da instagram.com/carlo_corallo
/

IL RAP CANTAUTORALE DI CARLO CORALLO: INTERVISTA ALL’ARTISTA SICILIANO

Una delle più grandi rivelazioni degli ultimi anni nel panorama hip hop italiano riguarda un artista sui generis, che non incarna certamente lo stereotipo del rapper per come tanti si immaginano la categoria. Carlo Corallo, siciliano classe ’95, si è distinto infatti per la sua penna poetica e imaginifica, tale da creare affascinanti storytelling in poche strofe. Il tentativo “ibrido” più che riuscito a Carlo Corallo è quello di avvicinare rap e cantautorato, oltre che l’eterogeneo pubblico dei due differenti generi. Tra le collaborazioni maggiormente note e importanti, segnaliamo la posse track “Non ti arrendere” e la canzone “I Maestri pt. II” con Murubutu.

Tantissimi ascoltatori ti hanno conosciuto tramite gli importanti featuring degli ultimi anni e il tuo magnifico album d’esordio Can’tAutorato, pubblicato nel 2019 per One Shot Agency e distribuito da Artist First. Ma cosa fa Carlo Corallo nella vita, oltre a deliziarci con canzoni di rara bellezza?

Sono un dottore in legge e un autore, oltre ad essere un rapper cantautorale.

Noi, andando a scavare un po’ più a fondo, oltre a Can’tAutorato, abbiamo trovato lavori come “A luce spenta avrai paura dei fantasmi, poi capirai che anche la luce è uno spettro”, album che dovrebbe risalire a maggio 2017. È stato questo il tuo primo vero lavoro musicale?

Non è stato il mio primissimo lavoro. Per quello bisogna risalire al 2015, quando mi cimentavo a rappare sulle composizioni di Yann Tiersen. Il disco in questione, invece, non è mai uscito ufficialmente e rimane un album in cui alcuni ascoltatori incappano cercando quanto di mio si trova sul web. Pur essendo acerbo, in quel disco sono presenti alcune buone idee, a mio avviso.

Quando nasce quindi questa passione per la musica e come si evolve nel corso del tempo, fino ad arrivare alle ultime e più mature pubblicazioni?

Nasce a 17 anni per il bisogno di una valvola di sfogo, difficile da trovare in una realtà di provincia come quella ragusana. L’evoluzione è avvenuta attraverso il mio trasferimento a Milano e grazie alla mia etichetta (One Shot Agency), che ha permesso di realizzare musica in maniera professionale e libera allo stesso tempo. Anche il numero crescente di letture/ascolti e l’aumento dell’età anagrafica hanno contribuito a darmi maggiore conoscenza della scrittura e sicurezza circa i miei mezzi.

La tua musica valorizza moltissimo l’aspetto contenutistico, come accade spesso ai cosiddetti “cantautorapper”. Ti piace questa definizione? Quali sono i maggiori artisti di questo genere a cui ti ispiri?

Preferisco essere definito “rapper cantautorale” o “rapper” e basta, malgrado questa seconda definizione possa essere fuorviante rispetto al mio approccio alla scrittura. Mi piacciono molto Kendrick Lamar e J.Cole; in Italia Dargen D’Amico, Rancore, Murubutu, Dutch Nazari, WIllie Peyote.

C’è chi per comporre comincia dall’idea, chi da una frase o un gioco di parole, chi dalla base musicale. Quando Carlo Corallo si trova di fronte ad un foglio bianco, da cosa parte per comporre le sue canzoni?

Parto da un tema, che cerco di sviluppare per tutta la durata del brano. Non mi piacciono molto i testi che sembrano un minestrone di contenuti diversi; questa attitudine alla scrittura è tipica di chi è alle prime armi e unisce le sue quartine migliori per cercare di sorprendere l’ascoltatore. Il tema da cui parto, spesso, è collegato ad un’immagine o ad un vocabolo che accende in me la voglia di trarne un intero immaginario.

