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PAGLIACCI

La vera storia di una gabbana d’istrioni

Sarebbe un errore pensare, come per molti lavori prima di “Pagliacci”, che quel che si vede in scena non possa essere materia di vita. Ci tiene a specificarlo subito, Ruggero Leoncavallo, per evitare equivoci. Il pubblico in sala deve saperlo. “Egli ha per massima sol che l’artista è un uom e che per gli uomini scrivere ei deve, ed al vero ispiravasi”. Non è certo il primo a comporre un’opera dichiaratamente verista. Ma è l’unico a inserirne il manifesto, dopo averne di fatto curato la stesura, in un libretto. Andiam, incominciamo!

Luciano Pavarotti in una produzione di “Pagliacci”

L’ESORDIO

21 maggio 1892, Teatro Dal Verme, Milano. Pieno momento di gloria del linguaggio Verista, sbocciato da quel Verga, e da quella sua novella a titolo “Nedda”, che ispireranno il nome della protagonista programmatica femminile e il successo di Pagliacci. Le trame altamente tensive, la uguale e bilanciata presenza degli elementi orchestrali e vocali, lo spettro più ampio di esperienze umane, rispetto alla controparte letteraria, dell’opera Verista tenevano banco in tutt’Europa. Per non parlare dello spiccato senso melodico, quasi da far sognare, e dell’influenza, nettamente tangibile, del teatro di prosa.

Da quell’esperienza della “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni del 1889 era emerso chiaramente che, al contrario di quanto sosteneva Gabriele d’Annunzio, il melodramma avesse ancora molto da dare. Le platee continuavano a far registrare “tutto esaurito”, le ovazioni duravano decine di minuti.

Ci mise ben poco Leoncavallo a restare folgorato dall’esperienza mascagnana e a volerci investire anch’egli tempo ed energie. Sulle orme del faro per eccellenza dell’esperienza musicale di quel momento storico, Richard Wagner, e della sua arte totale, il compositore napoletano plasmò musica e scene, libretto e partitura.

Dopo un rifiuto di Ricordi (sono ancora lì a mangiarsi le mani, credo…), si trovò in Edoardo Sonzogno un acquirente più che ben disposto. Addirittura al buio avvenne la scrittura degli accordi, nel senso che l’editore era andato sulla fiducia, e nemmeno aveva visionato l’opera.

Il successo fu debordante, e perdura ancora oggi. Dell’opera, del compositore e della direzione, di quell’allora giovanissimo Arturo Toscanini che sarebbe poi diventato un gigante della storia della bacchetta. La registrazione di Enrico Caruso dell’aria più celebre di “Pagliacci”, “Vesti la giubba”, divenne addirittura il primo disco della storia a raggiungere il milione di copie vendute nel mondo.

Arturo Toscanini

LA NATURA

Atto unico. Diverranno poi due in extremis, alla prova generale. “Troppo lungo quell’atto, per essere il solo”, dicevano.

Classica unità Aristotelica, dove non cambiano luogo, spazio e tempo. Un villaggio rurale del Sud, una vicenda dei bassifondi, in cui scorre il sangue, dominano istinti e pulsioni e si infervorano gli animi. Un linguaggio estremo, vario, vero. Tanto aulico e pomposo nei momenti solenni quanto, al bisogno, acre e tremendo.

Un’orchestra dalla presenza ambivalente, che sfrutta le caratteristiche degli archi per disegnare un fraseggio melodico che accompagna le scene più morbide, e quelle degli ottoni per aggiungere gravezza all’incupimento delle vicende.

Un connubio di testi, vicende a palcoscenico e musiche, infine, parecchio complesso in molti punti, e che rende la vita di certo non facile al direttore. Una ricetta sicuramente intrigante da preparare, ma dall’indubbio gusto finale.

I PERSONAGGI

Una gabbia di mostri dipinge Leoncavallo. Un’arena di gladiatori a metà, né completamente sinistri, né del tutto positivi. La perfetta dimostrazione del fatto che la personalità di chiunque sia sempre messa a dura prova dalle vicende cui sia soggetta. Molto Verdiano, come pensiero.

Una protagonista che non vuole sostituire un vecchio amore per uno nuovo per desiderio di libertà, ma solo di pace, e per giunta fastidiosamente sarcastica ed ingrata. Uno spasimante deforme, ma pur con un cuore, che ugualmente alla fine macchia scelleratemente la sua presunta innocenza in seguito ad un rifiuto. Un gobbo di Notre Dame, ma senza la parte eroica, dunque. Un marito che fa ridere di mestiere, ma terminata la commedia diviene collerico, un pericolo per chi lo circonda, un assassino. Un narratore, che vero personaggio è, che parla a tratti via note e a tratti manifestatamente, nei suoi personaggi.

Una cerchia che include anche un’entità astratta, il famoso Prologo, che uomo non è, ma da un uomo è interpretato, e che canta le intenzioni dell’autore e del contesto storico all’interno di cui si muove. E’ un microcosmo, “Pagliacci”, con una varietà impressionante.

Patricia Racette nel ruolo di Nedda

VERITA’ O FINZIONE?

La vera domanda che non smette mai di incuriosire nel corso dell’intera rappresentazione. Da principio è il Prologo a sostenere che sia tutto vero quel che si vedrà. Al termine è Canio a sentenziare, macchiato del sangue di Nedda e Silvio: “La commedia è finita!”. Al centro si trova un susseguirsi di esperienze ed illusioni. “Recitar, mentre preso dal delirio non so più quel che dico né quel che faccio!”, rantola Canio in preda alla rabbia.

Leoncavallo gioca con la percezione dell’osservatore. Inserisce più livelli di narrazione, imbastisce addirittura una commedia dentro la commedia, per giunta con gli stessi, identici ruoli e le stesse, identiche vicende della vita reale. La vita è teatro? Il teatro è vita?

Esiste un noto sonetto di Gigi Proietti, che sul teatro recita così:

Viva er teatro, dove tutto è finto,
ma niente c’è de farzo, e questo è vero,
e tu lo sai da prima se s’è tinto,
Otello er moro,oppuramente è nero,

nessun attore vero vo’ fa crede
spignenno forte sull’intonazione,
che è tutto vero quello che se vede,
lui vole fa’ capi’ che è na finzione,

se je tocca morì sopra le scene
è vero che nun more veramente,
senno’ che morirebbe cosi’ bene?

capisci si com’è? Famme er piacere,
se morisse de morte veramente,
nun potrebbe morì tutte le sere.

Se soltanto il buon Gigi avesse scritto questa perla al tempo di Leoncavallo, sono certo che tra i due sarebbe nata una discussione più che interessante.

Pagliacci è un’esperienza da provare una volta nella vita, anche da chi non sia amante dell’opera. E’ una piccola perla tutta italiana con una grande potenza emozionale. Suggerisco di ascoltarlo, il famoso Prologo, giusto per assaggiare il tutto e rendersi conto in pochi minuti di cosa possiamo incontrare.

Va detto, se vi aspettate di ridere non fa per voi. Di “pagliacciate” non se ne trovano. Se invece è qualcosa di vero che vi interessa, beh… su il sipario!

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