Qualche giorno fa il deputato di Forza Italia Elio Vito ha lanciato una proposta destinata a suscitare polemiche: installare una panchina arcobaleno a Montecitorio “in segno di solidarietà e rispetto nei confronti della comunità LGBTQI+” e per testimoniare “la volontà di proseguire la lotta ad ogni forma di odio, violenza e discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere”.
L’iniziativa ha raccolto subito adesioni e consensi trasversali: si contano più di 130 onorevoli a favore della panchina rainbow, tra cui esponenti di PD, LeU, M5S, +Europa, Forza Italia, Facciamo Eco e altre componenti del Gruppo Misto. Spiccano, tra gli altri, i nomi dell’ex Ministra per l’Istruzione Lucia Azzolina e dell’attuale responsabile della Farnesina Luigi Di Maio (che non è un mio parente). Ovviamente non manca la firma dell’Onorevole Zan, il cui cognome è diventato famoso nei mesi scorsi per il disegno di legge approvato alla Camera e – dopo molte lungaggini – caduto vittima della “tagliola” del Senato. A favore dell’idea del deputato azzurro si sono inoltre schierati tanti nomi “di peso” dell’attivismo LGBTQI+ italiano, da Franco Grillini a Vladimir Luxuria.
Le ragioni sono tutte giuste, quantomeno sulla carta.
Alla Camera dei Deputati c’è già una panchina rossa contro la violenza di genere e questo gesto di vicinanza simbolica alla comunità LGBTQI+ italiana sarebbe comunque una prima volta rilevante, soprattutto per il contesto altamente istituzionale di Montecitorio.
Eppure una critica va fatta, proprio partendo dal parallelismo tra questa panchina rainbow e le centinaia di panchine rosse che vengono inaugurate ogni anno in tanti comuni italiani. Non contesto l’importanza simbolica di tali panchine: sono presidi molto utili per ricordarci costantemente l’importanza di un tema oltre le giornate nazionali o mondiali ad esso dedicate – come il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, oppure il 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia, la transfobia.
Ma la Camera dei Deputati non è il piccolo comune in provincia di Napoli né il grande capoluogo di una regione o di una provincia. Quel ramo del Parlamento può essere paragonato al consiglio di zona o di municipio che nella grande città, ad esempio Milano, decide di verniciare una panchina con i colori della bandiera LGBTQI+. (NB: anche le singole amministrazioni locali hanno un ruolo importante nelle politiche di inclusione per le persone LGBTQI+ ed è bene che ci siano amministratori locali friendly, ma il peso non è ovviamente paragonabile a quello del Parlamento o del Governo nazionale).
A Montecitorio si scrivono, si approvano o si bocciano le leggi dello Stato italiano. Ogni deputato e deputata – così come ogni senatrice e senatore a Palazzo Madama – ha tra le proprie mani un potere immenso. Avrebbe, ad esempio, il potere di mettere nero su bianco che una persona omosessuale come me non dovrebbe essere costretta ad “accontentarsi” dell’unione civile in mancanza d’altro, ma che ha tutto il diritto di unirsi in matrimonio come chiunque altro. Avrebbe il potere, cambiando qualche articolo di leggi vecchie e ammuffite, per dire che un bambino può essere cresciuto da due genitori, o anche da un genitore single, a prescindere dall’orientamento sessuale degli stessi. Potrebbe anche aggiornare la legge che disciplina la rettificazione dei documenti per le persone trans, una norma che l’anno prossimo compirà 40 anni e che non riflette più le necessità di una parte essenziale della comunità LGBTQI+. Potrebbe provare nuovamente a legiferare sui crimini d’odio, potrebbe occuparsi di ampliare l’accesso alla procreazione assistita, potrebbe lavorare su mille altri temi che avrebbero un impatto concreto e tangibile sulla qualità della vita delle persone LGBTQI+.
Ci si accontenta, invece, di una panchina arcobaleno. Un complemento d’arredo che di sostanziale non ha niente.
A queste critiche si può rispondere in vario modo. Si può affermare, giustamente, che i numeri sul ddl Zan sono mancati al Senato, mentre alla Camera una larga maggioranza aveva votato a favore del provvedimento. Tutto vero. Si potrà dire, anche qui giustamente, che dopo l’affossamento del ddl Zan e gli applausi scroscianti provenienti da alcuni banchi del Senato serve un gesto simbolico per non demoralizzarsi. E si può anche far notare quanto anche una proposta innocua come quella della panchina abbia comunque scatenato risposte becere, come quella del deputato Mollicone di Fratelli d’Italia che ha proposto un’altra panchina, azzurra e rosa, per la difesa degli eterosessuali discriminati.
Tutto giusto, ma non sono convinto.
Preferirei che i parlamentari attenti ai temi dell’uguaglianza LGBTQI+ dedicassero meno tempo alle panchine rainbow e più tempo alla stesura e alla presentazione di proposte concrete: dalle discriminazioni nel diritto di famiglia a quelle lavorative gli spunti certamente non mancano. E il Governo Draghi dovrebbe avere la decenza di presentare il prima possibile una buona strategia nazionale sui diritti LGBTQI+, strategia che manca da diversi anni.
Il grosso ostacolo che vedo all’orizzonte è sempre lo stesso: chi è contrario al riconoscimento di maggiori diritti per le persone omosessuali, lesbiche, bisessuali, trans e intersex lo dice chiaramente, utilizza parole forti e incontrovertibili, si adopera per bloccare, rallentare e sabotare le discussioni parlamentari e mobilita chi la pensa come lui o lei. Chi, invece, ha posizioni di maggior apertura e inclusione è spesso timido e impacciato, non riesce ad imporre proposte di cambiamento radicale e ogni tanto sembra ci sia addirittura un po’ di vergogna e ritrosia nel portare avanti certe battaglie.
Provo a fare un paragone comprensibile anche ai fantomatici “eterosessuali discriminati” di cui parla l’onorevole Mollicone: i Chitauri che assaltano New York nel primo film degli Avengers si fanno sentire, invece Thor e Iron Man si accontentano di segnare il goal della bandiera.




La citazione finale del mondo Marvel è un goal a porta vuota (lo dico da eterosessuale non discriminato). Condividere le perplessità espresse nell’articolo diventa anche più semplice…
L’abito buono sfoggiato la domenica fra i banchi della chiesa ci può stare. Ma poi a noi cittadini serve vedere pantaloni sdruciti e scarpe infangate al ritorno a casa. Se poi casa è il Parlamento Italiano, pure le mani sporche.