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La falsa libertà di andare a scuola con la pancia scoperta

19 Aprile 2022

La scorsa settimana la dirigente di un liceo pedagogico dell’Alto Adige ha inviato una lettera alle famiglie degli studenti, in cui ricordava che «a scuola si va con un abbigliamento appropriato, quindi, preferibilmente, senza magliette che lascino la pancia completamente nuda». Non l’avesse mai fatto. Gli studenti hanno prontamente reagito e, in segno di protesta, si sono presentati in classe con top e magliette corte, che lasciavano scoperto l’ombelico.

Non è la prima volta che accade un fatto del genere. Riavvolgiamo il nastro: febbraio 2022, liceo Righi di Roma, una studentessa sta facendo un balletto, da pubblicare su TikTok, con la pancia scoperta e la musica ad alto volume. Una professoressa entra in classe e si rivolge alla ragazza dicendole: «Ma che stai sulla Salaria?».

Anche in questo caso gli studenti protestano, manifestando di fronte alla scuola. Indossano t-shirt cortissime e minigonne, e hanno in mano degli striscioni: su uno di questi c’è scritto «Benvenut* nel Medioevo» (sì, con l’asterisco, un attimo che svengo).

Vorrei soffermarmi su questa vicenda perché credo che raggiunga delle vette di surrealismo insuperabili. Il giorno delle proteste studentesche, il sito di informazione Fanpage pubblica un video in cui mostra la manifestazione e intervista i partecipanti, tra cui la ragazza rimproverata dalla professoressa. Il servizio è uno di quelli in cui si ingigantisce tutto di proposito, quelli in stile Report (o Le Iene, se preferite), che inizia con la musichetta accattivante, l’inquadratura sulle mani tremanti e la voce camuffata. Schiaccio play e immagino che mi troverò di fronte a uno spietato criminale, un pentito di mafia, insomma, qualcuno che sta per fare una sconvolgente rivelazione su un fatto di tremenda efferatezza. Me lo immagino ambientato di notte, magari in un vicolo buio di un quartiere pericoloso: «Eravamo in terza ora, ora di buco, perché mancava il professore di filosofia». Ma che diamine, anche meno.

Comunque, la ragazza racconta la storia, si dice offesa perché le è stato dato della «prostituta» (cosa non vera, ci torniamo più avanti) e afferma che all’inizio era arrabbiata «più sul fatto della società in generale»: ho notato che quando qualcuno si lamenta di qualcosa, incolpando la società brutta e cattiva, di solito, quella cosa è una minchiata.

Viene intervistata anche la rappresentante dell’istituto, la quale sostiene che «il fatto che questa ragazza abbia avuto il coraggio di denunciare quanto è successo dà anche il coraggio ad altre scuole di mobilitarsi». Hai capito tu, la nuova Rosa Parks: ragazzi, panze de fori, e all’arrembaggio!

Davvero, vorrei smetterla di divagare, ma non ce la faccio. Molti ragazzi in manifestazione parlano di Medioevo, ma lo buttano lì così, a casaccio. Uno di questi dice: «Sembra che viviamo nel Medioevo, perché non siamo liberi di vestirci come ci pare». Altri gli fanno eco, ripetendo quegli slogan dozzinali e banalotti che credo abbiano letto su Freeda (una pagina Instagram che, se non conoscete, vi consiglio di non cercare).

Un altro fa: «Se io mi fossi presentato in pantaloncini e canottiera mi avrebbero detto “Ma che stai al mare?” e non “Sei un gigolò!”». Tra questa serie di illuminanti spunti intellettuali, un ragazzo ci tiene a precisare, sia mai, che la professoressa «ha usato un comune lavoro [la prostituta] come un insulto». Ragazzo mio, qui ti contraddici da solo però: se fare la prostituta fosse un mestiere comune allora perché ti indigni? Perché stai protestando? Tornatene in classe, magari a studiare il Medioevo, no?

Ora smetto davvero, ma non prima di informarvi che la vicenda si è conclusa con un procedimento disciplinare per la professoressa, deciso dalla preside dell’istituto.

