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“GEMELLI”, L’AUTOAFFERMAZIONE DI ERNIA

La mattina del 19 giugno mi sono svegliato con l’impellente bisogno di accelerare la mia routine quotidiana: risveglio traumatico da sveglia insistente, camminata zombie verso la moka, sigaretta che scandisce ogni singola azione, cuffie alle orecchie ed ascolto delle ”Nuove Uscite” su Spotify. Ma a differenza del solito, ero consapevole del fatto che non avrei vagato a tentoni nella playlist cercando qualcosa che catturasse la mia pancia e la mia testa: sapevo perfettamente da giorni cosa quel 19 giugno significasse. Il nuovo disco del Duca di Milano, di mr. Professione, il ritorno sulla scena di uno dei rapper che più nel tempo mi abbia convinto che ancora sia più possibile la ricerca di un liricismo di qualità indiscutibile. Il nuovo disco di Ernia.

Seguo Ernia da anni, ormai. Mi ha accompagnato durante tutti gli anni universitari, è stato sottofondo di serate in compagnia di persone che ho amato, motore di discussione con i miei più cari amici, compagno di bevute in solitudine e col tempo mi sono ritrovato a portarlo in quella cerchia di pochi artisti che stimo infinitamente e che mi ritrovo ad ascoltare maggiormente negli scampoli di tempo che dedico alla noia costruttiva come stimolo per migliorare le mie capacità di scrittura, prendendolo sempre come stimolo e punto di riferimento nel suo campo. Ma c’è sempre una considerazione che mi trovo perennemente a fare nei suoi riguardi: il primo ascolto non mi colpisce mai come mi aspetto a priori, e questo disco non ha fatto eccezione.

Pur riconoscendone immediatamente la clamorosa capacità come liricista e rimanendo estremamente colpito dalle sue punch line, lo ho dovuto ascoltare tre volte prima di arrivare alla conclusione che, ad oggi, ”Gemelli” sia l’uscita più significativa del 2020 nella scena rap italiana, un disco destinato a rimanere e ad avere il successo che merita assolutamente, malgrado la coraggiosa scelta di lanciarlo in un periodo che sconsigliava vivamente di farlo, data l’impossibilità di fare instore e senza la prospettiva immediata di avere un riscontro live dell’opera (sì, Covid, sto maledicendo proprio te).

Il primo pezzo della tracklist è ”Vivo”, incipit deciso ed affermazione cruda dell’esistenza artistica di Ernia. Come da lui stesso dichiarato, il disco è stato concepito dopo un periodo di apatia dell’artista, che faticava a trovare i brividi e le sensazioni necessarie per la condivisione col mondo dei propri pensieri e della propria arte. In questa traccia, si sentono chiaramente tutte le emozioni che rendono vivo l’individuo, elencate tramite un flusso di coscienza che unisce esperienze significative avvenute prima e dopo il successo, che hanno segnato il vissuto di Ernia, facendo percepire la rabbia di un ragazzo e il riscatto di un uomo, il tutto velato da una magnifica malinconia, che abbraccia il pezzo e trasmette l’idea di esistenza assoluta della figura artistica ed umana di Ernia.

E si arriva successivamente alla hit che verrà inflazionata nel corso dei prossimi mesi, ”Superclassico”, una ballad clamorosa, il racconto di tutte le sfumature di un rapporto dal primo innamoramento alla fine, in cui ci rivedremo in tutte le fasi della nostra vita, trovandoci a canticchiarla sovrappensiero nel corso della giornata e dedicheremo spesso a venti persone diverse nel corso degli anni, facendo sempre bella figura e risolvendo tutti i litigi con il partner. Grazie Ernia, salverai numerose relazioni e renderai più dolce il ricordo dei nostri e delle nostre ex.

