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QUESTA POLITICA CHE SEMBRA ODIARE LA SCUOLA

Oltre alla crisi sanitaria ed economica, il virus ha riportato alla luce lo spettro dell’emergenza culturale, legata a doppio filo con la politica. E ora sta alla classe dirigente dimostrare che non odia la scuola.

Un’epidemia silenziosa

È solo una questione di tempo, dicono gli esperti, prima che in Italia esploda l’emergenza economica dovuta alla pandemia del COVID19; basta aspettare la fine del blocco dei licenziamenti e lo stop alla cassa integrazione perché si scoperchi il vaso di Pandora. Oltre a questo, a settembre, con la riapertura delle scuole, il Belpaese sarà costretto a fare i conti con un suo scheletro nell’armadio, un fantasma che lo tormenta da anni: l’emergenza culturale. Ignorata da tutti fino alla Fase 2, in cui si cominciava a parlare di riaperture, è invece pericolosissima e non può essere sottovalutata, i dati lo dimostrano: siamo agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, le infrastrutture scolastiche in molti casi cadono a pezzi e primeggiamo (in negativo) per il tasso di analfabetismo funzionale. E la politica, di fronte a questi dati, cosa fa?

Vent’anni di reclusione

Davanti a questi dati sconfortanti la classe dirigente per vent’anni non ha agito e tuttora persevera nell’immobilismo. Sono pochi i governi che hanno deciso di apportare delle modifiche al sistema scolastico, e quasi nessuno è riuscito ad andare nel giusta direzione: dalla controversa riforma Gelmini del 2008, uno dei provvedimenti più contestati del quarto esecutivo di Silvio Berlusconi, all’introduzione dell’educazione civica, provvedimento di bandiera del Conte I che prevedeva l’istituzione di una nuova materia senza però alcun finanziamento. Ma la riforma più discussa degli ultimi anni è senz’altro la Buona Scuola di Matteo Renzi e dell’allora ministro dell’Istruzione Stefania Giannini (PD, ex Scelta Civica): se da un lato ha messo in campo nuove risorse, dall’altro ha messo in difficoltà molti alunni e insegnanti con la figura del Preside manager e con l’alternanza scuola lavoro, strutturata male secondo molti esperti. Anche in questo caso la politica fa un passo avanti e due indietro.

L’errore lo fa anche l’elettore

Da sempre l’arte della politica nasce per rispondere alle esigenze della gente: se gli argomenti egemoni nel dibattito italiano sono tasse, lavoro e immigrazione, è difficile infilarci dentro temi più di nicchia; la nostra classe dirigente si é quindi adattata alle esigenze primarie dei cittadini, mettendo al primo posto i temi più discussi e accantonando quelli meno importanti, anche se questi ultimi sono universali e condizionano pesantemente ogni azione della nostra vita pubblica: parliamo quindi, tra gli altri, di sanità, ambiente e, ovviamente, di istruzione. La politica semplicemente si adegua all’elettorato. L’errore quindi é anche dell’elettore, perché é quasi paradossale che la scuola sia tra le priorità delle famiglie italiane, ma in realtà non c’è molto interessamento nel vedere cosa propone la politica su questo tema.

Questa ossessione per i banchi a rotelle

La scuola e la cultura sono quindi tornati un argomento di estrema attualità per la questione della riapertura delle scuole a settembre. Ma, come al solito, ci si perde in piccoli e irrilevanti dettagli: il dibattito tra politici ed esperti si é infatti concentrato, in maniera molto particolare, sull’acquisto dei famigerati banchi a rotelle. C’è chi dice che sono uno spreco, c’è chi dice che servono, c’è chi critica l’appalto, c’è chi dice che non arriveranno mai e così via… Ma proviamo a concentrarci sulla questione in sé, accantonando per un attimo le opinioni personali: si discute dell’acquisto di un milione di banchi nuovi per rispettare il distanziamento in aule già di per sé piccole e che non rispettano quasi nessuna regola di sicurezza, specialmente nelle grandi città, dove ci sono molti problemi di questo genere, con aule dove convivono anche più di trenta alunni. Come si può ben capire, é inutile concentrarsi sull’acquisto di questi banchi se prima non si riesce a far rispettare le distanze.

Lezioni di opportunismo

C’è da dire però, che é durante il lockdown che é “magicamente” riaffiorato il tema della scuola, purtroppo non nel giusto senso: a fine marzo l’ex premier e leader di Italia Viva Matteo Renzi ha fissato come priorità principale la riapertura delle scuole. E fin qua tutto bene; l’unico problema é che Renzi proponeva di riaprirle a maggio, quando ancora l’Italia primeggiava nel mondo per numero di morti e immagini terrificanti (come i furgoni dell’esercito a Bergamo) ci facevano capire la gravità della situazione. Quando la ministra Azzolina ha poi annunciato, tra mille titubanze, le linee guida per tornare a scuola, il leader della Lega Matteo Salvini, che quasi mai prima di allora aveva dato attenzione a questo argomento (nonostante nel Conte I la Lega avesse il ministero dell’Istruzione), ha cominciato a cavalcare l’onda di disprezzo nei confronti di una confusa ministra e, per recuperare un po’ dell’elettorato perso durante il lockdown, ha fatto diversi post riguardanti la scuola e ha manifestato contro la Azzolina. I due Mattei, molto diversi tra loro, hanno avuto in comune in questo periodo l’interessamento al tema, ma l’hanno usato entrambi per ragioni elettorali (promettendo inoltre diversi milioni alle scuole paritarie, altro tema controverso in cui però stranamente entrambi sono totalmente concordanti). Questo opportunismo dimostra che in fondo quasi nessun politico ha a cuore il futuro di 4 milioni di studenti e di tanti alunni che entreranno presto nelle aule.

O impari a gestire il progresso o ti gestisce lui

Il problema culturale é quindi insito nella nostra mentalità e l’Europa in questo caso non ha previsto un Recovery Plan per salvarci. L’unica soluzione, paradossalmente, é anche l’origine del problema: la politica deve cominciare a capire e conoscere il progresso, per poi imparare a gestirlo. La scuola è il luogo per eccellenza del progresso, in cui si impara, si conosce e ci si fanno delle domande; è il luogo in cui il cittadino comincia a sviluppare una coscienza critica e a ragionare di testa propria. Senza una nostra opinione e la consapevolezza di ciò che ci circonda, è facile che il progresso impatti violentemente su di noi, lasciandoci scombussolati e confusi, facendo sì che ci si rifugi nella comfort zone. Allora è il caso che da questa emergenza scaturisca una presa di coscienza della nostra classe dirigente affinché si gettino le basi per costruire un risveglio della cultura italiana, ma soprattutto dimostrando che forse non è vero che la politica odia la scuola.

7 Comments

  1. Ben scritto. Un’analisi lucida. Ci vuole la semplice chiarezza di idee di un ragazzo per affermare ciò che tanto giornalisti evitano di scrivere. Bravo!

  2. Complimenti! Davvero un ottimo articolo e un’analisi così attenta e sentita da chi la scuola la vive con grande consapevolezza!

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