Alice Barigelli/Flickr
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IL FEMMINISMO NON È UNA SCIENZA ESATTA

Un mese fa ho letto per la prima volta un articolo del 2018 di The Vision intitolato “Perché Amélie è stata la rovina di una generazione di ragazze” scritto da Sofia Torre.

L’articolo attacca il film francese del 2001 facendo leva sul cattivo esempio per le giovani donne che si cela dietro il personaggio di Amélie. 

Non trovandomi d’accordo, ecco invece perché secondo la sottoscritta Amélie non è stata la rovina di una generazione di ragazze.

Il Favoloso Mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet uscì nel 2001, mentre si stava vivendo un momento di stabilizzazione delle idee della terza ondata di femminismo. 

Negli anni ‘80 e ‘90 si assiste a uno scontro all’interno del movimento. Le femministe radicali vengono attaccate a causa dell’idea che la sessualità sia una questione esclusivamente patriarcale e le nuove femministe cercano di aprire la mente verso una nuova idea di sessualità, sposando anche la comunità LGBT. Proprio in questo periodo le donne lesbiche iniziano a sentirsi un gruppo un po’ a parte.

Gli anni ‘60 portano anche la rivoluzione sessuale e le femministe, negli anni ’80, proprio a seguito di ciò, cercano di rivoluzionare il ruolo della donna e il suo modo di vivere la sessualità, ispirando sempre più donne ad avere rapporti liberi, anche con più partner.

A dimostrazione di ciò nel 1983 esce “Girls just wanna have fun” riadattata da Cyndi Lauper, canzone che invoca la libertà di divertirsi delle giovani donne, in contrapposizione alla donna casalinga e oppressa dal patriarcato.

Si aggiunge a questo anche la libertà nel vestirsi, truccarsi e comportarsi come si vuole. 

In contrapposizione, sempre all’interno del movimento, questa esigenza di essere libertine è vista come una sottomissione al patriarcato, un modo per farsi oggettificare. Insomma comunque la si guarda, la donna è oppressa dal grande patriarcato a prescindere da come si comporta, da come si veste, dalla sua vita sessuale. La continua sottoposizione della donna a uno scanner femminista per vedere quanto una donna è schiava del sistema è uno strumento che consente di intrappolarla nel sistema stesso.

Questa parentesi sul femminismo è importante per capire perché Amélie può essere vista come figura negativa da una parte delle femministe; lei è oppressa perché non festeggia, non fa sesso e non ha passioni (che poi non è vero, ma lo spiegherò poi). 

L’imperativo che nasce è che la donna deve sentirsi libera di poter avere rapporti sessuali come, con chi e quando vuole.  

Questo può generare un problema: basta cambiare di pochissimo la struttura della frase; la donna deve poter avere rapporti sessuali come, con chi e quando vuole per sentirsi libera. Questo è l’imperativo implicito che ho trovato nell’articolo di Sofia Torre.

Amélie non fa sesso, non esce a divertirsi e non combatte il patriarcato. Vive in un mondo suo in cui le avventure sono delle piccole missioni da compiere nella vita ordinaria delle persone che la circondano. Il fatto che lei non rispecchi il canone di libertà sessuale, la renderebbe quindi un cattivo esempio? Quindi le donne che non riescono o non vogliono fare sesso non sono donne libere? La scelta di essere libere sessualmente per combattere il patriarcato non è essa stessa una sottomissione al patriarcato come quella di fare la casalinga che accudisce i bambini? 

Chi è Amélie?

Amélie Poulain è una ragazza timida e di una tenerezza disarmante. Durante l’infanzia venne educata in casa dalla madre perché il padre medico credeva fosse malata, quando semplicemente si emozionava nell’avere del contatto con suo padre mentre la visitava. Stando sola Amélie impara a vivere nel suo mondo immaginario, da lei gestito, modificato e giudicato, soprattutto dopo la morte della madre e il rapporto conseguentemente ancora più freddo e distaccato con il padre, che si chiuse in sé stesso. Questo consentirà ad Amélie di rimanere sempre un po’ bambina, aggrappandosi anche in età adulta a quel mondo immaginario e alle sue fantasie. Matura sempre più una passione per i piccoli piaceri della vita, facendoli diventare centrali. Forse troppo, ma questa sua qualità/debolezza sarà ciò che le permetterà di occuparsi delle vite di alcuni personaggi secondari, creando delle sottotrame coinvolgenti.  

Piano piano nota che la realtà è piena di persone meschine e, fin da piccola, vuole che queste persone paghino e organizza degli stratagemmi subdoli per ottenere giustizia. Senza mai farsi notare la sua vita procede così. Combatte il male senza mai lasciare vere e proprie tracce della sua persona, infatti alla fine di una fase di uno dei suoi sotterfugi, si immagina vestita da Zorro. Questo è molto comprensibile dato che fin da bambina ha vissuto fuori dal mondo. Non sa come entrarci; non le è mai stato insegnato il come. 

