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LO SCAVO ARCHEOLOGICO: I ROMANI IN TRENTINO

La più tipica, ma sempre unica ed eccezionale attività che può svolgere uno studente di Beni Culturali è sicuramente l’attività di scavo. Io ho avuto occasione di partecipare alla mia prima campagna nel 2019 in Sicilia centrale, presso il sito di Philosophiana. L’università di Trento quest’anno ha deciso, in accordo con professori ed enti finanziatori, di concentrare gli sforzi (e i fondi) per quello che probabilmente si rivelerà un futuro sito cardine del Trentino, nella zona dell’Alto Garda. Anche io ho avuto occasione di scavare assieme al dipartimento e vari studenti presso il sito di Doss Penede. Si trova a Nago, paese che condivide il comune con Torbole. Siamo lungo i versanti della collina sulla quale si erge il castello medievale. Il sito è strutturato su terrazzi lungo i quali si sono appoggiate diverse strutture. Se vogliamo dare un inquadramento storico, la prima testimonianza è retica, popolazione che è arrivata sul sito nella seconda età del Ferro (VI-IV a.C.). Alla loro presenza si è sovrapposta quella romana; è in prima età imperiale (I a.C.) che le popolazione barbariche della zona passano sotto il loro controllo. Il sito è stato abitato in continuità fino al IV, dove un abbandono graduale seguì ad un possibile evento naturale, probabilmente un terremoto o una frana. Questo ultimo dato non è stato ancora accertato, sarà necessario confrontare evidenze simili contemporanee in zona gardesana. Si tratta di una classica metodologia archeologica: evidenze simili in zone vicine possono dar credito ad una teoria.

Dove si è scavato

La prima campagna di scavo è iniziata l’anno scorso, grazie ad una stretta collaborazione con il comune. Il progetto di scavo proseguirà almeno fino al 2021, dove alcune parti potranno probabilmente essere visitabili. Sarà un emozione per me e tutti i ragazzi che hanno collaborato poter tornare sul sito, una volta che sarà dotato degli impianti necessari. Aver avuto l’opportunità di aiutare a conoscere la storia di un paese è più che soddisfacente. Tra agosto e settembre ci si è concentrati in una porzione specifica, da noi denominata Area 1000 est ed ovest. In una campagna di scavo è di uso numerare/nominare le varie aree, in modo da avere un riferimento. Tutti i ritrovamenti, dalle ceramiche, agli ossi alle murature, che saranno rinvenuti nella specifica area, dovranno ovviamente avere quel tag nella documentazione. Perché sia chiaro, non ci sarebbe archeologia senza la documentazione. Non si può lavorare “a cazzo di cane”, non si può prendere pala e piccone e tirar su ciò che si trova. Il processo di scavo segue un criterio preciso, ossia quello stratigrafico. Quando ci si concentra su una zona, si dovrà “scendere”, scavare, ogni strato e documentare bene le evidenze che vi appartengono (appunto ceramiche, ossi etc.). Senza documentazione sarebbe impossibile conoscere bene la storia del luogo e tutti processi che sono avvenuti. Parte complessa è l’identificazione di uno strato rispetto ad un altro: è un discorso tecnico, ma per avere un’idea gli strati si differenziano in base al colore, alla consistenza e ai resti materiali.

