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L’ITALIA E LE SFIDE DELL’ECONOMIA DIGITALE

Lo scorso 15 luglio il Centro Economia Digitale ha presentato il Libro Bianco sull’Economia Digitale: 85 proposte per una trasformazione digitale dell’economia e della società italiana.


Lo scorso 15 luglio il Centro Economia Digitale (CED) ha presentato il Libro Bianco sull’Economia Digitale. Il Libro propone una visione dell’Italia e della politica economica orientata allo sviluppo tecnologico – e alla digitalizzazione, in particolare – dell’economia e della società italiana.  Le proposte del Libro Bianco sono 85, volte ad «indicare i settori chiave su cui dirottare le risorse».
Come osserva il CED, vari fattori relativi alle tecnologie digitali avranno un vasto impatto sulla crescita, la produttività, l’occupazione, e più in generale i modelli sociali, istituzionali e ambientali della collettività. Tra questi fattori, ci sono (1) la disponibilità e la riduzione dei costi di tali tecnologie; (2) nuovi modelli di business digitali e più flessibili; (3) modelli di consumo, comunicazione e trasporto innovativi, con conseguenze organizzative come le smart city; (4) la digitalizzazione dei servizi pubblici.
Mentre a livello globale i maggiori player dell’economia digitale sono soprattutto statunitensi, cinesi e giapponesi, l’Europa ha mostrato un certo ritardo tecnologico. Questo gap digitale europeo è stato identificato da Ursula von der Leyen tra i maggiori punti su cui l’Unione Europea dovrà investire sia per lo sviluppo economico sia per l’autonomia strategica dell’UE.


1. Il posizionamento dell’Italia nel contesto europeo.

Recentemente la Commissione Europea ha pubblicato il Digital Economy and Society Index (DESI). L’indice aggregato è dato dal valore di altri indici sulla connettività, il capitale umano, l’utilizzo di internet, l’integrazione delle tecnologie digitali, e i servizi pubblici digitali. In aggregato, l’Italia si posiziona quartultima, appena prima di Romania, Grecia e Bulgaria. 

Figura 1. Digital Economy and Society Index (2020). Italia nel riquadro rosso.


In particolare, come si vede dalla Figura 1, l’Italia mostra un deficit relativo al capitale umano (ossia nelle competenze digitali) per cui è ultima in Europa, all’utilizzo di internet e all’integrazione delle tecnologie digitali (e-commerce e digitalizzazione delle imprese). Anche secondo altre statistiche rilevanti, come quelle sugli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) nella Figura 2, l’Italia si posiziona sotto la media europea.

Figura 2. Risorse umane e finanziarie dedicate a R&S. Italia nel riquadro rosso. Fonte: OECD, Main Science and Technology Indicators Database, July 2019.


Come sottolinea il CED, indicatori come il DESI mettono «in luce il “ritardo digitale” della nostra economia. Questo elemento si lega alle difficoltà strutturali, riscontrabili nel tendenziale scarso dinamismo dell’economia italiana rispetto alle principali economie avanzate, che si sono acuite a seguito della crisi esplosa nel 2008 con un significativo indebolimento della capacità produttiva, in particolare nel comparto manifatturiero».
Nonostante iniziative quali Industria 4.0 e Impresa 4.0, comunque insufficienti per sostenere un cambiamento strutturale dell’economia italiana, il CED osserva che i ritardi tecnologici accumulati, la recessione economica, e recentemente la contrazione ma anche le opportunità di digitalizzazione fornite dal COVID-19, rendono cruciale un piano per la trasformazione digitale.


2. Fattori abilitanti.

I fattori abilitanti che stimolano e supportano il progresso tecnologico sono sia tecnologici sia di sistema. Tra i fattori abilitanti di natura tecnologica, il CED evidenzia le infrastrutture digitali, il 5G, la banda larga e ultra-larga, ma anche aspetti regolatori e di cybersecurity. Alessandro Profumo, AD di Leonardo, ha infatti sollevato la questione del cybercrime, osservando come sia aumentata la superficie di attività che possa essere attaccata da cybercriminali, concludendo che «quindi occorre ripensare la sicurezza digitale».

Tra i fattori abilitanti di sistema vi sono la cultura digitale e le competenze digitali, che devono assorbire le nuove tecnologie in tutti gli strati della società e dell’economia: cittadini, imprese e organizzazioni varie, e settore pubblico.
Come ha sottolineato Elisabetta Ripa, AD di Open Fiber, «il COVID ha accelerato tutti i processi e ci troviamo oggi di fronte alla necessità di dotare il Paese in modo rapido ed efficace di una infrastruttura abilitante per la rivoluzione digitale». Inoltre Claudio Descalzi, AD di ENI, ha evidenziato come con una cultura digitale d’impresa «Nel giro di qualche ora a fine febbraio circa 21 mila postazioni sono passate in smart working. Quasi tutta la parte operativa è digitalizzata e questo ci ha permesso di garantire la continuità operativa e l’integrità di tutti gli asset. Il COVID ci ha consentito di sperimentare tutte le nostre potenzialità digitali».

