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CHI CI SALVERÀ DALLA CRISI ECONOMICA DA COVID_19?

Il Covid_19 ha colpito duramente l’economia mondiale, mettendo a dura prova bilanci e politiche economiche dei Paesi più stressati. Le linee guida dettate da Mario Draghi sono certamente d’aiuto per il superamento di questa crisi, ma solo un elettorato consapevole e lungimirante potrà salvare L’Italia.

Il Covid_19 ha colpito duramente l’economia mondiale. Questa nuova malattia ha creato una sensazione di incertezza che probabilmente non ha precedenti, lasciando futuro di cittadini e imprese nelle mani dello Stato. Secondo le stime effettuate dall’IMF, l’Italia avrà una riduzione del PIL del 9,1%. Va detto, però, che non siamo soli in questa recessione profonda. Stime simili sono attribuite anche alle altre principali economie mondiali. Mentre abbiamo quindi uno shock negativo che mette a dura prova le leggi di bilancio dei vari Stati, le prospettive di ripresa dipendono molto dal percorso intrapreso da un Paese prima della crisi.

Gli effetti del Covid_19 sul debito pubblico italiano

L’Italia viene travolta dal Covid_19 alla fine di un ventennio che ha messo a dura prova l’economia del Belpaese. Il rischio del collasso l’abbiamo scongiurato nel 2008 con la crisi dei mutui subprime e poi sfiorato con la crisi dei debiti sovrani nel 2011, quando lo spread si avvicinò pericolosamente a 600 punti base. Questi avvenimenti hanno costretto l’Italia a incrementare notevolmente il livello del rapporto debito/PIL, che nel 2018 era pari al 134,8%. L’economista Carlo Cottarelli ha spesso ricordato che la nostra situazione debitoria ci espone ad un continuo rischio di speculazione, lasciando così porte spalancate a possibili crisi endogene ed esogene. Sfortunatamente, questa situazione è destinata a peggiorare per via della crisi da Covid_19: le stime prevedono un aumento del rapporto debito/PIL fino al 160% circa.

La via di Mario Draghi per sopravvivere alla crisi

Recentemente, Mario Draghi ha provato a dettare le linee guida per affrontare questa crisi rimarcando il fatto che debiti pubblici ingenti saranno una caratterista permanente delle nostre economie. Banche centrali e governi dovrebbero fare tutto il necessario (una sorta di “whatever it takes” 2.0) per garantire il mantenimento della liquidità nelle imprese. L’ex governatore della Banca Centrale Europea ha poi fatto riferimento alla necessità di un atteggiamento solidale all’interno dell’UE, spiegando che questa situazione non è dovuta ad una cattiva gestione delle finanze pubbliche in passato.

Quella che stiamo vivendo è semplicemente una crisi esogena fuori dal controllo delle istituzioni. Nonostante il monito di Mario Draghi, alcuni Paesi europei si sono mostrati riluttanti nel condividere il rischio con l’Italia (ad esempio attraverso gli Eurobond) per un temuto azzardo morale. La nostra recente cattiva gestione di bilanci pubblici e politiche economiche ha macchiato irreversibilmente la nostra reputazione. Questo, come era prevedibile, ha reso la nostra posizione estremamente debole nelle trattative europee.

Vista la complessità delle trattative europee, come può l’Italia – Paese schiavo ormai da qualche anno da una sorta di stagflazione – uscire da una situazione in cui il debito pubblico cresce vertiginosamente? Le soluzioni, purtroppo, non sono molte e soprattutto non sono così diverse da quelle che da anni sono necessarie. Parliamo delle famose “riforme strutturali” (questo articolo non è il luogo adatto per discutere quali riforme siano necessarie; tuttavia, è opportuno sottolineare la mancanza in Italia di investimenti e di continua perdita di competitività), termine che ormai ha perso di significato in quanto abusato nel dibattito politico e utilizzato per riforme che di strutturale hanno poco. Il pagamento degli interessi sul debito è la prima voce del bilancio dello Stato, e questo lascia pochi spazi di manovra per designare interventi a supporto dell’economia.

