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NE USCIREMO MIGLIORI?

La pandemia ci ha posto una nuova Grundfrage, la heideggeriana domanda metafisca radicale, che ha segnato l’ora più buia e scandirà il nascere della prima alba del mondo post stato d’emergenza: la Covid-19 ha già modificato o modificherà il nostro mondo, la nostra società, il nostro essere-con-gli-altri, la nostra soggettività?

La questione è, letteralmente, epocale. La tensione critica donataci da questo interrogativo è preziosa, e non deve essere smarrita in risposte che si barcamenano tra ingenue speranze e gridi d’angoscia: è bene allora tentare, nei limiti del possibile, un’analisi della Natura di questi cambiamenti. Perché sì, siamo tutti stati scalfiti: ma come, quanto?

Non è mia intenzione mostrare e dimostrare come questi mesi abbiano rammentato alle nostre svogliate menti alcune semplici lezioni che, più che di buon senso igienico, definirei da elementari (giusto per tenersi larghi): sfregare bene e a lungo le manine, dopo averle cosparse di sapone; si tossisce e starnutisce senza imitare il leone della MGM, ma coprendosi la bocca, possibilmente non con la mano: in tal caso si torna alla casella precedente. Espellere con forza particelle di saliva non è divertente e, quando possibile, mantenere la distanza di sicurezza dagli altri. Ma è chiaro che questi sono principi che diamo per scontato, poiché parte della valigetta del buon cittadino, giusto? Giusto.

Vi sono dunque dei temi più importanti, che abbiamo imparato a conoscere e ai quali eravamo meno avvezzi. Come quello riguardante l’impatto socioeconomico di una crisi (non vale aver seguito il corso di formazione del 2007 perché le cause sono esogene, a sto giro). E poi i sistemi di sorveglianza sociale in nome della sicurezza sanitaria, il dibattito tra keynesiani della domenica e liberali da divano. Oppure, ancora, quella sensazione di perenne allarme, delle prime uscite forzate, con la paura dell’infetto pronto ad assalirci non appena girato l’angolo, di uno stato di eccezione permanente. Il rimanere distanti da chi amiamo, siano essi famigliari, congiunti, amanti o disgiunti, come unico ed autentico atto di responsabilità. Abbiamo poi capito che la tecnologia digitale non è una parolaccia (live Quintarelli) e ci siamo sorpresi quando abbiamo scoperto che possiamo lavorare, amare ed odiare, godere, assistere ad un concerto, fare sport (non prendiamoci in giro, massimo per le prime 3 settimane), impastare e sfarinare chiusi sempre fra le solite quattro mura. Possiamo certamente aver imparato qualcosa, può certamente esserci del bene, anche se per mettere a tacere il Giorgio Agamben, l’apocalittico, che c’è in ognuno di noi si dovrà aspettare un po’.

Ma ancora: questi non sono che accidenti della Grundfrage e non determinano certo un Cambiamento. Il cuore del quesito è cosa accade oggi nel Mondo Pandemico, e quale sarà la condizione del Fondamento, del lógos, della ricerca della verità, dell’argomentazione, dell’universalità, malmenata e messa sotto stato d’accusa dalla cultura della decostruzione Novecentesca. Cosa ne sarà della domanda sul senso, cosa ne sarà della Filosofia, parimenti derisa e dichiarata fallita, morta, kaputt?

Sarebbe troppo facile tornare ad adagiarsi sull’inconvenienza del nascere, sull’assurdo del dolore, sugli allori dell’insignificanza dell’esistere. Cosa ci potrà dire la filosofia del cambiamento? Sarà lei stessa in grado di rinnovarsi? Quella filosofia che ha fallito, ingannando e ingannandosi, mancando d´effetto, essendo inadeguata. Rea d’aver sostituito il lógos con la doxa, ignorando deliberatamente l’ingombrante lezione di Nietzsche sull’inutilità e la pericolosità di invertire le dicotomie della tradizione, sostituendo l’oppressore all’oppresso, ma lasciando intatto il meccanismo o sistema duale, cioè nel caso in questione, limitandosi a sostituire la dittatura della ragione con la dittatura dell´opinione: indottrinata, ma seduttrice, gabbia d’acciaio ma sirena di libertà. La filosofia nell’era della postverità si è incoronata come contingente, locale, debole, e ha dichiarato la sua bancarotta, il suo essere strutturalmente inadatta a formulare, e legittimare, paradigmi di razionalità “universali” in grado di fornire un orientamento etico, sociale e politico. Non solo ha elevato l’opinione o, peggio, la menzogna al di sopra dell’obiettivo. Ci ha abbandonati dinnanzi all’impossibilità che “qualcosa” di vero, di reale, di fattuale possa esistere. E così, infine, anche la scienza e la medicina sono state descritte come patetiche, oppressive, illusorie, esse stesse finzioni, fonti di schiavitù e di orrori. Pertanto, il cambiamento sarà degno di tale nome solo se vi sarà una trasformazione radicale della società e della politica che parta dalla formulazione di un nuovo imperativo etico-morale, dal coraggio foucaultiano di essere parresiasti, dalla costruzione di una paideia contemporanea, da una rivoluzione etica e morale, individuale e collettiva, che rinnovi la tensione critica tra il sé e l’essere con gli altri.

Altrimenti il cambiamento, così abusato e sempre meno sostanziale, sarà ancora una volta poco meno di un’annunciata profezia: ingenua e fuorviante. Se saremo stati attenti alla lezione, le cose buone verranno da sé, senza necessità d’essere annunciate.

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