Per chi come me è cresciuto con i Club Dogo, ”Puro Sinaloa” è emozione pura. I featuring di Tedua, Rkomi e Lazza sono le gemme con cui si decora magnificamente il beat di Don Joe, un viaggio fra feels passati e nuovi brividi, una strumentale iconica, il remake perfetto di un mostro sacro come ”Puro Bogotà”, citazioni che omaggiano il gruppo più importante della storia del rap italiano. Andiamo, devo davvero parlare ancora di questo pezzo? Seriamente? Non parla abbastanza da sé? Appunto.

”Morto Dentro” è il pezzo che ho dovuto ascoltare maggiormente per apprezzarlo appieno: il ritornello melodico, che tanto piace al pubblico italiano, inizialmente mi è sembrato troppo in contrasto con le strofe rappate, le quali sono sempre di livello altissimo, e persino il titolo mi risultava ossimorico rispetto a quello della prima canzone. Con il passare degli ascolti, però, il mix di delicatezza e autocelebrazione delle rime mi ha letteralmente conquistato, comprendendo il legame che esiste fra il ”morto dentro” ed il ”vivo”, due anime che coesistono, due facce della stessa medaglia, l’una l’evoluzione dell’altra, due gemelli, come da titolo del disco.

Portare Fibra all’interno del tuo disco e non venirne eclissato è l’ennesima prova, qualora ce ne fosse bisogno, della qualità enorme della penna di Ernia. ”Non Me Ne Frega Un Cazzo” è un pezzo squisitamente rap, dal beat allo stile, dalle punchline al ritornello, dall’esaltazione delle proprie capacità agli incastri, dall’ironia nei confronti della scena italiana che sfocia nella critica della società e del pubblico hip hop. Un pezzo riuscito ed una collaborazione pregna di significato per un ragazzo cresciuto ascoltando i titani del rap italiano: dopo Gué Pequeno, presente nell’album ”Come Uccidere Un Usignolo”, si aggiunge Fabri Fibra. Attendo solo Marracash nei prossimi progetti, non deludermi.

Con ”Ferma A Guardare” si torna al pezzo love, il secondo del disco dopo ”Superclassico”, ma sotto una diversa prospettiva. Ernia si mette a nudo, raccontando una relazione in cui la causa del dolore sei tu, non l’altra persona, specchiandosi nel dispiacere di aver causato sofferenza all’altra persona. Una prospettiva diversa, nella quale tutti ci possiamo rivedere, un’altra colonna sonora per le ore passate alla banchina dell’autobus alle tre di notte in compagnia di mezza birra e due sigarette dopo l’ennesima litigata di una storia d’amore destinata a spegnersi.

”MeryXSempre” è lo storytelling della periferia milanese vissuta da Ernia, la malinconia e la frustrazione di una generazione lasciata troppo spesso a se stessa dalla società che emerge nel contrasto fra i sabati nei negozi del centro, con la costante sensazione di essere fuoriluogo e i capodanni passati a brindare nei parcheggi, sentendosi sempre non abbastanza e sognando di scappare dalla noia delle panchine, il perfetto ritratto di coloro che si trovano ai margini, con la voglia di riscatto, l’affetto per la bontà della povertà e la disillusione verso la politica, il tutto condito da un ritornello del giovane rapper milanese Shiva, che aiuta a spezzare senza però annacquare il messaggio del pezzo.

”U2”. ”Degli U2 io sono Bono”. L’attacco parla da solo. Per citare Gué Pequeno, ”sofisticata ignoranza”. Descriverlo sarebbe inutilmente didascalico e verboso. Se volete sentirvi arroganti ma con tatto, ascoltatela almeno otto volte la mattina ed otto la sera.

Rara foto di Bono Vox poco prima di Live Aid, Londra, 1985

La collaborazione con Luchè, ”Pensavo Di Ucciderti”, riporta le emozioni opposte che coesistono alla fine di un rapporto di amicizia particolarmente importante. L’odio che si infiltra nelle memorie più dolci, il rancore impossibile da cacciare, le cicatrici indelebili. La rabbia è percepibile dalle rime di Ernia, che trovano completamento nella strofa dell’artista napoletano fra i più importanti del panorama hip hop italiano, che offre una visione sullo stesso tema ma in una situazione diversa, due amici che insieme sono riusciti ad emergere ma, arrivati in cima, non hanno saputo risolvere i demoni che ogni persona si porta dentro, rovinando un amore fraterno, che esiste solo nel vissuto dell’uomo e nell’inchiostro dell’artista.

