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DIECI ALBUM DEL 2020 ASSOLUTAMENTE DA NON PERDERE

Il 2020 è stato un anno che ha destabilizzato le nostre vite come pochi altri, nella storia recente, hanno saputo fare. Tuttavia, nonostante una pandemia mondiale che ci tiene tutt’ora in ostaggio, l’industria musicale ha saputo regalarci non poche soddisfazioni. Ecco quindi dieci album che noi della redazione ci sentiamo di consigliarvi.

“Heaven to a Tortured Mind” – Yves Tumor

Genere: psychedelic soul, art rock

Pubblicato agli inizi dello scorso aprile, Heaven to Tortured Mind si presenta come una torbida fusione di elementi psichedelici, soul, e glam rock. Yves Tumor si diverte a narrare le sue delusioni romantiche su un caos controllato di maniacali assoli elettrici, batterie convulse e fiati intermittenti. L’eclettico risultato pare la simulazione di una guerra delirante tra il cantante e le strumentali, come fra il soggetto e lo sfondo di un dipinto. A questo il musicista americano somma una scrittura iconografica, mirata a coinvolgere il più possibile lo spettatore, rendendo la situazione finale tanto bizzarra quanto intrigante.

Nello specifico, i primi due singoli, Gospel For A New Century e Kerosene!, condensano bene lo stile sregolato e istrionico del disco. La prima viene introdotta da singhiozzanti stop & go, seguiti da un’abbagliante parata di sax che anticipano l’entrata dell’autore. Lo sfarzo del ritornello si contrappone all’ossessivo lamento dell’artista, sconfitto ma non ucciso da un amore a cui non ha ancora rinunciato. Kerosene!, invece, è il corrispettivo di un’estasiante allucinazione nel bel mezzo di una splendente giornata di primavera. Tumor e Diana Gordon duettano un flirt intangibile, accompagnati dal pianto elettrico di una chitarra che si mostra solo nella spannung del pezzo. Heaven to a Tortured Mind è un’esperienza strana ma incredibilmente seducente, e che ha il pregio di crescere rigogliosa di ascolto in ascolto.

“SAWAYAMA” – Rina Sawayama

Genere: pop, dance pop, nu metal, R&B

Rina Sawayama è stata, con tutta probabilità, la rivelazione del 2020. La cantante giapponese – naturalizzata britannica – si è presentata al mondo con un disco di una potenza maestosa. Sostenuto da un esoscheletro pop, SAWAYAMA svaria tra riff Nu-Metal (STFU!), manifesti club dai synth pulsanti (Comme des Garçons), inni pop-rock da stadio (Who’s Gonna Save U Now) e richiami dance dalla verve Gagaesca (Lucid, presente nella versione deluxe del progetto). Il tutto con una naturalezza a tratti imbarazzante.

Rina, però, non si limita a intrattenere il pubblico: in XS, ad esempio, inveisce contro l’opprimente capitalismo che consuma e acceca la società odierna mentre il pianeta viene dilaniato dai cambiamenti climatici. Oppure, in Tokyo Love Hotel critica fortemente l’ossessione degli occidentali per la cultura giapponese – che puntualmente tendono a banalizzare – usando la particolare figura dei Love Hotel nipponici come analogia (‘Cause they don’t know you like I know you, no they don’t/Use you for one night and then away they go/All the love for you is simply just for a show). Insomma, se questa è solo la premessa, la carriera di Rina Sawayama si prospetta straordinariamente radiosa.

“Grounds” – IDLES

Genere: post punk

Il terzo disco degli Idles è indiscutibilmente il più assordante, frenetico e vigoroso della loro discografia. Per cogliere l’antifona bastano i primi due pezzi: War e Grounds intervallano le sferzanti liriche di Joe Tablot a violente grandinate strumentali. Il nucleo post punk è rivestito di influenze elettroniche e industrial che potenziano ulteriormente la furia distorta ma razionale di Ultra Mono. Sì, perché nonostante il forsennato assalto sonoro a cui l’ascoltatore è sottoposto, si riesce a percepire un filo d’Arianna che accantona l’ipotesi di un disco caotico e disordinato.

Questa continuità è data soprattutto dagli scenari narrativi pennellati da Joe Tablot. Il cantante sbraita con la ferocia di hooligan contro tutto ciò che disprezza, dal sistema politico britannico al razzismo, dalla mascolinità tossica all’avida aristocrazia dal “sangue blu” che tiene in mano le redini del paese. Alcune di queste spinose problematiche vengono ben riassunte quanto fantasticamente delineate nella cinematografica Model Village. Qui, Joe descrive il contesto pericolosamente alienante di una cittadina inglese di provincia, mal informata dai tabloid, mentalmente arretrata e dalla politica strettamente conservatrice. A conti fatti, Ultra Mono appare indubbiamente come uno dei dischi più tosti e spietati dello scorso anno, un tuono fragoroso che rimbomberà ancora per diverso tempo.

