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“LA GRANDEZZA DELLA MIA MORALE É PROPORZIONALE AL MIO SUCCESSO”

Citando una celebre canzone degli Afterhours mi riconduco a ciò che sta succedendo in questi giorni negli USA.

“E se non giocassimo?”. 25 agosto. George Hill, playmaker dei Milwaukee, ha reso in parole quello che era un sentimento comune che si viveva nella “bolla” dell’NBA da circa 24 ore.

Andiamo con ordine, cosa è la bolla? In parole povere da inizio luglio i giocatori dell’NBA stanno vivendo lontano da affetti e amicizie isolati nel parco divertimenti di Disney World ad Orlando. 24 ore al giorno lontani da tutti, tranne che dai propri compagni di squadra, in modo da evitare possibili contagi. Il Dio Denaro, che ha spinto per la prosecuzione del campionato nonostante il numero impietoso di morti per Covid-19 negli USA, ha portato a questa soluzione. Troppo grandi i guadagni a cui si sarebbe dovuti rinunciare. In fondo parliamo dell’NBA, la manifestazione sportiva più seguita della terra.

Parlare col senno di poi è facile. Ma chiunque dotato di un minimo di intelletto poteva prevedere come un isolamento simile avrebbe avuto delle ripercussioni sugli atleti (la bolla è prevista fino a fine ottobre). Paul George, giocatore dei LA Clippers, aveva dichiarato come stesse soffrendo di attacchi d’ansia e panico nell’isolamento forzato. Stava iniziando ad avere paranoie e, citandolo, “Mentalmente vedevo solo tenebre”.

Impossibile pensare che quello di Paul fosse una “crisi solitaria”, l’aria che si respirava era pesantissima e bastava una scintilla ad accendere la miccia fatta di tensioni e sofferenza a cui i cestisti erano stati sottoposti. Sempre nel nome del Dio Denaro.

La scintilla si chiama Jacob Blake. Non sto qui a raccontarvi nel dettaglio l’episodio, sono certo che il video in questione lo avrete visto. La brutalità degli spari al 29enne afroamericano (davanti agli occhi dei suoi figli) da parte della polizia locale hanno fatto scattare qualcosa all’interno della bolla.

Pare infatti che già dal 24 (giorno del nefasto episodio) diversi atleti fossero rimasti scossi dall’avvenimento, soprattutto perchè impotenti nel poter manifestare essendo confinati all’interno di Disney World.

E qual è l’unico momento in cui hanno visibilità fuori dalla bolla? La partita.

Ritorniamo quindi alla citazione in apertura, quella di George Hill. Improvvisamente scatta quell’unione di gruppo, I Milwaukee Bucks si rifiutano di scendere in campo. Gli Orlando Magic, in segno di solidarietà verso il coraggio degli avversari, rifiutano la vittoria a tavolino.

I Bucks presentano in una lettera la loro presa di posizione

A quel punto scatta il caos. Si era assolutamente impreparati di fronte ad una scelta simile e non ci si sa come porre. Questa confusione porta ad una spaccatura anche nell’associazione giocatori. Durante una riunione notturna avvenuta nella bolla fra i diversi rappresentanti delle squadre non si è riusciti a trovare un accordo: per alcune compagini non c’erano gli estremi per continuare e finire la stagione ( opinione guidata da un leader come Lebron James che fino ad un mese fa spingeva per la ripresa del campionato). Per questa fazione il segnale lanciato dai Bucks andava sostenuto ed appoggiato ad oltranza da tutto il movimento cestista americano.

Dall’altra parte della barricata invece si ritiene come queste valutazioni vadano fatte a stagione finita. Ora ci sono troppi interessi in ballo, di carattere non solo economico ma anche “di classifica”. Appoggiano le richieste dell’altra parte sul fatto che le 30 franchigie devono attivarsi nel sostegno concreto del movimento “Black Lives Matter”, però queste trattative vanno fatte a bocce ferme.