Una questione culturale

La necessità di una revisione delle politiche industriali, occupazionali e previdenziali implica che l’orizzonte temporale delle proposte dei politici italiani sia significativamente più ampio rispetto a quanto siamo abituati a leggere sui manifesti delle campagne elettorali. Una maggiore lungimiranza della classe politica, però, dev’essere accompagnata da una presa di coscienza e responsabilità da parte dei cittadini italiani. Questo processo deve partire necessariamente da una radicale riforma del sistema di istruzione italiano, luogo in cui è possibile costruire le basi per la costruzione di una classe dirigente all’altezza.

Il rischio al quale siamo costantemente esposti è quello di una crisi senza precedenti per il Belpaese. Gli strumenti – talvolta impopolari – per evitare il collasso ci sono, e richiedono tempo per essere implementati. Nel breve periodo, pur di salvaguardare i conti pubblici, verranno messe in atto misure come tagli lineari e innalzamento della pressione fiscale (ovvero i lati più negativi dell’austerity). Sarà cruciale investire in capitale umano: un elettorato più istruito e consapevole porta la politica a comportarsi di conseguenza, con la possibilità che – per una volta – in Italia si vada oltre gli slogan e si passi ad un’azione concreta sulle riforme strutturali da porre in atto. Il futuro dell’Italia è nelle mani di chi abita questa fantastica nazione e dobbiamo quindi essere padroni del nostro stesso destino.

4 Comments

  1. Articolo interessante.
    Non credi che da qui a quando l’Italia avrà un elettorato più istruito e consapevole (almeno 30 anni?) possa essere passato troppo tempo e la barca già affondata?
    Credi che la classe politica attuale riuscirà a prendersi la responsabilità delle politiche di austerity necessarie, oppure nomineranno nuovamente un “capro espiatorio” alla Monti pur di non perdere elettorato?

    • Grazie per il commento e per l’interessamento. Il tuo arco di tempo (30 anni) è corretto, e purtroppo sì, allora potrebbe essere troppo tardi. Credo che un governo tecnico possa essere una delle poche soluzioni ad oggi, ovviamente meglio sarebbe un governo con tutti i principali partiti politici a supporto di ministri tecnici. Non deve accadere quanto successo con Monti: la politica dovrà assolutamente prendersi la responsabilità delle scelte tecniche e politiche prese.

      Temo che tutto questo resti solo una speranza

  2. Avevo promesso che mi sarei astenuto, ma non riesco. Rispondo da persona diciamo matura e fortemente interessato alla qualità dell’istruzione delle giovani generazioni. Condivido in pieno la considerazione di Alvise sulla necessità di istruire gli Italiani. Ci volessero anche trent’anni, cosa probabile, non è questo un buon motivo per rinunciare. Solo attraverso una “maggior comprensione media” dei fenomeni economici e politici, molto più complessi di 50 o 70 anni or sono, potremo avere un elettorato mediamente più consapevole e mediamente meno influenzabile da parole d’ordine che fanno presa sul momento, ma lasciano inalterati i problemi veri. Questo non significa disconoscere o sminuire l’apporto elevato che alla società danno e continueranno a dare le persone che per impossibilità, scelta consapevole, mancanza di opportunità o inclinazione non hanno perseguito studi universitari. Semplicemente significa aspirare ad una società nella quale la classe dirigente sia più consapevole di quella odierna e non approfitti degli elettori con metodi di una bassezza estranea persino alle più squallide campagne pubblicitarie.

    • Concordo, infatti non necessariamente la formazione politica (se così vogliamo chiamarla) deve avvenire all’interno delle università. La differenza viene fatta dalle scuole medie – oggi totalmente inutili – e dalle scuole superiori. L’università possiamo già considerarlo un ambiente elitario, e non può essere un Paese composto solo da élite a dare un cambio di rotta.

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