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MILIARDI DI DOSI SOMMINISTRATE CONFERMANO L’EFFICACIA E LA SICUREZZA DEI VACCINI PER LA COVID19

I trial clinici condotti dalle varie aziende farmaceutiche hanno già dimostrato l’efficacia e la sicurezza dei vaccini per la Covid19. Ora però, dopo mesi di campagna vaccinale e miliardi di dosi somministrate, la quantità di dati raccolta dal mondo reale ci permette non solo di confermare i risultati già ottenuti, ma anche di vedere ciò che un normale trial clinico non è in grado di mostrarci.

Photo by Marisol Benitez on Unsplash

Tra Dicembre 2020 e Marzo 2021, diversi vaccini contro la Covid19 hanno avuto il via libera per essere utilizzati sulla popolazione tramite un’autorizzazione rilasciata in via emergenziale da parte degli enti regolatori dei vari Paesi. In Italia, al momento, sono stati autorizzati i vaccini sviluppati da Pfizer-BioNTech, le cui somministrazioni ammontano a circa il 70% di tutte le dosi somministrate nel Paese, AstraZeneca, Moderna e Johnson&Johnson.

Se l’autorizzazione è stato un primo passo importantissimo per provare a sconfiggere il virus, la strada per vaccinare la popolazione era ed è tuttora molto lunga e tortuosa. Una vaccinazione di massa, infatti, richiede un’organizzazione straordinaria. Non solo perché le dosi disponibili all’inizio sono di gran lunga inferiori a quelle necessarie, ma anche perché la malattia non colpisce ugualmente tutte le fasce d’età e il contagio non avviene in ugual modo in ogni luogo, rendendo quindi necessaria una strategia che riesca a massimizzare gli effetti delle poche dosi disponibili nelle fasi iniziali. Seguendo questo principio, molti Paesi, tra cui la stessa Italia, hanno adottato una scala di priorità che vedeva le persone anziane e/o fragili in cima alla lista d’attesa insieme ad alcune professioni più a rischio, come ad esempio coloro che lavorano in ambito sanitario. L’idea, di per sé, è molto semplice: ridurre il più possibile i decessi e la pressione sugli ospedali andando ad agire su quella parte di popolazione più soggetta al contagio e ai sintomi severi. Purtroppo, la pratica si è rivelata tutt’altro che semplice e in alcuni Paesi come l’Italia, una disastrosa comunicazione mischiata a scelte troppo spesso improvvisate hanno complicato notevolmente il proseguimento della campagna vaccinale. Tuttavia, a oggi contiamo più di 4.5 miliardi di dosi somministrate nel mondo e molti Paesi hanno vaccinato la maggior parte della popolazione a rischio, ciò ci permette di raccogliere dati preziosissimi dal mondo reale e capire più nel dettaglio l’efficacia e la sicurezza di questi vaccini, come ad esempio i dati su eventi estremamente rari e impossibili da osservare nei regolari trial clinici.

Vaccini, difese e varianti

Prima di spiegare la performance dei vaccini contro la Covid19, è importante ripassare brevemente come funziona un vaccino, in modo da comprendere meglio ciò che stiamo osservando nel mondo. A prescindere dalla tecnologia usata, i vaccini presentano uno o più parti del patogeno per istruire il nostro sistema immunitario a riconoscerle, così che quando incontreremo il patogeno vero, il nostro corpo avrà già le difese pronte per attaccarlo ed eliminarlo.

Col SarsCoV-2, in particolare, uno studio ha osservato una correlazione tra un ritardo nello sviluppo di anticorpi dopo l’infezione e la severità dei sintomi. Ovvero, pazienti che non producevano anticorpi entro un certo limite di tempo erano gli stessi che sviluppavano i sintomi più gravi (morte compresa). Grazie al vaccino, per esempio, questo ritardo viene evitato, contribuendo potenzialmente alla riduzione della probabilità di complicanze più gravi. Inoltre, il nostro sistema immunitario dopo la vaccinazione, ma anche dopo l’infezione, produce sia una risposta umorale (anticorpi), sia una risposta cellulo-mediata (linfociti e altre cellule come i macrofagi). Entrambe queste linee di difesa sono in grado di attaccare il virus da più fronti, cosa che assume un’importanza fondamentale quando affrontiamo le famose varianti. Esse infatti sono dei virus che derivano dal ceppo di origine e che, a seguito della replicazione all’interno di organismi ospiti, hanno accumulato mutazioni, a volte vantaggiose, a volte svantaggiose. Se il nostro sistema immunitario riconoscesse una sola parte del virus, basterebbe una mutazione di quella componente per permettere al virus di sfuggire completamente alle nostre difese. Grazie però a centinaia di migliaia anni di evoluzione, questo non accade, poiché l’essere umano si è appunto evoluto per generare una risposta immunitaria che va ad attaccare più parti del patogeno e non una sola.  

