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IL DOCUMENTARIO IN TV: POMPEI

Non si vede spesso l’archeologia in TV. La Rai propone un documentario interessante su Pompei. Che riscontro ha avuto sul pubblico? È all’avanguardia?

Il thermopolium

Il 27 dicembre è stato trasmesso su Rai2 il docu-film Pompei ultima scoperta. Il riscontro è positivo, registrando uno share di poco superiore all’11% (per un totale di 3 milioni di ascoltatori). I dati sono confortanti, poiché si avvicinano alla media raggiunta da un programma molto apprezzato come Ulisse – Il piacere della scoperta. Come studente di archeologia, ho cercato di intercettare le opinioni degli ascoltatori. Dopo aver visionato commenti sotto pagine Facebook, Instagram etc. di archeologia o cultura, posso riportare un giudizio molto positivo. Sia chiaro, è un dato empirico dalla sola visione di commenti ed opinioni, nulla di ufficiale. Ma ad accreditare il dato troviamo il premio come “miglior progetto multi format” al World Congress of Science and Factual Producers 2020, vinto da questo documentario, con il nome The Last Hours of Pompeii.

Alla regia c’è Pierre Stine, il quale ha seguito passo-passo lo svolgimento dello scavo per ben due anni. Le riprese sono sia postume al lavoro di scavo, sia nel pieno processo. Vediamo archeologi intenti a lavorare con trowel (cazzuola) e pennelli; antropologi che studiano ossa e i ricercatori nei laboratori di analisi. Questa è stata la scelta registica che ho più apprezzato: coinvolgere gli archeologi è stata una bella iniziativa, poiché erano loro stessi a descrivere l’area di lavoro e cosa stessero facendo. È un buon modo per attirare lo spettatore, sopratutto colui che non conosce la materia. Tuttavia, una scelta avanguardista come questa, ha avuto dei momenti negativi. Si è scelto di riprendere non solo gli archeologi al lavoro, ma persino durante le loro “speculazioni”. Come potete immaginare è un lavoro complesso: di fronte ad una sezione, ad uno strato, è necessario riflettere per comprendere cosa si ha davanti. La scelta di includere questi momenti ha portato ad un risultato piuttosto artificioso, dove gli archeologi/attori si ponevano domande banali per uno del settore.

Massimo Osanna, direttore Parco archeologico di Pompei e MIBACT

Non è sicuramente questo il punto dolente del video. Vorrei riflettere brevemente sulla scelta del personaggio “narratore/presentatore“. Sentiamo sia la sua voce mentre descrive le aree, sia lo vediamo fisicamente sullo scavo. Si tratta di Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei e direttore generale dei Musei del MIBACT. Metto le mani avanti con le critiche; ciò che non ho gradito sono state alcune scelte registiche sul personaggio (nulla da dire sul direttore, che ovviamente non voglio inimicarmi pensando al mio lavoro). Osanna è sempre entusiasta sulla scena, forse troppo entusiasta: in numerose riprese interagisce con gli archeologi, mentre questi descrivono uno specifico ambiente od oggetto ritrovato. Credo che se si fosse partecipato ad un gioco alcolico, in cui si doveva bere per ogni “Wow”, “magnifico”, “bellissimo” del direttore, si sarebbe andati in coma. Con questo non voglio discutere i sentimenti degli archeologi di Pompei; io stesso sarei colmo di gioia a lavorare per quel progetto. Tuttavia non passerei le ore a glorificare ogni sezione muraria che trovo davanti. Anche in questo caso il tutto risulta parecchio sforzato. Probabilmente fosse stato anche l’Alberto Angela nel ruolo di conduttore, il risultato sarebbe stato lo stesso. Ripetere continuamente quanto sia bello ciò che si ha davanti, annoia a mio parere.

Le inquadrature sono ottime e quasi sempre azzeccate. Si perdono ogni tanto nell’eccessiva spettacolarizzazione in occasioni non necessarie. A metà documentario troviamo un’inquadratura con Osanna di spalle che guarda lo scavo. In profondità si scorge il tramonto per buoni cinque secondi. Per carità, bello visivamente! Vuole rappresentare il direttore che riflette sullo scavo. Sentiamo infatti spesso la sua voce in sottofondo, mentre si pone domande sul sito. A me ha lasciato una risata, piuttosto che eccitazione e curiosità. Sono altri i momenti in cui si è prediletto l’enfasi in situazioni che non lo richiedevano. Si veda ancora lo stesso direttore in una biblioteca, con musiche ed inquadrature solenni. Il regista si è accostato al tipico documentario televisivo, il quale eccede di questi momenti. Alzare i toni e la musica serve per attirare l’ascoltatore. In questi momenti si pone delle domande la voce narrante, alle quali si troverà risposta con il proseguo del video. Io non gradisco particolarmente questa scelta, soprattuto in un documentario dove la ricerca ne fa da padrone. Le riprese solenni e la musica “barocca”, sono un espediente tipico ma evitabile. Lo spettatore non ha bisogno di questo per ascoltare.

Voglio riflettere brevemente sulla scelta musicale. I toni sono stati spesso cupi ed inquietanti, per sottolineare la tragicità dell’eruzione del Vesuvio. Non è una scelta che ho particolarmente apprezzato. Per essere chiari, non suggerirei come pezzo Happy di Pharrel Williams. È fuori luogo tentare di emozionare il pubblico in questo modo? Si vuole spaventare lo spettatore per la pericolosità del vulcano? Scelta condivisibile, ma non è necessario condirla con musica strappalacrime e tesa. Il disastro di Pompei ha provocato la morte di oltre 20.000 persone, spesso ce ne dimentichiamo. Tuttavia, quando guardo un documentario di ricerca, non mi aspetto di emozionarmi in questo maniera. Vorrei sbalordirmi per le scoperte!

Concludo e confermo il giudizio generale del pubblico. A me il documentario è piaciuto, sopratutto nella scelta di includere gli archeologi. Da umani è facile empatizzare con queste persone, mentre raccontano emozionati cosa stanno facendo. Non si deve cadere nel teatrale, nell’eccesso. Gli ascoltatori meno interessati alla materia, gradiranno sentire gli stessi archeologi parlare di un mestiere poco conosciuto. È questo il modo giusto di realizzare un documentario: far partecipare i lavoratori, senza la ricerca di espedienti barocchi e pomposi. La teatralità può funzionare se si cerca un approccio differente, come con l’infotaiment (informazione ed intrattenimento), forma che apprezzo particolarmente.

Posso consigliare la visione del documentario, visibile su RaiPlay. Sono contento che un prodotto di questo tipo abbia ricevuto un audience adeguato e spero sia la molla per progetti futuri. Lascio con le parole del direttore di Rai Documentari Duilio Giammaria: “Questo importante documentario suggella un’epoca, quella degli scavi e delle grandi scoperte scientifiche nel sito archeologico di Pompei. Si tratta di una delle più grandi operazioni culturali ed economiche mai compiute sul patrimonio storico e artistico del nostro Paese, promossa dal MIBACT con il contributo dell’Unione Europea, per valorizzare una delle più grandi ricchezze italiane, ammirata in tutto il mondo. Questo progetto è un fiore all’occhiello per Rai Documentari, creata a inizio 2020 con l’obiettivo di far crescere il genere del documentario, attraverso lo sviluppo di narrazioni su temi inediti e con linguaggi innovativi, in grado di coinvolgere ed appassionare un numero sempre crescente di spettatori”.

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