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MODESTA: LA DONNA PIÙ BELLA MAI CONOSCIUTA

Uno sconclusionato tentativo informale di delineare la figura di Modesta, protagonista de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, per poi chiedersi: facciamo bene ad offenderci?

Modesta

Provate a immaginare una donna nella Sicilia di inizio Novecento. Già, è difficile non cedere a luoghi comuni: non può che uscirne una figura macchiettistica, grottesca, imbarazzante per chi la crea. Tutte queste figure stereotipate: Modesta le è tutte e non ne è alcuna. Custode di sapienza popolare e insieme sincera sdoganatrice dei tabù e dei ruoli sociali costituiti. Ed era esattamente questa l’intenzione dell’autrice: Sapienza riesce con coscienza a rendere narrativamente una persona nella sua totalità, senza mutilazioni; sempre e necessariamente in parte imprevedibile al lettore, proprio in quanto persona, autonoma e non stereotipo.

In quasi ogni recensione del libro Modesta viene descritta come un personaggio vivo, vibrante, una persona in carne ed ossa. Ed è proprio questa sua complessità a colpire maggiormente: lei sorprende il lettore, non è mai scontata, ma senza risultare incomprensibile. Questa è, a mio modesto avviso, una dote di cui pochi personaggi godono nella storia della letteratura. Immagino anche alcuni protagonisti di Dostoevskij: meravigliosi, accattivanti e sorprendenti, ma spesso distanti. Modesta invece è lì, vicino alle scelte e ai comportamenti che quotidianamente ci si pongono davanti. Stesse domande, domande semplici quanto profonde, a cui lei risponde con giudizio e sensibilità.

Un’infinità di questioni vengono affrontate: dall’omosessualità alla lotta politica, all’educazione dei figli e all’amore. Di volta in volta Modesta indubbiamente propone un punto di vista profondo, asciutto e meditato. Ciò nonostante, non si erge mai a supereroina, a grande filosofa, a modello, a conoscitrice del mondo. Anzi più di una volta tentenna, sbaglia; tuttavia vederla fare i conti con i suoi stessi errori diventa altrettanto interessante e commovente.

Offendersi è pregiudizio

Finita questa sincera fellatio, volevo prendere in considerazione questo dialogo tra Modesta e il figlio Jacopo.

– È cattiva quella donna, mamma.

– Che mi vuoi dire, Jacopo?

– È così orribile!

– C’è dell’altro?

– Ha detto che sei una puttana.

– Bene! Brava Inès, ho paura che per quanto mi sia simpatica tu abbia ragione nel dire che un po’ cattiva è.

– E non t’offendi?

– E di che? Ho mai posato a santarella con voi?

– No!

– E allora? Si vede che per lei una donna normale è una puttana. Che ti devo dire? O ti fa soffrire perché l’hai sentito anche da altri?

– Ma che dici! Gli altri criticano, certo, c’è chi dice che sei un’eccentrica. Gli amici di Prando dicono che sei una donna fatale.

– Sì, Greta Garbo…

– Ma come è possibile che non ti sei offesa, mamma?

– Offendersi è pregiudizio, oh! Tutti che s’offendono! Sto cercando di capire perché te l’ha detto.

– Perché lo pensa,

– Che lo pensi lei o gli altri non me ne importa un fico secco. Tutti pensano e hanno il diritto di pensare come vogliono. Ma che scema! Siamo due scemi, Jacopo!

– Perché?

– Ma sì, l’ha detto perché […]

L’arte della gioia, Goliarda Sapienza, Einaudi, 2008, p. 398.

Offendersi è pregiudizio: non ci avevo mai pensato, e sinceramente non credo di aver davvero compreso quello che intenda. Prima di leggerlo, avrei detto che offendersi fosse quasi un diritto. Perché no? D’altronde non può che stare a me decidere se qualcosa urta o meno la mia persona. Eppure le parole di Modesta sono di altro avviso.

I suggerimenti di Modesta

Il punto, e correggetemi se sbaglio, non è tanto se l’altro abbia voluto o meno offenderci; difatti nel passo sopra riportato l’altra donna «un po’ cattiva è». L’uso e il significato delle parole ci danno la possibilità di capire se l’altro abbia o meno intenzione di offendere.

Così credo che il pregiudizio di cui parla sia invece in primis quello verso noi stessi. Per offendersi si deve credere che l’offesa fattaci non ci rappresenti, non ci descriva. Questo può avvenire soltanto se consideriamo il nostro punto di vista su noi stessi come privilegiato rispetto a quello degli altri che ci osservano dall’esterno. Ed è proprio qui che Modesta dice di no: proprio in quanto punti di vista differenti, autonomi, non se ne può elegger uno come privilegiato. Interno ed esterno coesistono, e non rimane che cogliere la ricchezza di tenerli entrambi in considerazione.

Alcuni potrebbero criticare che siccome l’altro in questo caso voleva offenderci, allora le sue parole saranno certamente false, menzognere e inventate. Ma questo è un ulteriore errore pregiudizievole. L’altro potrebbe averci rivelato delle parole che considera vere da tempo, ma lo avrebbe fatto soltanto ora per ferirci in questa circostanza. E di nuovo, Modesta c’è d’esempio assumendo quello che potremmo definire Principio di carità: afferma che l’altra donna la considera veramente una puttana, e che non sia soltanto un attacco con parole vuote e non veritiere.

Chiudo

Così quando ci si offende il pregiudizio è doppio: verso la considerazione tanto di noi stessi quanto delle parole e intenzioni altrui. Dunque non bisogna cedere alla tentazione di offendersi, ma al contrario attivarsi per capire il punto di vista altrui. Solo in questo modo potremo capirci qualcosa. Non sono certo di aver compreso ma ringrazio Modesta e Goliarda per lo stimolo.

Giovanni Duca

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