Nonostante questo, la protezione garantita dal sistema immunitario, e quindi dai vaccini, non è mai classificabile in modo binario del tipo “funziona-non funziona”. Come con tutti gli argomenti scientifici, bisogna tenere a mente che esistono sempre sfumature. Il vaccino non ci rende invincibili, ma questo non significa che sia totalmente inefficace. Per capire meglio di cosa parliamo, andiamo quindi ora a vedere cosa ci dicono i dati dal mondo.

I vaccini hanno abbassato la pressione sugli ospedali e ridotto notevolmente i decessi

Descrivere nel dettaglio l’efficacia dei vaccini può diventare un esercizio estremamente complesso e può succedere facilmente di finire su dati ancora troppo preliminari per essere considerati certezze. Al momento, però, possiamo concentrarci su due aspetti principali, che sono stati tra l’altro gli obiettivi primari dei trial clinici, ovvero la riduzione del rischio di malattia severa e conseguente ricovero in ospedale e la sicurezza dei vaccini stessi.

Come stimare l’efficacia contro i sintomi gravi? Sicuramente, un primo importante dato lo abbiamo visto grazie ai test pubblicati dalle varie aziende su riviste scientifiche molto prestigiose, ma ora abbiamo l’opportunità di vedere gli effetti dei vaccini su una popolazione molto più grande rispetto alle decine di migliaia di volontari arruolati nei trial clinici. Le diverse ondate di infezioni ci permettono di comparare ondate avvenute in assenza di vaccini con ondate avvenute quando la campagna vaccinale aveva già raggiunto molte delle persone più a rischio. Date le molte variabili in gioco, un ottimo Paese da analizzare è il Regno Unito. Gli Inglesi, infatti, hanno mantenuto nel tempo un alto e costante numero di test, cosa fondamentale per paragonare le ondate fra di loro, hanno sequenziato a fondo il genoma virale dei nuovi casi, permettendoci di sapere quale variante fosse dominante in un determinato momento e hanno inoltre somministrato i vaccini con grande rapidità. Facendo un piccolo salto indietro, vediamo che nel mese di Gennaio 2021, quando meno dell’1% della popolazione inglese era completamente vaccinata, i nuovi casi di Covid19 nel Paese sono stati circa 1.3 milioni, seguiti da più di 30’000 morti. La vaccinazione, tuttavia, è proseguita a passo spedito, arrivando al mese di Luglio ad avere più del 50% della popolazione vaccinata con entrambe le dosi. Proprio in questo mese, la nuova variante Delta, enormemente più infettiva rispetto alla variante che causò l’ondata precedente, causa una potente ondata che porta i nuovi casi complessivi a poco più di 1 milione. Qui, però, troviamo la grande differenza. Nonostante un numero paragonabile di nuovi positivi, per di più con una variante molto più contagiosa, il conteggio dei morti si ferma ad appena 1500. Una riduzione drastica. Migliaia di vite salvate e un sistema sanitario che, finalmente, non si trova al limite del collasso.

La metà dei ricoverati in ospedale era vaccinata, quindi vaccinarsi è inutile, giusto? Manco per sogno

Anche di fronte a questi dati estremamente incoraggianti, non sono mancate le occasioni per fare allarmismo tramite una pessima comunicazione. Sono stati molteplici infatti gli articoli che titolavano “50% dei ricoverati per Covid19 erano vaccinati con doppia dose”, lasciando intendere in qualche modo che i vaccini fossero inutili, visto che in ospedale ci finivano vaccinati e non vaccinati in ugual numero. A parte che questo non è sempre vero, vedere alla voce Piemonte, anche quando è davvero così, basta usare i numeri per capire dove stia la fallacia in quel ragionamento. Premettendo che nessun vaccino o farmaco è mai efficace al 100% e che questi ricoveri avvengono principalmente nelle fasce d’età più alte, le quali sono per la maggioranza vaccinate, possiamo fare un piccolo esempio pratico. Immaginate di avere 100 persone anziane, di cui 90 vaccinate e 10 non vaccinate. Di ogni gruppo, ne vengono ricoverate due (un numero a caso). Avremo così quattro persone in ospedale, di cui effettivamente la metà è completamente vaccinata. Dove sta il problema? Sta nel fatto che la popolazione di partenza è diversa. Due ricoveri su 90 persone corrisponde a poco più del 2%, mentre due ricoveri su 10 persone equivale al 20%. In breve, il gruppo dei non vaccinati ha un rischio di dieci volte maggiore di essere ricoverato (sottolineo nuovamente che questo è solo un esempio dimostrativo, i numeri reali sono diversi, ma il concetto è il medesimo). Ecco perché leggere quei titoli e pensare che i vaccini siano inefficaci è un errore.

