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LOCKDOWN SELETTIVO: UN GIOVANE ARROGANTE RISPONDE AD UN ANZIANO INCAZZATO

Vorrei riportare ai lettori una conversazione whatsapp alla quale non ho preso parte per evitare di diventare davvero violento (verbalmente, s’intende) verificando la celebre legge “del giovane dissoluto” che ha trovato nella recente dichiarazione di Luciana Lamorgese un’ennesima declinazione.

Scrive il signor “X”: «Riguardo alla proposta demenziale di fare un lockdown per gli ultrasettantenni e per i soggetti fragili, ci sarebbe da scrivere un trattato. Ma mi limito a poche considerazioni: i soggetti ultrasettantenni e i “fragili” di cui sopra hanno ormai capito che devono arrangiarsi da soli, sono gli unici che osservano il distanziamento, usano la mascherina, evitano gli assembramenti. Non fanno la movida, non praticano sport di contatto, non vanno in discoteca. Non ci rompano i maroni dicendo che lo si fa per tutelarci. Se proprio si fossero voluti tutelare gli anziani non si sarebbero consentite le baraonde estive. E senza falsa modestia vorrei aggiungere: ma quanti italiani “anziani” (centinaia di migliaia?) stanno ancora di gran lena studiando, lavorando, proponendo, cercando visioni grazie a cultura ed esperienza, sopperendo così al vuoto, all’ignoranza ed all’incapacità di altrettante migliaia di baldi ed arroganti giovanotti e giovanette?».

Partiamo dal principio: l’indignazione del signor “X” trabocca in seguito ad un tweet del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti che recitava: «per quanto ci addolori ogni singola vittima del #Covid19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della #Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate». Si è scatenata immediatamente la bufera sui social: quando arrivano le dimissioni, vergognati, il tuo Social Media Manager, se ce l’hai, è un bastardo, sennò il bastardo sei tu.

Legare il concetto di morte all’età di una persona è una cazzata che, da marzo, ormai pensavo avessimo superato. Muoiono persone, punto. Legare il concetto di produttività all’età di una persona è poi, in termini assoluti, una mezza cazzata. L’ha detto, tra le urla, il signor “X”: “quanti anziani stanno ancora di gran lena studiando, lavorando, proponendo, cercando visioni grazie a cultura ed esperienza”? Ne conosco tanti anche io, di anziani che danno una pista a ventenni. La dissociazione delle sorti di giovani e vecchi di fronte all’epidemia è di fatto concettualmente ributtante.

Ma andiamo oltre, approfondiamo.

Sarò estremamente caustico. Il tweet di Toti era mal scritto e facilmente attaccabile, e come al solito lì ci si è fermati: alla polemica sulla forma e non sulla sostanza. Toti in realtà ha individuato un dato di fatto, ossia che gli anziani sono maggiormente esposti alla Covid e meno rilevanti (tendenzialmente, signor X, tendenzialmente) ai fini dello sviluppo economico. A questo punto, individuato il dato di fatto, in un paese normale si sarebbe dovuti passare alla fase della discussione, dell’alzata di mano, della proposta di una soluzione atta al contrasto del problema. Ci si sarebbe dovuti dire “io sono d’accordo, io no, io forse”. Ma in una nazione di isterici no. Ad un ragionamento serio sulla possibilità di un lockdown selettivo per le fasce più anziane della popolazione, si preferisce buttarla in caciara, nello scontro generazionale, nell’attacco personale: perché non siamo capaci di fare altrimenti.

Ieri Al Daily Telegraph, Farage ha dichiarato: «I lockdown non funzionano, causano più danni che benefici», sostenendo piuttosto l’idea di una politica di “protezione mirata”. In questo modo si proteggerebbero le persone esposte ai rischi maggiori legati alla COVID-19, favorendo la tenuta del sistema sanitario e permettendo contemporaneamente all’economia di non fermarsi e alle scuole di rimanere aperte. Ecco, io penso che Toti intendesse dire una cosa di questo tipo.