In quanti avete lavorato a un album come Can’tAutorato? Preferisci operare il più possibile in solitaria e far uscire solamente dalla tua immaginazione i microcosmi che si creano nelle tue canzoni, oppure capita spesso che queste vengano “contaminate” da idee, suggerimenti o aiuti di altro tipo da parte di amici e collaboratori?

Le idee da cui nascono i testi sono mie al 100%. Conto, invece, sui consigli del mio team lavorativo per quanto riguarda l’aspetto strumentale e, delle volte, strutturale delle canzoni. Spesso orecchie diverse mettono in luce aspetti musicali che l’autore non valuta.

Come hai vissuto gli ultimi anni e questa crisi pandemica? Sei riuscito, nonostante ciò, ad avere anche la possibilità di esibirti live nel corso di questi primi anni di carriera? Da quel che ricordo eri stato chiamato come artista d’apertura da alcuni dei migliori rapper in circolazione.

Ho avuto modo di esibirmi molte volte e in numerose regioni italiane, dapprima tramite le aperture e poi individualmente. Il live è uno degli aspetti di questo lavoro che preferisco e di cui ho sofferto l’assenza durante la crisi pandemica.

Due tratti contraddistinguono in maniera forte la tua musica, a mio avviso. Innanzitutto la capacità di creare con poche frasi decine di immagini vivide, che si sovrappongo e susseguono con velocità incalzante. Potremmo definire, a proposito, canzoni-flussi di coscienza come Un gabbiano degli “imaginetelling”? Il protagonista pare descrivere proprio le immagini che gli vengono in mente mentre osserva una paesino e i suoi abitanti durante una passeggiata.

Io la definirei semplicemente una canzone in cui si susseguono più volti dello stesso tema, descritti in maniera metaforica. Ogni nuova etichetta o genere musicale che viene coniato, mi da la sensazione di rendere tutto più difficile a chi scopre da poco il mondo della musica di un certo tipo. Si potrebbe tutto riassumere in musica che piace e musica che non piace, sulla base di una declinazione puramente soggettiva

L’altro aspetto che secondo me ti distingue molto dagli altri cantautorapper è l’utilizzo di moltissimi giochi di parole. Questi, oltre a creare allitterazioni suggestive, vanno a contribuire e sottolineare il senso della canzone e lo storytelling sotteso, risultando quindi per nulla forzati. Ti ritrovi in questi tratti distintivi che ti ho attributo?

Assolutamente sì. Fanno parte del mio bagaglio tecnico e si pongono in risalto, perché concentrarsi sul senso dei vocaboli, di solito, obbliga i rapper impegnati ad una limitazione della tecnica. Tuttavia, ci sono varie eccezioni anche tra i nomi prima citati tra i miei ascolti.

Quanto c’è della tua vita ed esperienza autobiografica in ciò che scrivi, e quanto invece di ciò che studi, leggi o ti circonda?

50 e 50. Tutto ciò che arriva dalla percezione di un’esperienza indiretta, viene, comunque, filtrato dal mio personalissimo modo di vedere le cose. Ciò che, invece, ha connotazioni autobiografiche viene mescolato a sensazioni esterne, per non diventare autoreferenziale o per non sembrare rivolto a persone che conosco nella vita reale di tutti i giorni.

Qual è, musicalmente parlando – ma non solo -, il tuo sogno nel cassetto? Sempre qui su AlterThink, un altro rapper emergente di grande talento che sta aprendo alcuni concerti di Claver Gold e Murubutu, Rumo, ha affermato che il suo sarebbe poter vivere della propria musica. È anche per te così?

Il mio sogno è essere felice con una media continuità.

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi? Arriverà un nuovo album a sorprenderci, dopo gli ottimi singoli “Barocco” e “Un giardino”?

Sì, un nuovo album è in arrivo.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

BONUS MUSEI PER ITALIANI ALL’ESTERO: IL “REGALINO” DI CUI NON AVEVAMO BISOGNO

GLI EQUILIBRISTI SUL FILO DEL GOVERNO DRAGHI