La sicurezza dei vaccini si è confermata superiore a quella di farmaci di uso comune

Così come nessun farmaco è efficace al 100%, altrettanto si può dire per quanto riguarda la sicurezza. Gli effetti collaterali ci sono sempre, l’importante è che essi non superino mai i benefici. Per questo motivo, come ogni farmaco, anche i vaccini dopo la fase III dei trial clinici sono entrati da tempo nella fase IV, quella che viene chiamata “farmacovigilanza”. In questa fase, si rileva ogni evento avverso accaduto dopo la somministrazione e poi si analizzano i dati raccolti per capire quali sono imputabili al farmaco e quali no. Questa fase è estremamente importante, perché permette di vedere tutto ciò che nei trial non si è riusciti a osservare e quindi di aggiornare i bugiardini con dettagli più precisi, grazie al maggior numero di persone coinvolte.

Sia se guardiamo i dati dei trial clinici, sia quelli dal mondo reale, è ormai acclarato che la maggior parte degli eventi avversi collegati alla vaccinazione sono di lieve entità, come febbre, mal di testa, stanchezza e dolore nel sito di iniezione. Essendo eventi molto comuni, è stato facile osservarli fin da subito durante i test che hanno preceduto l’autorizzazione d’emergenza. Altri eventi molto più rari, invece, si sono potuti osservare solo dopo aver vaccinato centinaia di migliaia di persone (nei trial clinici si arriva al massimo a qualche decina di migliaia). Alcuni di questi effetti collaterali rari sono quelli di cui abbiamo sentito molto parlare, come ad esempio le trombosi e le miocarditi. È importante ricordare che, nonostante questi eventi siano un po’ più comuni fra i vaccinati, ancora non abbiamo studi che siano riusciti a trovare un nesso di causa. Leggendo queste righe però, può venire spontaneo domandarsi come sia possibile che questi vaccini siano considerati sicuri. Di nuovo, la comunicazione è importante e, in particolare, è importante avere una corretta percezione del rischio.

Per dare il giusto contesto, guardiamo nuovamente i numeri e proviamo a capire meglio. Dai vari studi e report che abbiamo a disposizione, si osserva che nel peggiore dei casi sia le trombosi che le miocarditi hanno un’incidenza che oscilla tra 1 caso su 30mila e 1 caso su 100mila dosi somministrate. Senza riferimenti, tuttavia, è difficile comprendere se questi numeri siano accettabili o meno, ed ecco che entra in gioco la percezione del rischio. Sentendo le notizie in televisione o sui giornali, l’impressione che si ha è che siano eventi molto comuni e quindi che questi vaccini siano pericolosi come una roulette russa. Se però andiamo a vedere i bugiardini di farmaci molto più comuni e che usiamo da tempo, ci accorgiamo che le cose stanno diversamente. Possiamo prendere per esempio il foglietto illustrativo dell’ibuprofene, un comunissimo antidolorifico acquistabile in farmacia senza obbligo di ricetta, e andare diretti alla voce effetti indesiderati. Qui troviamo, tra gli altri, insufficienza cardiaca, infarto, trombocitopenia, insufficienza epatica e epatite acuta, tutte cose sicuramente poco piacevoli e che possono comparire fino a 1 caso su 10mila. Questo significa che alcuni degli effetti collaterali gravi di un normalissimo antidolorifico sono dalle tre alle dieci volte più frequenti degli effetti collaterali gravi osservati in persone vaccinate. Eppure, l’ibuprofene lo prendiamo senza pensarci, mentre il vaccino ci viene spesso raccontato come un salto nel vuoto senza paracadute.

I dati AIFA confermano la sicurezza dei vaccini

Rimanendo nell’ambito della farmacovigilanza, possiamo anche guardare cosa ci dicono i dati raccolti dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sulla vaccinazione in Italia. Il rapporto si rifà al periodo che va da Dicembre 2020 a Luglio 2021, per un totale di 65.926.591 milioni di dosi somministrate. Le segnalazioni di eventi avversi ammontano a 84.322, di cui 10.805 riportati come gravi. Analizzando questi casi, AIFA ha concluso che quelli correlabili alla vaccinazione sono 3.453, ovvero una frequenza di effetti collaterali gravi di circa 1 su 20mila dosi somministrate. Applicando poi lo stesso procedimento alle segnalazioni che riguardano i decessi, AIFA ha osservato in totale 7 decessi correlabili alla vaccinazione, una percentuale pari allo 0,00001%. Per quanto ogni morte sia drammatica, dobbiamo sempre ricordarci che la vaccinazione serve a proteggerci da un virus molto più letale e che ha già causato più di 120mila vittime nel nostro Paese. Un bilancio che quindi pende estremamente a favore dei vaccini.

