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LA RIFORMA DEL MES, DI NUOVO

4 Dicembre 2020

Poco meno di un anno fa il dibattito pubblico si incagliava su una questione squisitamente tecnica: la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità. Lega e Fratelli d’Italia facevano partire una raccolta firme contro la revisione del MES, provocando il divertito imbarazzo di molti osservatori al cospetto di ingenui sostenitori che firmavano senza avere la minima idea della questione in oggetto.

Il 30 novembre scorso l’Eurogruppo ha raggiunto un accordo finale sulla riforma del trattato istitutivo del MES. Il merito della riforma si concentra su un punto preciso: l’istituzione del common backstop al Meccanismo di Risoluzione Unico (SRF). Di cosa si tratta? 

Il meccanismo di risoluzione unico

Il Meccanismo di Risoluzione Unico fu istituito nel 2014 allo scopo di rafforzare l’unione bancaria europea. Si tratta di un fondo che raccoglie contributi da determinate istituzioni creditizie (banche) dei Paesi Membri ed è pronto ad agire nell’ambito di una risoluzione bancaria. Nell’eventualità che una banca si trovi in dissesto finanziario, il Meccanismo agisce per far sì che la crisi di un determinato ente resti circoscritta e non si propaghi ad altre istituzioni o Paesi. Esso rafforza dunque il sistema bancario aumentandone la solidità e la resilienza. Ma in tutto questo, cosa c’entra il MES?

Il ruolo del MES

Il nocciolo della riforma del MES consiste proprio nell’istituzione di un “common backstop” al Meccanismo di Risoluzione Unica. In parole semplici, qualora il meccanismo dovesse esaurire le risorse proprie, esso potrà accedere ad una linea di credito del MES. Attualmente, dunque, la capacità di azione del meccanismo si limita ai contributi delle banche dei Paesi membri dell’Unione Bancaria. Con la riforma, qualora ve ne fosse bisogno, la capacità del fondo potrà essere amplificata da un prestito del MES, ente che dispone di capitale proprio (versato dai Governi nazionali per un totale di 80 miliardi) e può prendere a sua volta a prestito sui mercati a tassi negativi.

L’iter della riforma

La riforma è nella mente dei tecnici di Bruxelles da qualche anno. Nel 2018, infatti, l’Eurogruppo si impegnava ad introdurre il meccanismo del “common backstop” entro il 2023. Dopo l’accordo del 30 novembre scorso, il trattato istitutivo del MES dovrà essere emendato per incorporare le novità di cui sopra. Alla firma della revisione del trattato, prevista per gennaio 2021, dovrà seguire la ratificazione dello stesso da parte dei 19 Parlamenti dei Paesi membri dell’Unione bancaria. In Italia, Lega e Fratelli d’Italia hanno già anticipato la loro contrarietà, e il Matteo Salvini ha affermato che “chi voterà il MES non sarà più compagno di strada della Lega”. Berlusconi stesso, in seguito all’annuncio del leader della Lega, ha espresso perplessità sulla riforma e annunciato il voto contrario degli azzurri, ma all’interno dei gruppi parlamentari forzisti è scoppiata un’accesa discussione. La riforma del MES, questione tecnica voluta far passare per ideologica, sarà una prima cartina tornasole per l’anima di Forza Italia, che dovrà scegliere se consolidare le proprie fondamenta europeiste o la propria alleanza con i sovranisti. La posizione degli azzurri non sarà ininfluente, specie al Senato, dove la maggioranza è più risicata e resta l’incognita 5Stelle, dopo che un manipolo di parlamentari grillini (16 senatori e 42 deputati) si è detto pronto a votare no. La questione va ora ben al di là dei meri tecnicismi di merito: non ratificare il trattato del MES, per pura questione di propaganda e convenienza politica a breve termine, sarebbe un duro colpo alla credibilità internazionale dell’Italia. 

Gli equilibri parlamentari

Qui sopra è indicato l’equilibrio parlamentare stando alle informazioni ad oggi disponibili. Ai “favorevoli” – tra cui figurano PD, IV, LeU, la maggior parte delle componenti del gruppo misto e il M5S al netto dei dissidenti – mancano ancora 14 voti per raggiungere la maggioranza. I “contrari” – attualmente composti da Lega, FdI e FI – si fermerebbero a 17 voti dalla soglia di maggioranza nell’ipotesi che tutti e 42 i deputati grillini tengano fede alla dichiarazione di voto contrario. In ogni caso, i voti del gruppo misto e dei forzisti in contrasto con la linea ufficiale si riveleranno necessari.

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