Niccolò Caranti, CC BY-SA 3.0 , attraverso Wikimedia Commons
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NON POSSIAMO MORIRE POPULISTI

C’era una volta un partito progressista, riformista, europeista, genuinamente di centrosinistra. Un partito che aveva, con tutti i suoi limiti e le sue mancanze, fatto tesoro delle esperienze dei principali partiti del secondo dopoguerra e ne aveva tentata una sintesi. C’era una volta un partito orgoglioso delle sue idee, si sarebbe detto “a vocazione maggioritaria”. Un partito che dettava la linea al centrosinistra italiano, ne aggregava i consensi e riusciva a tradurli in politiche come la legge sulle unioni civili, quella contro lo spreco alimentare, l’ape social e Industria 4.0. C’era, quel partito, e si chiamava Partito Democratico. Il nome e la comunità ci sono ancora, la dritta via è stata smarrita.

Non occorre girarci attorno, negare l’evidenza o edulcorare il ragionamento, ma bisogna affibbiare a chi di dovere le proprie responsabilità: il nostro fallimentare Virgilio si chiama Nicola Zingaretti.

Quando, quasi due anni fa, quest’ultimo fu eletto – con grandi numeri – Segretario del PD, il partito veniva da una stagione tanto complessa quanto, va detto, quantomeno per onestà intellettuale, fruttuosa. I Governi Renzi e Gentiloni furono i migliori realizzatori di quelle politiche riformiste e progressiste di centrosinistra delle quali il PD si faceva alfiere. Al di là dei risultati pratici, la realtà delle elezioni presentò, però, il suo salato conto: M5S e Lega trionfarono alle urne, il PD, dopo numerosi terremoti interni, andò a congresso. Tra Martina, Giachetti – poi passato naturaliter a Italia Viva – e Zingaretti, fu il Governatore del Lazio a spuntarla. Col 66% dei voti fu eletto Segretario, e riuscì a ottenere per sé oltre 650 delegati su 1000 all’Assemblea Nazionale. Il profilo ideologico del neoeletto Segretario era lontano da quello dei precedenti e la linea adottata si percepì subito discostata da quella scelta dai Governi Renzi e Gentiloni.

Fin qui, tutto bene. L’alternanza democratica è un valore. I nodi, però, cominciarono presto a venire al pettine. Interrogato su una possibile alleanza col M5S Zingaretti ribadì, più volte, di non volerla affatto e che lui “li aveva sconfitti, i grillini”. Non ci volle molto a capire che tutta l’energia usata per negare la possibilità di questo scellerato avvicinamento era, in realtà, funzionale a evitare i piani di Renzi, a non prestare il fianco alla sua strategia tesa a fiaccare il PD. Non ci volle molto neanche a realizzare questo abbraccio giallorosso: spinti dalle necessità imposte dal reale, molti dirigenti del PD cominciarono a caldeggiare una più stretta collaborazione – quando non un’alleanza – tra M5S e Partito Democratico. Nessuno potrà smentire che la suddetta fu figlia di due fatti: in primis, il voler rafforzare (o creare) un polo di sinistra alternativo a quello sovranista – ma altrettanto populista –, cercando di togliere influenza a Renzi (ma finendo per regalargliela); in secondo luogo, l’humus culturale di certi dirigenti PD – Bettini in primis – ideologicamente vicini alle posizioni pentastellate. Il cambio di passo nella visione del mondo, nella concezione delle politiche, nella gestione del potere e del partito impresso da Zingaretti non poteva che portare a un abbraccio al M5S.