Come si è scavato

L’occasione dello scavo rimarrà una di quelle esperienze uniche che pochi studenti universitari possono tenere nel loro bagaglio. Vorrei raccontare brevemente come noi studenti abbiamo lavorato e le sensazioni provate. I primi giorni si è spesso un poco impacciati. Ricordo benissimo la prima volta che mi diedero in mano un piccone e venni invitato a “scavare questa buca” nel primo scavo. Ricordo come diedi il primo colpo con molta delicatezza, preoccupato di fare “danni”. Credo che sia la sola esperienza che possa guidare in questi contesti. Anche nel corso di questa campagna ho avuto momenti di dubbi e riflessioni sul quanto e come fosse necessario “scavare in profondità”. Perché il problema è sempre uno: se si cerca di portare in luce uno strato, non si può intaccare quello a fianco o sottostante. In questa fase entra in gioco anche la testa e non si pratica solo lavoro manuale. È necessario ragionare, riflettere, spesso fermarsi e capire il contesto che abbiamo davanti. Insomma, si sta toccando la storia non si può andare in modo superficiale! I lavori più “semplici” e meno impegnati sono le cosiddette “ripuliture”. Lungo i muri soprattuto, ma anche pavimenti o piani di calpestio, vengono appunto ripuliti da tutto quello che non è terra dello strato. Le erbacce etc. devono essere tolte, come piccoli sassi o materiale da costruzione molto frammentato. In questa fase la parola d’ordine è attenzione; capita di utilizzare la spazzola per pulire con troppa veemenza contro una parete e far crollare più materiale del dovuto. Il processo non è per mero preziosismo, ma è utile per poterlo documentare. Quasi dimenticavo di passare in rassegna gli strumenti utilizzati: pale, picconi, pennelli, spazzole e la cazzuola da archeologo (trowel). In questa campagna ci ha seguito anche uno scavatore, essenziale per rimuovere la marea di terra smossa, ossia quella tirata su dallo strato.

Come si documenta

Una volta identificato uno strato si deve fotografare e descrivere; noi abbiamo inserito i dati in un quaderno preciso. Ogni strato ha, come detto, un numero identificativo: l’unità stratigrafica. Quindi si scava, si recupera il materiale all’interno di sacchetti con il nome dell’US (unità stratigrafica) e poi si documenta. A differenza della prima esperienza siciliana ho “trovato” molto meno materiale. Ciò dipende sia dalla tipologia del sito, dove può esserci più o meno ceramica/ossi, sia dalla zona specifica di questo. Nella “buca” sopra citata trovai centinaia di frammenti di ceramici, perché essa fungeva da “immondezzaio”. Immondezzaio forse per chi l’aveva realizzato, ma per noi fonte essenziale di informazioni. Dalla ceramica riusciamo a dare un’inquadramento cronologico e locale. È infatti il materiale più studiato in archeologia e tipico negli scavi. Una tipologia ed una forma appartengono ad un luogo ed un tempo; sono utili per trovare traffici e scambi tra gruppi sociali. Il sito di Doss Penede è però ricco di strutture e murature. Si sono realizzati infatti moltissime foto di muri, pavimenti etc, in particolare dei foto-piani. Si tratta di foto realizzate dall’alto, utilizzando un’asta, che vengono elaborate dopo al computer. Il fine è realizzare la mappa del sito con le immagini dei vari strati sovrapposti. Gli stessi strati vengono poi quotati mano a mano che si procede con lo scavo, partendo da un riferimento, una quota 0, presa ad inizio campagna. Altre e numerose sono le attività di documentazione, ma per il momento è meglio limitarsi per non finire nel tecnicismo.

Il post-scavo

Non voglio raccontare tutto ciò che riguarda report, articoli, convegni e conferenze. Perché è logico, senza la parte divulgativa il lavoro di scavo sarebbe fine a se stesso. Voglio parlare invece del fine giornata. Non è scontato sentire le fatiche fisiche di un lavoro manuale da studenti universitari. L’attività è simile a quella di un artigiano. Nago è stato una bella scoperta come paese e quasi ogni sera io e diversi ragazzi siamo andati nel bar del paese, attorniati dai vecchietti. È entusiasmante raccontare loro quello che facciamo. Si è scavato sulla collina del loro paese, dove da 80 anni fanno passeggiate. Sapere di aver “sotto” di sé una così grande testimonianza di storia (tutto il Dosso è di circa 3 ettari) fa un certo effetto. Non posso dimenticare i giri di birra che ci sono stati offerti, una gentilezza estrema. Per poi concludere in camera a dormire, dove la stanchezza ci sfondava.

Sono rimasto molto contento da tutta l’esperienza e continuerò a consigliarla a tutti gli studenti, iscritti come me a Beni Culturali. Si imparano e capiscono molte cose in più vivendo la vita da campo, rispetto alla sola lettura dei manuali. Spero che il sito qui trattato venga valorizzato con dovizia, per l’unicità e la posizione. Si può vivere con la cultura e gli scavi, sebbene abbiano dei costi, portano a guadagni e arricchimenti conoscitivi.

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