Se io sono d’accordo? Non lo so, non penso. Un isolamento totale delle persone sopra una certa età è nei fatti praticamente impossibile, soprattutto in un paese con le caratteristiche dell’Italia. E un isolamento non efficace degli anziani, unito a una maggiore circolazione del coronavirus tra le fasce più giovani, potrebbe avere conseguenze molto gravi. I problemi sono anche innegabilmente altri: etici, per esempio. Come e dove andremo a mettere la linea che separa la protezione degli anziani (e chi è “anziano”? chi ha più di sessant’anni? Chi più di settanta?) dalla segregazione delle persone considerate “non produttive”? E soprattutto chi garantisce che verrà messa?

Ma ancora, il dibattito in questione è stato posto, da subito, in termini sbagliati poiché assoluti: un isolamento totale di milioni di persone anziane, oppure la loro completa integrazione con la vita del resto della società, seppur con tutte le restrizioni dovute alla pandemia. Perché non si può mai pensare ad una via di mezzo? Come creare un’infrastruttura e una rete organizzativa che permettano una protezione e un isolamento degli anziani, seppur parziale, così da non scaricare la responsabilità sulle possibilità delle singole famiglie. Nel paese degli isterici “tertium non datur”.

Ci sarebbe poi il “modello svedese”, che punta sulla responsabilità dei singoli fornendo istruzioni e raccomandazioni su come limitare i contagi senza chiudere le attività e puntando a raggiungere una forma di immunità di gregge. Sul Foglio, gli economisti Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini hanno adattato questo modello al concetto di lockdown selettivo, specificando che «non vuol dire recludere in isolamento gli ultra 50enni, ma favorire e se possibile rendere obbligatori tutti gli accorgimenti che consentono di evitare che un giovane infetti un anziano». L’obiettivo, dicono, è «salvare molte vite umane con danni inferiori per il sistema economico»: cioè andare avanti fino alla disponibilità del vaccino senza chiudere le scuole e senza sospendere le attività produttive. La soluzione consentirebbe di fatto alle persone sotto una certa età di continuare a lavorare e in una certa misura ad avere qualche forma di socialità portando però inevitabilmente a una circolazione maggiore del coronavirus ma soltanto tra persone che statisticamente sono molto meno a rischio di sviluppare sintomi gravi e di morire per la COVID-19.

Il presupposto della questione è uno, e che nessuno se la prenda: proteggere le persone più anziane e in generale più a rischio deve essere una delle strategie principali per contenere le conseguenze dell’epidemia. Un fatto è un fatto, gli si può replicare con fervore, per ragioni di etica costituzionale o per la discutibile realizzabilità di alcune misure che da quel fatto si potrebbero sviluppare, ma non lo si può negare a priori. Ad esempio si può far notare che in Italia quasi una persona su tre ha più di sessant’anni, e che per questo non si può pensare di isolare completamente venti milioni di italiani dal resto della popolazione, per un tempo di fatto indefinito fino alla distribuzione del vaccino, su cui non ci sono certezze. All’interno di queste venti milioni, si conta poi un gran numero di persone non autosufficienti, che richiedono contatti quotidiani con le persone più giovani che si prendono cura di loro, che siano infermieri, parenti o badanti. Che a loro volta dovrebbero dunque isolarsi dal resto della società.

Ma in mezzo ci sono tutta una serie di misure di tutela delle fasce più a rischio, e quindi in gran parte anche degli anziani: evitare di ricevere visite in casa o limitarle al minimo con poche persone selezionate, orari riservati alle fasce protette in supermercati e negozi, volontari che portino la spesa a casa e molte altre.

E dunque, non se ne poteva parlare con più calma? Non ci riusciamo proprio a pensare insieme a delle soluzioni concrete e volte al bene di tutti? Era proprio necessario, caro signor “X” attaccare i giovani arroganti? Se Lei fosse stato più aperto al dialogo, io ci sarei stato, e avrei eventualmente rivisto qualche mia posizione e avremmo sicuramente concordato su molte cose: molte più di quanto lei pensa, signor “X”.

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