Incendi nel bacino del Mediterraneio (Algeria). Dati della missione Copernicus Sentinel, elaborati da Pierre Markuse / Flickr
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NUOVO RAPPORTO IPCC: IN FUTURO EVENTI ESTREMI PIÙ FREQUENTI E PIÙ INTENSI. E LA CAUSA SIAMO NOI

Il 9 Agosto è stata pubblicata la prima parte del rapporto di valutazione di IPCC sulle basi fisiche del cambiamento climatico: non possiamo più dubitare della responsabilità dell’uomo, che l’attribution science permette di quantificare sempre meglio.

Il sesto Rapporto di valutazione di IPCC (Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite) parla chiaro: è necessario agire immediatamente per abbattere le emissioni. Solo così si può evitare il peggio, dato dal superamento della soglia degli 1.5°C di aumento medio della temperatura globale entro il 2030. Secondo gli esperti, infatti, l’evidenza scientifica è ormai inequivocabile: il responsabile del cambiamento climatico è l’uomo e l’innalzamento delle temperature sta avendo già oggi effetti devastanti.

Le conseguenze dell’aumento di 1,1° C registrato nel periodo 2011–2020 rispetto ai valori pre-industriali (1850-1900) le stiamo vivendo proprio in questi giorni: inondazioni, ondate di calore, siccità e incendi incontrollati. E fin qui niente di nuovo. Era già noto che l’innalzamento delle temperature avrebbe avuto come risultato l’aumento sia dell’intensità che della frequenza di questi eventi meteorologici. Ma attenzione: solamente in media. Ciò significa che all’inizio del 2021 ci aspettavamo già di registrare un numero maggiore di fenomeni estremi rispetto al passato. Tuttavia, fino a pochi anni fa, osservando un singolo evento meteo, come ad esempio le ondate di calore di giugno in Canada e Stati Uniti, non saremmo stati in grado di determinarne chiaramente le cause.

Si tratta di un compito particolarmente difficile se si considera che questo genere di eventi può avere origine anche dalle naturali oscillazioni climatiche, ed è solo attraverso i metodi della cosiddetta “attribution science” che oggi è possibile distinguere il contributo antropico a singoli eventi meteorologici e climatici. Nel caso delle ondate di calore che hanno colpito il Nord America in giugno, i fisici del network internazionale World Weather Attribution hanno potuto affermare che il verificarsi di questo fenomeno sarebbe stato “virtualmente impossibile senza il cambiamento climatico indotto dall’uomo”. Applicando i più recenti metodi di simulazione e conducendo un’analisi dello storico delle osservazioni, infatti, è stato calcolato che il riscaldamento globale ha fatto in modo che proprio questo evento estremo, e quindi raro quasi per definizione, divenisse molto più frequente: se prima ce ne saremmo aspettato uno ogni mille anni, ora sarà necessario modificare il nostro stile di vita per prepararci ad osservarne uno una volta ogni 150 anni e, in aggiunta, anche più intenso (+2C° rispetto a ciò che sarebbe avvenuto nel periodo pre-industriale).

I progressi della attribution science e i suoi risultati a livello globale sono proprio una delle maggiori novità contenute nel rapporto IPCC, che la climatologa Friederike Otto, coautrice del report ed esperta di attribution studies, descrive così: “Tutte le regioni del mondo sono colpite da cambiamenti negli eventi estremi […] a causa del cambiamento climatico indotto dall’uomo”, che oggi sappiamo quantificare con maggiore precisione, come sintetizzato nel cosiddetto “hexagon plot” molto discusso in questi giorni.

L’interesse che questo tipo di studi ha per la società è evidente, date le conseguenze che questi cambiamenti nei pattern climatici e meteorologici hanno sugli ecosistemi e sull’economia, tanto che questo risultato del report è stato citato anche dalle più prestigiose riviste del settore. Per una discussione dettagliata degli impatti il documento fa riferimento alla seconda e la terza parte del rapporto, attese per il primo trimestre del 2022. Ma negli scorsi anni abbiamo già visto come i danni possono essere enormi: gli ultimi dati in materia, secondo il rapporto speciale del 2016, hanno permesso di individuare conseguenze negative sulla sicurezza alimentare e su molti ecosistemi terrestri, come anche un contributo alla desertificazione e al degrado dei suoli.

La situazione è quindi più che preoccupante. Tuttavia, queste recenti scoperte forniscono gli strumenti per quantificare i rischi grazie ad analisi a livello regionale, preparare adeguatamente piani di disaster recovery e soprattutto una evidente ragione per agire sulle cause. Il messaggio forse più importante del documento è di non perdere la speranza perché non è ancora troppo tardi per limitare gli effetti negativi e ogni singola tonnellata di CO2 che riusciamo ad evitare può fare la differenza. Gli obiettivi degli accordi di Parigi sono ancora realistici ma richiedono un taglio netto delle emissioni su scala globale: se si vuole rimanere sotto gli 1.5°C è necessario ridurre le emissioni del 45% (rispetto ai livelli del 2010) entro il 2030, arrivando allo zero netto intorno al 2050. La prossima, e forse ultima, grande opportunità per attuare un cambiamento a livello di politica internazionale è la conferenza delle parti delle Nazioni Unite (COP26) che si terrà a Glasgow a Novembre. Da seguire con attenzione.

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