Il disco si accinge alla chiusura con ”Cigni” dove Ernia, sulla meravigliosa strumentale di Marz e Zef, illustra un’altra volta il percorso caratterizzato da un periodo di apatia dell’artista, che cerca di comunicare la sofferenza che tale stato d’animo gli procura, che gli rende difficile lasciarsi andare alle emozioni, facendo soffrire coloro che non lo meriterebbero e se stesso, la sofferenza della bellezza.

Il disco si accinge a finire con un urlo, un inno al sentirsi inadeguati, ”Fuoriluogo”, che presenta la strofa della giovanissima Madame, ormai certezza all’interno del panorama musicale, matura artisticamente nonostante l’età. Un incontro fra due artisti di due generazioni diverse, ma unite dalla rabbia nel non trovare il proprio posto nel mondo. Le esperienze di vita e le conseguenti emozioni scaturite portano l’ascoltatore all’interno del malessere dell’autore in modo delicato ed Ernia si dimostra ancora una volta estremamente abile nel penetrare la corazza con cui ognuno di noi si difende dal mondo esterno, portandoci nei sentieri dell’introspezione senza però mai risultare pedante, grazie alle linee melodiche aperte del ritornello e alla scrittura estremamente secca ed incisiva.

”Gemelli” si chiude con ”Bugie”, una lista di menzogne dalle quali siamo quotidianamente circondati, che celano spesso la reale natura delle dinamiche interpersonali e generali, tenendo ad indorare la quotidianità ed arrivando ad una gara a chi la spara più grossa, fenomeno spesso presente nei mass media, nella quotidianità ed anche, come ben noto, nella scena hip hop italiana.

Ernia è tornato. E la sua autoaffermazione è quanto di più necessario nel panorama musicale italiano: questo è l’ennesimo indizio su come l’evoluzione del rap in Italia, genere che ormai monopolizza le classifiche e rappresenta la più grande realtà all’interno dell’industria musicale, sia diventata necessaria ed inevitabile, come già aveva fatto intuire ”Persona” di Marracash, disco che in breve tempo è diventato una pietra miliare di genere e non solo. Dopo anni di tendenza alla sonorità a tutti i costi, anche a discapito della qualità della scrittura, il Duca di Milano dimostra come sia possibile creare un’opera che, pur risultando estremamente piacevole all’orecchio, possa trasmettere emozioni a più livelli, offrire numerosi spunti di riflessione e svecchiare il concetto di ”alto liricismo”, senza incappare nella pesantezza o nell’enciclopedico. L’introspezione si coglie in ogni pezzo, emerge il percorso di uomo e di artista intrapreso fra le incertezze, i successi ed i fallimenti, che convergono in questo disco per certificare la assoluta maturità umana ed artistica di Ernia, che ad oggi è indiscutibilmente uno degli artisti più importanti e meritevoli della scena rap italiana. ”Gemelli” è un disco assolutamente rap, nudo e crudo, con delle piacevoli parentesi melodiche, destinato a rimanere per ben più tempo delle tre settimane in classifica, ma maturerà nel tempo e rimarrà sicuramente un punto di riferimento che porterà gli artisti più giovani a migliorare e scrivere tenendo come riferimento il livello altissimo raggiunto da ”Gemelli” in tutte le sue sfaccettature, sia nelle sue sfumature conscious, sia in quelle più concentrate sulla celebrazione dell’ego, elemento quest’ultimo spesso non capito appieno dal pubblico mainstream. Ernia insegna come uscire dalla difficoltà dell’essere artisti, tramutando il dolore che annichilisce in stimolo creativo ed occasione per diventare uomini migliori. E un’altra volta, si può con tranquillità affermare che ”Milano non ha un rapper, ha un Duca”.

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