Metterò ancora lo smalto. Ma non tornerò in Italia

8 Febbraio 2022

Erano le 21:53 del 17 dicembre scorso. Lo ricordo perfettamente perché sblocco il telefono di continuo quando sono nervoso. Ero atterrato da qualche ora, breve tappa a Milano prima di rientrare per le festività invernali. Prendo la M3, o linea gialla, e in realtà dovevo fare solo poche fermate. Avevo in programma una pizza in centro con un’amica che non vedevo da mesi. E ad esser sinceri, anche una vera pizza non la vedevo da un bel po’.

Salgo, mi piazzo in un angolino, le porte si chiudono e si parte. Dopo qualche minuto, incrocio gli sguardi di un gruppo di ragazzi seduti difronte a me. Mi guardavano in modo strano, ridevano. Parlavano tra loro ma non riuscivo a sentire cosa stessero dicendo. Inizialmente non ci presto molta attenzione. Guardo altrove e torno ad ascoltare la mia playlist. Il loro sguardo fisso, però, continuava a tormentarmi. Non riuscivo a capire. Mi chiedo: ho qualcosa di strano addosso? In realtà ero vestito in modo abbastanza ordinario. Blu scuro, come sempre. 

Per caso poso lo sguardo sulla mia mano stretta intorno al sostegno della metro. Improvvisamente, tutto mi era chiaro: ero un maschio con lo smalto alle unghie. Un po’ di paura l’ho avuta in quel momento, lo ammetto. Ho sentito il classico sudore freddo alla fronte e alla schiena. E anche un po’ di battito accelerato. In ogni caso, presto arriviamo alla fermata. Si alzano, mi spingono con una spallata mentre scendono e le porte si richiudono. 

Mi sono chiesto a lungo se scrivere questo articolo. Se avesse senso raccontare questa storia oppure no. Mi dicevo che, in fin dei conti, non mi era successo niente. E che raccontare questo episodio, se confrontato con la discriminazione che ancora in troppi subiscono ogni giorno, poteva sembrare riducente. Questa vicenda, tuttavia, mi ha fatto ricordare il motivo per cui ero appena sceso da un aereo. Perché, in altre parole, ho scelto di non vivere in Italia.

Tendiamo a pensare che il lavoro sia l’unica e determinante motivazione che possa spingere un ragazz* della mia età a fare le valigie e partire, come se stipendi bassi e scarsa qualità del lavoro siano gli unici elementi che soffocano la nostra generazione. Non è così. Almeno, non lo è stato per me. Mi son sempre detto che, se lo avessi davvero voluto, un buon lavoro lo avrei trovato anche in Italia. Con più fatica, certo. Magari dovendo fare il doppio della gavetta. E certamente con uno stipendio un po’ più modesto. Ma avrei potuto farlo. È la quotidianità di molti ragazzi e ragazze della mia generazione, d’altronde.

È la mia libertà, infatti, che mi ha fatto scegliere una capitale mille kilometri più a nord di dove sono nato. La libertà di essere me stesso, senza filtri, e di poter esprimere la mia personalità come meglio credo, senza dover temere il giudizio – o peggio, gli istinti di qualcuno. La libertà di mettermi lo smalto, se e quando mi va, continuando a camminare per strada serenamente. Tanto serenamente che, quando sono salito su quella Metro, di quello smalto mi ero completamente scordato. 

Ma ero in Italia. E non ero più libero allo stesso modo

Per questo – o meglio, nonostante tutto questo – io continuerò a mettere lo smalto. E continuerò a lottare per la libertà di tutte le persone, in qualunque parte del mondo esse si trovino. Ma non tornerò in Italia. Ci tornerò sempre, ma non per sempre. Perché la mia libertà, mi spiace, vale molto più di un espresso o di una buona pizza. 

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