Pare proprio che nelle ultime ore queste motivazioni abbiano avuto la meglio. In un incontro avvenuto nella sera del 27 agosto pare che le due parti si siano riconciliate sul finire questa stagione con l’ “esperimento” della bolla e poi di sedersi ad un tavolo per ridiscutere le linee guida per la stagione ventura.

NON É CAMBIATO NULLA QUINDI? 

Alt. Semplificare le ultime 48 ore come “un buco nell’acqua” da parte dell’associazione giocatori è sbagliato e pericoloso. É vero che alla fine si proseguirà con la regolare stagione, ma questi due giorni avranno uno strascico importantissimo in futuro nel mondo dello sport. Perchè se hanno avuto il coraggio di fermarsi loro, gli sportivi più osservati (e più pagati) del mondo, cosa potrebbe impedire un giorno ad una qualsiasi squadra/atleta di imporsi rifiutandosi di competere nel nome di un Principio che non sia il vile Denaro?

Gli USA sono anni avanti per come vedono e consumano lo sport. In America si usa il veicolo dello sport per parlare di questioni politiche e sociali. In questo caso non potendosi esporre a causa della bolla si è trovato un metodo alternativo per metterci la faccia. La forza di questo segnale non va limitata al solo contesto dei BLM ma va davvero vista in una chiave più ampia e tutt’altro che semplicistica.

Ci sono ragioni e principi che vanno oltre ai soldi. Sembra una frase fatta e molto populista, ma presenta in realtà una analisi davvero dettagliata di come è lo sportivo americano. Lo sportivo americano non ha alcuna difficoltà ad esporsi come persona prima ancora che come atleta: sono spesso impegnati in attivismo sociale, parlano di politica, si interessano di temi estremamente delicati. Lo sport è sensibilizzazione in America e per farla in maniera coerente lo sportivo deve avere coscienza di quello che può scaturire da una sua dichiarazione e di quanto essa possa influenzare una persona.

Questo spinge lo sportivo americano ad informarsi e a prendere a cuore le diverse cause sociali che porta avanti.

Uno potrebbe obiettare “Vabbè non è che in Italia gli atleti siano disinformati ed ignoranti.” ed è vero, però è difficile che uno riesca a farsi portatore sano di una causa. Si contano davvero sulle dita di una mano atleti che si espongono e mantengono una linea di pensiero ben precisa su temi sociali o comunque impegnati.

Propongo qui di seguito l’esempio di un calciatore, Radja Nainggolan, autore di questo spot di sensibilizzazione all’uso delle sigarette da parte dei giovani.

Lo stesso calciatore che giusto due anni dopo dichiarò “Fumo e non me ne vergogno”.

Uno delle tante foto in cui si vede Nainggolan fumare

Ora, voi capite bene che in questo modo la sensibilizzazione è pari a zero. Anzi, se fuma Nainggolan che è uno sportivo, perchè io che me ne sto in panciolle 24 ore al giorno non posso farlo?

In America questo non succede perchè gli sportivi non vengono “ingaggiati” per fare da copertina in una campagna di sensibilizzazione, ma sono loro a scegliere le “battaglie” in cui vogliono impegnarsi diventando così dei veri modelli non solo in campo, ma anche nella vita fuori dal mondo sportivo. Principi che vanno oltre al denaro, per l’appunto.

L’ultima riflessione che voglio fare è: siamo pronti ad assimilare il “modello USA”?

Assolutamente no. O almeno non in tempi brevi. Basti vedere lo (scarso) risalto che questa vicenda ha avuto in Italia sulle nostre principali testate giornalistiche nonostante, come abbiamo già appurato, la portata di questo messaggio va ben oltre al rettangolo di gioco.

Andrebbe rivoluzionata la nostra concezione dello sport, facendo quello step nel cercare nello sportivo “uomo” un modello prima ancora che nello sportivo “atleta” .

Lo sport deve essere visto come cassa di risonanza per portare alla luce ed alla discussione problemi quotidiani, mentre noi storciamo ogni volta il naso quando uno sportivo si sbilancia in tematiche che esulino dal contesto sportivo. La strada è ancora lunga.

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