi hanno perso ciò che tiene insieme i simboli: la cultura, la politica, un orizzonte.

Quelli che un tempo erano militanti oggi sono sostenitori, volontari, gregari di un sistema che è loro esterno, non gli appartiene più perché personale, nominale. Vive di quelle convinzioni poco precise che riguardano le ragioni del cuore, perché tra elettore e nome si instaura un rapporto distante ma disintermediato.

Le alleanze, i programmi, i congressi, tutto è orientato verso i nomi e sulla loro capacità di continuare ad essere scritti sopra i simboli: più grandi, in grassetto, più soli.

I nomi non sono solo quelli scritti all’interno dei simboli ma sono anche quelli che riempiono le liste, quelli chiacchierati, discussi, incerti o sicuri. Quelli che nella “notte delle liste”, se scritti nel posto giusto, potrebbero entrare in Parlamento.

Da quando, nel 1993, sono stati introdotti in Italia i collegi uninominali, la lotta per essere eletti si è sempre di più spostata dal territorio alle stanze dove i capi correnti, i leader di partito, scelgono i nomi.

Essere in lista non basta. Il Rosatellum, la legge elettorale in vigore, assegna un terzo dei seggi con sistema maggioritario e due terzi con sistema proporzionale attraverso il meccanismo dei “listini bloccati”, che annulla la possibilità di scelta da parte degli elettori e delle elettrici, tutto si decide nelle stanze di partito, tutto è affidato a chi ha il potere di inserire i nomi nel posto giusto.

La riforma costituzionale che ha portato al taglio del numero dei parlamentari ha reso la lotta per le liste più serrata, più cruda. Solo 600 posti, 400 alla Camera e 200 al Senato. Pochi posti ma tanti nomi, affidati al potere, quasi assoluto, dei capi di partito, di chi compone le liste e discute nelle stanze mentre fuori, tra le vie del centro o a casa, un esercito di nomi appesi attende di conoscere il proprio futuro senza risparmiarsi nel fare appello a chi, il nome in lista, ha il potere di scriverlo.

Il numero esiguo di seggi, la legge elettorale, la trasformazione della politica e del rapporto con la politica hanno reso anche gli stessi leader, un tempo forti sul territorio, deboli elettoralmente. Sembra che nessuno abbia più i voti e tutti vogliano, a prescindere dalla propria statura o presunta leadership, un paracadute, un posto sicuro per non rischiare di rimanere fuori. È questo anche il motivo per cui spesso si vedono politici del nord candidati al sud e viceversa. Nessuno riesce più a invertire la tendenza, i voti si sono come dissolti. Una politica più personale che non riesce a far votare i propri nomi forti. Un ossimoro, una contraddizione che forse può essere spiegata con la rottura del legame, fin qui duraturo, tra politica e territorio. Il rapporto con gli elettori, i voti, si costruisce lentamente, è un rapporto di fiducia, di prossimità, di battaglie condivise e presenza sul territorio. Un rapporto che si è perso nella velocità, nei social, in una vicinanza che è distanza, in una politica più pubblicitaria che identitaria, più di immagine che di presenza.

I giorni e le notti in cui le liste vengono composte sono animati da frenesia; chi non si vedeva da tempo torna a stringere mani, a telefonare, a passeggiare per i corridoi. Sono giorni in cui centinaia di parlamentari, e aspiranti tali, lottano per assicurarsi un posto in lista, ma non uno qualunque, uno sicuro. Sono giorni di attesa, di messaggi, di telefonate, di rassicurazioni, di promesse. Sono giorni di sorprese e di conferme, di lacrime ed entusiasmo. Sono i giorni delle liste.

Il valzer dei nomi: cancellati, riscritti, spostati, nomi spesso rimasti nell’ombra che conquistano le pagine dei giornali perché fatti fuori, esclusi perché la loro corrente, le pressioni su cui facevano affidamento non sono riuscite a garantire loro un collegio blindato.

Sono nomi in attesa di certificato, nomi dietro i quali spesso si celano battaglie politiche, storie personali e aspirazioni. Tutti elementi che cedono il posto alla spartizione dei nomi in base al potere della corrente, al potere del leader, alla decisione di chi le liste le compone.

La repubblica dei partiti è ormai la repubblica dei nomi.

I partiti cessano di essere plurali e diventano nominali, di qualcuno, reazione indigesta alle vecchie formazioni, percepite pesanti, cupe, corrotte che abbiamo seppellito 30 anni fa. I simboli si personalizzano, i candidati scelti verticalmente, le sezioni si svuotano, la partecipazione si abbassa e le comunità cedono il passo alla forza di un nome che dietro di sé sembra avere solo aspiranti nomi.

I partiti sono il pilastro della vita politica e democratica del nostro Paese, rappresentano sensibilità, culture e visioni differenti. Sono e dovrebbero essere la dinamica della vita politica.I partiti sono i loro simboli, i loro programmi, i loro leader, la loro cultura politica ma soprattutto sono partecipazione, dialogo, confronto, senza rinunciare alle proprie responsabilità, senza doversi semplificare con una maschera che porta ogni volta, solo, un nome diverso.

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