Per avere una visione ancora più chiara a riguardo, torna utile guardare i dati di AIFA e ISS elaborati da Matteo Villa per conto dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), dove risulta evidente come, anche fra i più giovani, i rischi della Covid19 superino ampiamente quelli della vaccinazione. Il calcolo è semplice: da un lato la somma dei morti di Covid19 negli ultimi 12 mesi e dall’altro la somma dei morti teorici se tutti fossimo vaccinati con due dosi, basandosi sulla frequenza di eventi avversi osservata finora.

Decessi reali Covid19 e proiezione decessi post-vaccinazione in 12 mesi per classe d’età. Fonte: ISPI

Anche tra i più giovani, i calcoli mostrano che il rischio di morire a causa del virus è superiore di almeno dieci volte a quello di morire in seguito alla vaccinazione. L’unica alternativa più sicura ad entrambe le condizioni sarebbe quella di interrompere ogni contatto sociale. Infatti, il SarsCoV-2 è destinato a rimanere fra noi ancora per molto tempo e, col graduale ritorno a una vita normale, sarà inevitabile venirci a contatto prima o poi, soprattutto considerando la sua capacità di trasmettersi per via aerea, la quale rende qualsiasi luogo chiuso una potenziale fonte di contagio difficile da evitare.

E se i decessi ce li tenessero nascosti? Fatica sprecata, li vedremmo comunque

Il metodo scientifico si basa sul volersi dare torto. Sembra assurdo, ma funziona così. Se abbiamo un’ipotesi, il modo migliore per provare che è corretta è fare tutti quegli esperimenti che potrebbero smentirla. Se non riusciamo a smentirla, allora c’è una buona probabilità che essa sia davvero corretta. Seguendo questo principio, guardiamo un altro dato che potrebbe andare contro a tutto ciò che abbiamo detto finora, ovvero la mortalità in eccesso. Questo indice è molto complesso e va usato con attenzione, ma se usato con i giusti controlli, può darci informazioni interessanti. In breve, esso raccoglie tutte le morti per tutte le cause e va a vedere se sono di più o di meno degli anni precedenti (numeri influenzati quindi da moltissime variabili, da qui la necessità di cautela nell’utilizzare questi dati). Durante le passate ondate, la mortalità in eccesso è aumentata in ogni Paese a causa del grande numero di morti causati dalla Covid19 e questo nonostante la percentuale di contagiati fosse una percentuale molto piccola della popolazione totale. Se i vaccini fossero letali quanto la Covid19 o di più, con più del 50% di popolazione vaccinata la mortalità in eccesso schizzerebbe alle stelle. Guardando i dati odierni, però, vediamo che questo indice è rimasto assolutamente nella norma, dandoci un’ulteriore conferma che la vaccinazione di massa non ha affatto causato un aumento della mortalità nella popolazione e che quindi i vaccini non pongono un rischio per la nostra salute.

Dati sulla mortalità in eccesso nel periodo dal 5 Gennaio 2020 al 1 Agosto 2021 in alcuni Paesi europei e non. Fonte: Our World In Data.

Per riassumere, i vaccini hanno ridotto drasticamente la mortalità e i ricoveri da Covid19, alleggerendo tantissimo la pressione sugli ospedali, hanno, nel peggiore dei casi, effetti collaterali gravi circa 3-10 volte più rari di farmaci di uso comune e non hanno in alcun modo aumentato i decessi tra la popolazione. Con una simile efficacia e con un tale profilo di sicurezza, i vaccini si confermano un’arma irrinunciabile per arginare la pandemia e non devono in alcun modo spaventarci. È facile cadere preda dell’emotività sentendo voci di corridoio o leggendo notizie sparse, di fronte a un vaccino nuovo per un virus appena scoperto è assolutamente normale avere dubbi e incertezze e un certo tipo di comunicazione non fa altro che alimentarle. La difesa migliore che abbiamo è informarci correttamente analizzando la situazione in modo lucido, senza schierarsi, ma lasciando che siano i numeri a parlare per noi. E i numeri, fortunatamente, ci dicono chiaro e forte che i vaccini sono sia efficaci, sia sicuri.

2 Comments

  1. Articolo molto ben scritto. Il confronto rischi / benefici per il giovani secondo me è un po´ superficiale. Nelle fasce dei giovani il rischio Covid-18´9 è fortemente concentrato in piccoli gruppi di individui con vulnerabilità dovuta a condizioni preesistenti. Il rapporto rischio beneficio per adolescenti sani dovrebbe tener conto di queso aspetto.

  2. Grazie per queste delucidazioni.
    L’ho letto tutto con attenzione e grande interesse.
    Dubito che i novax arrivino in fondo all’articolo, dubito che la maggioranza di essi lo comprenda.
    Ma noi sì.
    Grazie

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