In tutto il film lei fa questo; si occupa degli altri e gioca con loro come una burattinaia e quando pensa a sé stessa lo fa nel suo mondo di fantasticherie. Una sera immagina di vedere i telegiornali dopo la sua morte, nei quali viene rappresentata come una paladina della giustizia e della filantropia, un po’ condizionata dall’allora recente morte di Lady Diana.

Amélie non è un classico esempio di femmina alpha o di donna che lotta per i suoi diritti. Va controcorrente e si preoccupa di piccoli ingranaggi di questo grande meccanismo che è l’ambiente che la circonda. Non si prende mai il palcoscenico e fa da lubrificante dove il meccanismo ai suoi occhi si è bloccato. Come con il padre chiuso in casa senza voglia di vivere la sua vita: attraverso un piano ingegnoso per cui senza spiegazione il padre crederà che il suo nano da giardino sia in giro per il mondo a viaggiare, anche lui prenderà e inizierà a girare il pianeta. 

I suoi piani non sempre vanno a buon termine; Amélie non è una divinità. Ciò non vuol dire che la causa dei mali sia lei. Nell’articolo viene colpevolizzata per un femminicidio che avrebbe potuto verificarsi dopo aver accoppiato con un sotterfugio la tabaccaia Georgette con Joseph, l’ex psicopatico di una delle colleghe di Amélie al Café des 2 Moulins (bar che esiste davvero a Parigi). L’uomo in questione è possessivo e maniacale nel controllo della compagna, quindi la Torre sostiene che “Forse Amélie ha causato un femminicidio”. Come se la causa di un omicidio non fosse il gesto dell’assassino, ma la persona che ha fatto conoscere la vittima e il carnefice.

È divertente pensare che nel film Amélie inizi a vivere di sotterfugi dopo che un uomo la convince di aver causato un incidente d’auto e che in quell’articolo venga fatto (quasi) lo stesso; darle colpe di mali che non dipendono da lei.

Amélie è anticonvenzionale a suo modo; pensa agli altri per non pensare a sé stessa. Può essere un male? Ovvio che sì; estremizzando, anche le migliori qualità diventano dei difetti potenzialmente distruttivi. Questo viene fatto presente dal vicino di casa, l’uomo di vetro, Raymond Dufayel, che la paragona in modo implicito alla ragazza col bicchiere in mano nel dipinto di Pierre-Auguste Renoir “La colazione dei canottieri” facendo notare che lei pensa solo ai pasticci della vita degli altri senza occuparsi di sé stessa. È la stessa Amélie a riconoscere di essere simile a lei, leggendo l’animo del personaggio attraverso il suo stesso vissuto, aiutando Dufayel nel suo tentativo di catturare lo sguardo della ragazza raffigurata nel dipinto che come Amélie “è al centro eppure ne è fuori”. Dufayel la rimprovera e la sprona a non diventare fragile (di vetro) come lui, la invita a godersi la vita.

“Lo sa, la fortuna è come il giro di Francia. Uno l’aspetta a lungo e poi passa in fretta! Quando arriva il momento bisogna saltare la barriera, senza esitare.”

Il film contiene degli elementi di tesi e antitesi per arrivare alla sintesi. Però teniamo conto che è un film romantico e pittoresco. Sarebbe come lamentarsi della violenza in un film di guerra. Ma prima ancora è UN FILM. Come ho scritto nell’articolo sul film di Sia, il cinema è finzione. Amélie è finta; certamente è realistica ma non è reale.

Il fatto che un personaggio femminile debba essere sottoposto a una scannerizzazione per capire se è un buon modello per le donne è una pratica sessista che non farà altro che allontanare la tanto desiderata (o forse no) parità.

Veniamo però alla questione con la quale ho fatto più fatica a trovare pace; la parola “rovina”. Metto le mani avanti dicendo che questo è il mio film preferito e che quindi ovviamente la mia visione non è oggettiva, ma dire che un determinato modo di pensare e comportarsi è sbagliato per una donna perché non è conforme a un modello di intraprendenza ed emancipazione non è un modo come un altro per sottoporla a un ruolo di genere? Come se esistesse un modo giusto o sbagliato di essere donna. 

Per concludere voglio far luce su un possibile impatto positivo che può avere il film. Il favoloso mondo di Amélie può aiutare a non sentirsi in qualche modo sbagliate o sbagliati nell’essere introversi, soli e disorientati. Non avere una vita sessuale attiva è spesso un tabù anche per le donne quando fare sesso diventa una forma di libertà, nella quale non c’è nulla di sbagliato, diventa sbagliato quando diventa un metro di giudizio per capire quanto una persona è giusta o sbagliata. E dall’articolo di Sofia Torre traspare un senso di giudizio.

Pensieri come questo non fanno altro che passi indietro credendo di fare lunghi passi avanti. Perché credere che la creazione di una nuova “normativa” di questo genere sia la giusta modalità per combattere un sistema è una regressione. Non esiste un modo giusto o sbagliato di essere donna (come non esiste un modo giusto o sbagliato di essere in generale) e da femminista trovo che il giudizio nei confronti di un personaggio femminile in quanto tale sia solo un modo per riconoscere che prima di tutto esiste il genere e poi la persona.

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