“RTJ4” – Run The Jewels

Genere: hip hop

Il quarto capitolo della saga iniziata con Run The Jewels (2013) è un’impetuosa tempesta di banger collerici. Le strumentali, curate come sempre da El-P, incendiano le strofe irruente dei due rapper, che con la smitragliata di yankee and the brave (ep. 4) rendono immediatamente chiare le loro intenzioni. Numerose sono le tematiche che Killer Mike ed El-P sbattono in faccia all’ascoltatore. In goonies vs E.T., per dire, il primo mette l’accento sulla tossica influenza che i media hanno sulla popolazione, mentre il secondo punta la torcia contro l’inquinamento ambientale.

Parallelamente, il duo traccia il profilo di un’America bugiarda, violenta e razzista. La strofa sbalorditiva di Mike in walking in the snow, incentrata sulle ingiustizie sociali e sulla già menzionata brutalità delle forze dell’ordine, ha la stessa valenza di un pugno allo stomaco. È poi impossibile non citare la cattivissima immagine che Pharrel lascia nel ritornello di JU$T (Look at all these slave masters posin’ on your dollars), ennesimo richiamo all’ipocrisia di una paese costruito sul sangue e sulla schiavitù. La rabbia, la risolutezza e la forza che compongono RTJ4 lo rendono, perciò, un appuntamento davvero immancabile, specie per chi già conosceva i suoi autori.

“Punisher” – Phoebe Bridgers

Genere: emo-folk, indie rock

Il sophomore album di Phoebe Bridgers è un’esperienza pressoché indimenticabile. La giovane cantautrice dà vita ad una performance vocale di un’emotività spaventosa, che fin dalla caliginosa Garden Song immerge chi ascolta in una dimensione straniante, distaccata dalla realtà. Le melodie di Phoebe infestano il palcoscenico di ricordi dolorosi (Kyoto), desideri reconditi (Punisher), relazioni complicate (Halloween) e visioni apocalittiche (I Know The End), risuonando come un’eco evanescente dentro un sogno profondo.

Musicalmente parlando, Punisher si configura come un progetto di natura prettamente emo-folk. La preponderanza di chitarre ed archi garantisce un suono caldo e accogliente, perfettamente in linea con il dominio di ballate sentimentali. La scrittura, al contempo, è limpida e cristallina, ma anche criptica e velata. Phoebe appare sempre molto schietta e diretta verso il suo interlocutore, tuttavia gioca a (s)combinare i soggetti principi dei versi per conferire un’aria surreale al brano di turno. Dopo un già ottimo disco d’esordio, quindi, Phoebe Bridgers continua a stupire, meravigliare e commuovere grazie ad uno stile delizioso e incantevole. Dopo un già ottimo disco d’esordio, quindi, Phoebe Bridgers continua a stupire, meravigliare e commuovere grazie ad uno stile delizioso e incantevole.

“Lianne La Havas” – Lianne La Havas

Genere: neo soul

L’eponimo album della cantautrice inglese, ispirato da elementi folk, jazz e R&B, è un intenso percorso attraverso le fasi di una relazione amorosa. La gloriosa “rinascita” di Bittersweet anticipa la magia di Read My Mind, accurata ed elegante descrizione dell’esatto momento in cui scatta la scintilla dell’innamoramento, con tutto ciò che ne consegue. Infatti, alla gioiosa Can’t Fight segue l’intima Paper Thin, in cui Lianne delinea i tratti di una persona estremamente sensibile, preda di ansie e insicurezze che mettono a dura prova l’amore della donna.

A seguito di una meravigliosa cover di Weird Fishes dei Radiohead, caratterizzata da una batteria rallentata e da un crescendo finale struggente, Lianne medita sulle relazioni passate, lamentando i suoi errori e le sue sensazioni su arpeggi di chitarra calienti (Seven) e melanconici (Courage). La presa di coscienza in Soul Flower guida nuovamente a Bittersweet, morte e nascita di un ciclo destinato a ripetersi per l’eternità. Lianne La Havas è una storia quotidiana, in cui molti sapranno identificarvisi, raccontata da un estro passionale e incantevole che la rende assolutamente imperdibile.

“how i’m feeling now” – Charlie XCX

Genere: elettropop, hyperpop

Registrato durante il lockdown, how i’m feeling now è il racconto di una Charli vittima – come tutti, del resto – di una quarantena sfiancante e claustrofobica. La ragazza si mostra tanto innamorata (forever) quanto nervosa, a tratti paranoica, come sul punto di impazzire (enemy). D’altro canto, ella approfitta del periodo d’isolamento per meditare su se stessa, affrontando i propri dubbi e timori e sistemando il rapporto con l’amato. I soddisfacenti risultati di questo viaggio introspettivo s’intravedono nelle liberatorie 7 years e i finally understand, ove Charli tramuta sfoghi e riflessioni in ritornelli passionali e attraenti.