Oltre al pericoloso avvicinamento ai grillini, dai quali certuni erano attratti come i marinai greci dalle sirene, la Segreteria Zingaretti è responsabile di quella che è – secondo me – una ‘involuzione’ del Partito Democratico sul piano delle idee, dei progetti, delle visioni. Il PD zingarettiano, invece che andare avanti, invece che prendere e migliorare quanto fatto prima, ha adottato un’altra strategia: reputando inappropriata la ‘collusione’ di certe idee e di certe politiche con un certo passato, ha preferito saltarle. Superandole, sì, ma all’indietro. È rispuntato un lessico vecchio, fortemente ideologizzato, pesantemente di sinistra, indice di un apparato ideologico stantio, fallimentare, a tratti para-grillino. Il ritorno di certe personalità della “Ditta”, la loro continua brama di ribadire con nettezza una certa linea, la scelta di determinati collaboratori e responsabili a livello di partito mi ha lasciato, all’inizio, basito, portandomi poi ad arrabbiarmi e a reputare sempre più necessario un veloce e deciso cambio di rotta. Dato che la politica del partito sembra esser stata decisa più da qualche ideologo con velleità da eminenza grigia che da una approfondita e necessaria discussione su scelte fondamentali, vitali per il partito, bisogna capire “dove vuole andare il PD”. E bisogna farlo con una discussione che non può esser rimandata con scuse che lasciano il tempo che trovano.

Il Partito Democratico deve, a mio avviso, ritrovare un certo spirito che tende a proiettarlo in avanti, invece che lasciarlo stagnare tra le sabbia mobili di ideologie e idee vecchie, bramando la mano salvifica del M5S. Le difese a spada tratta fatte da tantissimi nostri esponenti di scelte quantomeno poco condivisibili operate da Conte, la protervia nel volerlo eleggere a “punto di riferimento per i progressisti” e (quasi) a preferirlo a Draghi, devono essere consegnate al passato. Fa male al PD e fa male al Paese un atteggiamento da vecchio partito, con venature populisteggianti, quasi timoroso di far valere la sua voce e le idee che lo hanno fatto nascere, sulle quali si fonda. Mi sembra assurdo che un partito che ha la storia del PD debba innamorarsi di un carrozzone di scappati di casa, di un insieme di populisti cialtroni come il M5S.

Il mio è un “J’accuse” da iscritto a Zingaretti e alla sua gestione del PD. I tempi sono troppo delicati, i danni fatti e possibili troppo pesanti per tacere e dire le cose a metà. O si cerca una sintesi tra le posizioni nel partito, cambiandone la linea, o siamo destinati a finire in due modi. Il primo: più o meno vittoriosi alle urne, sempre più populistizzati – in Italia abbiamo visto che paga –, saldamente ancorati alle leve del potere, ma incapaci di mettere in campo politiche per il bene del Paese. Il secondo: sconfitti – perché tra un populista che scimmiotta e uno vero la gente preferisce il primo – e con ignominia. Possiamo, però, scegliere un sentiero stretto, in salita, non battuto, alternativo ai suddetti. Ritroviamo la nostra bussola, impariamo dai nostri errori, evitiamo di mettere i piedi dove siamo caduti in precedenza e cominciamo a ricostruire un consenso, un partito. Il PD ha potenzialità enormi, un radicamento sul territorio notevole e una mole di iscritti e militanti – me compreso – che credono in un partito moderno di centrosinistra. Abbiamo le carte in regola per fare, soprattutto in questa tragica fase storica, il bene del Paese, e il nostro. Che non è tacere e applaudire di fronte a ogni provvedimento del Governo, che non è evitare di discutere, che non è derubricare le critiche a picconate, che non è chiedere “senso di responsabilità” – cioè silenzio – a chi non si accontenta del magro piatto di lenticchie che siamo costretti a mandar giù. Quindi: o cambiamo, o la nave verrà abbandonata, lasciando andare alla deriva – come gradiscono – i puri che non vollero ascoltare, che non vollero cambiare rotta. La fedeltà non va al partito, ma alle proprie idee e ai propri principi: facciamoli valere, e se bisogna cambiare tutto, per cambiare davvero, facciamolo.

PS: mai avrei pensato di vedere un tweet del mio Segretario ritwittato (e con applausi) da quel furbo di Morisi. Cosa abbiamo fatto di male?

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