Per orientare e sostenere questo processo, il Libro Bianco suggerisce di costituire una Strategy Room «autorevole, manageriale e orientata ai mercati» e coordinare un sistema di imprese e ministeri – tra cui le grandi imprese che hanno supportato il Libro Bianco come ENEL, Leonardo, TIM, e varie altre – e sfruttare il potenziale della Cassa Depositi e Prestiti, pur rimanendo nelle logiche di mercato.


3. Fattori tecnologici.

Il Libro Bianco considera diverse tecnologie che potranno supportare lo sviluppo economico italiano. Le infrastrutture di rete, 5G e reti VHC (Very High Capacity) sono fondamentali per la competitività delle imprese. La recente esperienza di restrizione dell’attività economica tradizionale ha reso evidente la necessità di infrastrutture di rete performanti, affidabili e capillari. Una rete performante e capillare, non soggetta a congestioni del traffico, è in linea con gli obiettivi europei della Gigabit Society per quanto riguarda i termini delle prestazioni garantite. Tali sviluppi, passata la pandemia, saranno comunque fondamentali per nuovi modelli di digital transformation in imprese, città, e così via. L’obiettivo strategico per il 2025 della Commissione Europea è che «tutte le famiglie europee, nelle aree rurali e in quelle urbane, avranno accesso a connettività Internet che offra un downlink di almeno 100 Mbps, potenziabile a velocità Gigabit».
Secondo stime riportate dal CED, entro il 2035 l’economia abilitata dal 5G varrà nel mondo 12 trilioni di dollari e per gli operatori si prevede una crescita dei ricavi del 36% entro il 2026.

Un altro asset importante in un’economia digitale sono i big data, un intangible asset definito come il nuovo petrolio, così come i suoi professionisti – statistici, data scientist e data analyst – sono stati definiti lavorativamente “sexy” da Hal Varian, Chief Economist di Google e professore emerito alla UC Berkeley. Al fine di sviluppare l’uso e lo sfruttamento dei big data, il Libro Bianco suggerisce di incrementare la trasparenza, l’accessibilità dei dati e l’interoperabilità tra piattaforme, così che da un più vasto scambio di informazioni si possano ricavare più dati e di miglior qualità. Un altro punto evidenziato dal CED è l’importanza di contrastare la realizzazione di posizioni dominanti nel mercato dei dati.

Ponendo ora l’attenzione alle competenze digitali e, più in generale, tecnologiche dei cittadini, è importante rendere i sistemi d’istruzione idonei al tempo delle tecnologie digitali. Diversi analisti sottolineano l’importanza di un’introduzione efficace nelle scuole superiori ai linguaggi di tali tecnologie, ad esempio la programmazione e il calcolo delle probabilità e la statistica, quasi sempre abbandonate negli insegnamenti. A un livello superiore, negli studi universitari, il riferimento è alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Tuttavia, anche al di fuori del classico contesto scolastico, è fondamentale sostenere programmi di istruzione continua (lifelong learning) nelle imprese, in modo da evitare l’obsolescenza delle abilità dei cittadini, e nella società più in generale.

Numerosi altri suggerimenti del CED intervengono poi in ambiti cruciali quali la cybersecurity, l’Intelligenza Artificiale, l’Internet of Things, eccetera.


4. Fattori sociali: cittadini, abitudini, problematiche.

La pervasività delle tecnologie digitali è ormai chiara a tutti, a maggior ragione a seguito del lockdown e della riconversione di numerose attività in chiave digitale. Ciò, in vari casi, è accaduto partendo da una posizione di svantaggio rispetto agli altri paesi: ad esempio, gli italiani che nel 2019 hanno fatto acquisti online sono circa il 38%, contro una media UE del 63%, e l’utilizzo dell’internet banking in Italia coinvolge il 34% dei cittadini contro il 54% della media europea. L’indice DESI per l’Italia mostra appunto gravi problematiche nel capitale umano digitale, ossia nelle competenze digitali dei cittadini, e nell’utilizzo di internet.

Un problema fondamentale, collegandoci con l’emergenza sanitaria e le restrizioni sociali, è quello dell’esclusione. Il Libro Bianco osserva che «Non tutta la popolazione è infatti in grado di beneficiare allo stesso modo di servizi e prodotti offerti dalle nuove piattaforme. Questa esclusione taglia in due l’Italia in senso geografico (ampliando i divari tra nord e sud, tra città e aree interne), sociale (non tutti sono in grado di acquistare gli strumenti per accedere alle connessioni e alle tecnologie e non tutti hanno le competenze per farlo), generazionale (la penetrazione tra gli anziani è ancora molto bassa) e, infine, di genere (spesso il digitale amplifica, invece di ridurle, le diseguaglianze tra donne e uomini)». Secondo l’Istat, il 38% delle famiglie italiane non possiede un computer o un tablet a casa, dato che arriva al 46% in Calabria e al 44,4% in Sicilia.