Le vocals angeliche con cui Charli decanta la sua nuda umanità si mescolano all’elettricità metallica delle strumentali, dando al disco la forma di una creatura ibrida, sia organica che artificiale. Questo mash up di istanze antitetiche risulta particolarmente accattivante: dalla follia di claws all’ambiguità di visions, passando per l’atmosfera sognante di party 4 u e l’esplosività di anthems, how i’m feeling now è capace di intrattenere come pochi dei suoi coetanei.

“Visions Of Bodies Being Burned” – clipping.

Genere: hip hop sperimentale, horrorcore

I Clipping proseguono il filone horrorcore del precedente There Existed an Addiction to Blood (2019) aggiungendo sedici tracce crude e spaventose. L’album si presta come un’oscura raccolta di novelle dell’orrore, trascritte con cura dalla diabolica penna di Daveed Diggs. I toni inquietanti evocati dal rapper si amalgamano ad ingredienti industrial e noise in un calderone che esala fumi di morte e disperazione. Da lodare è soprattutto il lavoro stupefacente dei produttori Hutson e Snipes, che hanno riprodotto una scenografia notturna da brividi, scurendola ulteriormente con un clima torvo e ansiogeno.

Leggendo tra le note e le righe di questo libro maledetto, i riferimenti alla cultura horror si sprecano: Candyman, Scream e The Blair Witch Project sono giusto alcune delle opere omaggiate. Citazioni che, peraltro, sono sempre funzionali alla trama della puntata di cui sono ospiti. Per esempio, ’96 Neve Cambell parte da un’intitolazione all’attrice protagonista di Scream per poi reinterpretare, in chiave ironica e splatter, l’archetipo della final girl, tipico cliché del filone slasher. L’arsenale dei Clipping, comunque, è davvero corposo, per cui, tra un scombussolante carrellata di fotogrammi sul cannibalismo e una psichedelica ascensione all’universo Lovecraftiano, sarà veramente difficile non apprezzare l’operato del trio statunitense.


“The New Abnormal” – The Strokes

Genere: indie rock

I The Strokes tornano sette anni dopo il controverso Comedown Machine con un sesto album dal sound squisitamente vintage. L’energica The Adults Are Talking apre ad un primo comparto vivace, che il cantante Julian Casablancas inizia a punteggiare con allusioni nostalgiche in Brooklyn Bridge To Chorus. Quest’elegia sopita esplode nella seguente Bad Decisions tramite l’interpolazione della melodia di Dancing With Myself di Billy Idol, per poi espandersi a macchia d’olio in una seconda parte condizionata da un ritmo più lento e dalla presenza di ballate cupe (At The Door) e malinconiche (Why Are Sundays So Depressing, Not The Same Anymore).

La tematiche affrontate dal quintetto vanno a braccetto con l’umore dei brani. Julian, in particolare, riflette sui rapporti sociali, dagli amici più stretti alla critica, dal pubblico agli stessi membri della band, disseminando qua e là pillole amare sul suo turbolento passato. Durante il crescendo finale delle spettacolare Ode To The Mets, il gruppo si congeda con un confessione matura, chiudendo definitivamente la porta al tempo ormai andato, insieme con i legami, le critiche, i problemi e tutti i momenti protagonisti della loro carriera. The New Abnormal segna quindi un nuovo punto di partenza per i The Strokes, che dopo anni di incertezze sembrano essere tornati ai fasti dei primi anni 2000.

“Circles” – Mac Miller

Genere: hip hop, neo soul

Il primo (ed unico, al momento) disco postumo di Mac Miller, rapper di Pittsburgh tristemente scomparso nel settembre 2018, può considerarsi tranquillamente il suo canto del cigno. Attraverso un curatissimo parco sonoro in cui si riconoscono elementi di jazz, R&B, lo-fi e indie-folk, Mac racconta la sua battaglia contro i propri demoni interiori, dipingendo l’autoritratto di un uomo stanco e ferito. Un uomo intrappolato in un tragico loop di speranze illusorie e frequenti ricadute, dal quale sa non esserci via d’uscita (I cannot be changed, no/Trust me, I’ve tried/I just end up right at the start of the line/Drawin’ circles).

Perciò, nel cuore dell’opera il compianto artista nasconde una perla straziante e malinconica: Everybody (cover di Beatlesiana memoria di Everybody’s Gotta Live di Arthur Lee). Qui, Mac s’interroga sull’identità del misterioso significato della vita (e della morte), alludendo al fatto che, forse inconsciamente, tutti ne siamo al corrente. Ma a cui, in realtà, nessuno importa davvero sino al termine del proprio viaggio. Circles è un gioiello in cui Mac Miller ha rinchiuso la sua anima, il regalo d’addio più triste e bello che potesse lasciare in eredità ai suoi fan.

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