Una dimensione rilevante per il progresso tecnologico è lo sviluppo delle smart city e dell’insieme di pratiche e strategie di pianificazione urbanistica per ottimizzare e innovare i servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita, sfruttando le nuove tecnologie della comunicazione per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Figura 3. Spesa mondiale per progetti di smart city suddivisi per ambito (2019-2025). Fonte: elaborazione CED su dati Statista (2020d).

Il suggerimento del Libro Bianco è appunto quello di «Promuovere politiche che favoriscano la transizione smart delle città favorendo, in modo particolare, le innovazioni che possono accrescere l’efficienza dei servizi pubblici, ridurre l’impatto ambientale delle attività produttive ed accrescere il livello di sicurezza complessivo delle città». Iniziative che preferibilmente possano anche ridurre l’impatto ambientale delle attività cittadine e che sfruttino l’Internet of Things (IoT) a beneficio dei cittadini.


5. Le imprese e le tecnologie digitali.

Il Libro Bianco, in merito al progresso tecnologico nelle imprese, sostiene che «Occorre attuare adeguate strategie per massimizzare il ritorno dei programmi pubblici per la ricerca e l’innovazione in campo digitale, […] da un lato evitare una eccessiva frammentazione delle risorse, focalizzando quindi i finanziamenti attorno a progetti di grandi dimensioni capaci di generare elevati effetti di spillover su tutta la filiera produttiva; dall’altro aumentare il ritorno derivante dalla partecipazione italiana ai programmi europei specifici. In tale contesto potrebbe essere sviluppato un grande programma europeo che conduca alla creazione di una piattaforma industriale europea capace di cogliere tutti i benefici di scala derivanti dalla digitalizzazione dei processi produttivi, in grado di rafforzare l’indipendenza, la competitività e la sostenibilità della manifattura europea».
È cruciale massimizzare una cooperazione tra pubblico e privati, ossia tra università, enti di ricerca e imprese, con una cooperazione volta a far rete e costituire network di imprese che possano sfruttare economie di scala e condividere la conoscenza. Il CED suggerisce di potenziare i competence center e gli innovation hub per accrescere le potenzialità di partnership pubblico-privati e gli investimenti in ricerca e sviluppo. Inoltre, per evitare che le piccole e medie imprese siano escluse dai benefici dell’economia digitale, il CED osserva che è necessario adottare misure per supportare l’adozione delle recenti tecnologie anche da parte delle PMI.


6. Il settore pubblico alle prese con la digitalizzazione.

Per approfondire il tema della strategia informatica della pubblica amministrazione, rimandiamo il lettore alla live di AlterThink con Stefano Quintarelli, Presidente del Comitato d’Indirizzo dell’Agenzia per l’Italia digitale, al seguente link: https://www.facebook.com/AlterThinkAT/videos/1953669641431251/; e all’articolo esaustivo di Stefano Quintarelli e Paolo Coppola: https://copernicani.it/blog/2020/06/15/una-riflessione-sulla-strategia-informatica-della-pa-e-otto-tesi/.


7. Conclusione. Il confine tra Stato e mercato.

Il Libro Bianco fa più volte riferimento a un patto pubblico-privato, come ha anche sottolineato Luigi Gubitosi, AD di TIM.
Si può facilmente immaginare che, qualora la politica volesse considerare seriamente questi temi, il confine tra Stato e mercato sarà terreno di dibattito anche infiammato. Da un lato, una fazione – in periodo di crisi, apparentemente prevalente almeno nell’attuale maggioranza di governo – che riconosce l’importanza di aziende statali o partecipate (e di aziende nazionalizzabili) come motore della crescita economica, attraverso grandi piani d’investimento secondo l’idea di uno Stato imprenditore e innovatore, con progetti che non di rado richiamano anche a una “nuova IRI”.
Dall’altro lato, chi da posizioni più liberali sostiene che lo Stato dovrebbe limitarsi a fornire un’infrastruttura moderna e performante – possibilmente in partnership con privati – e un sistema di regole efficaci tanto nella tutela dei cittadini quanto nell’incentivo a investire, lasciando poi ai privati lo spazio per intraprendere una libera attività d’impresa e di innovare secondo le necessità e la domanda del mercato di riferimento.
Tra le due posizioni, vi è appunto un mix di pubblico e privato, che garantisca una ricerca scientifica e tecnologica all’avanguardia – pubblica e privata -, investimenti pubblici e privati, e la libertà di agire nel mercato. Libertà sia da uno Stato leviatano, sia da posizioni dominanti di aziende private.
Tale mix di Stato e mercato è necessariamente il risultato di scelte politiche – razionali oppure elettorali -, specifici interessi politici o aziendali, e di altre dinamiche economico-politiche su cui si dovrà discutere.

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