Torniamo al presente, alla dirigente che invia una lettera agli studenti chiedendo di vestirsi in modo appropriato. Ricordando la furiosa bufera che è scaturita pochi mesi fa, la dirigente sceglie di agire nella maniera più sobria possibile: nessuna espressione che potrebbe essere equivocata, nessuna alzata di voce, qualsiasi cosa pur di evitare strumentalizzazioni. Ma gli studenti protestano comunque, sollevano il solito polverone, rilanciano i soliti patetici slogan di prima (quelli di Freeda: a proposito, l’avete cercata? Mi auguro di no!). A quanto pare, come dire, il problema non era la frase ingiuriosa.

La dirigente è costretta a chiedere scusa: «Forse ho sbagliato a mettere questi concetti in forma scritta perché non si è inteso il tono della formulazione. La lettera ha preso un significato differente da quelle che erano le intenzioni. Avrei dovuto parlare direttamente con gli studenti». Onestamente, Salaria o non Salaria, non credo che sarebbe andata in modo diverso. Mi ha colpito, inoltre, che la stessa dirigente abbia fatto una sorta di marcia indietro, sostenendo che il motivo per cui bisognerebbe vestirsi in modo consono sia preservare la salute dei ragazzi. «È rischioso, per esempio, accettare che si possa imporre una sorta di ideale di pancia piatta che potrebbe portare a diete pericolose con l’obiettivo di raggiungerlo», ha affermato. Cara professoressa, non la conosco, ma perché mi fa così? Era stata perfetta finora, eddai!

Naturalmente, non c’è neanche bisogno di dirlo, per entrambe le vicende i vari influencer del progressismo, un po’ smielato e un po’ stomachevole, hanno fomentato orde di rincitrulliti etichettando professoressa e preside come sessiste, fasciste, naziste e altri –ismi buttati lì, a casaccio – sì, come il Medioevo di prima. Non sto qui ad approfondire.

Non è la prima volta che gli adulti si arrendono ai giovani, che gli educatori si piegano ai capricci di coloro che dovrebbero, appunto, educare. La prospettiva si è completamente ribaltata: un tempo, quando un ragazzino diceva una di quelle cose stupide che dicono i ragazzini, il genitore, saggiamente, gli diceva «sì, va bene, adesso però vai in camera a giocare»; ora, invece, ci troviamo di fronte a genitori che vogliono stare al passo con le nuove mode, il nuovo gergo, il gruppo delle mamme, l’emoticon che ride, ignorando il fatto che il miglior antidoto per sfuggire alla contaminazione delle cretinerie bambinesche è, citando Duccio Patanè (direttore della fotografia nella serie tv Boris), «chiudersi a riccio».

La frase «non sei sulla Salaria» è infelice e andava evitata, ma non è il punto centrale della questione. Il tema di cui discutere è la progressiva perdita del contesto, che in questo caso avviene in due direzioni. La prima è che abbiamo perso la capacità di discernere le battute o i modi di dire: non diamo più senso a niente, come se le frasi che gli altri pronunciano fossero sparate nel vuoto. È chiaro che la battuta della professoressa, seppur spiacevole, non significhi «sei una prostituta» ma «siamo a scuola, stai composta». Il problema è che coloro a cui fa comodo offendersi e inventarsi traumi prediligeranno sempre la prima interpretazione.

La seconda perdita del contesto è quella dei luoghi. Ogni luogo ha una propria sacralità che va rispettata: non si va in Chiesa in ciabatte e costume da bagno; non si va in Parlamento in tuta da ginnastica e sneakers, non si va a scuola con la pancia scoperta. Non è un discorso da irriducibili reazionari, è semplicemente una questione di rispetto, di riconoscenza nei confronti dei luoghi che frequentiamo, della loro storia e delle persone che ci stanno intorno. La libertà di andare a scuola vestiti come degli scostumati è una falsa libertà. Non distinguere un’aula di un liceo da una discoteca innesta un meccanismo che ci fa sprofondare in un abisso indifferenziato, dove tutto diventa uguale a tutto e contemporaneamente perde d’importanza, trasformandosi in un nulla indistinto, che scivola via spogliato del suo valore.

Nell’epoca più libera che sia mai esistita, siamo portati a vedere ogni regola, perfino ogni consuetudine, come un attacco alla nostra libertà. Dovremmo renderci conto, invece, che molte di quelle regole e quelle consuetudini sono vitali. La presidente dell’associazione antiviolenza Gea, Christine Clignon, ha dichiarato che la conclusione a cui è arrivata è che «ogni persona può decidere da sola cosa considerare appropriato» e che «nei luoghi pubblici ciascuno dovrebbe avere la possibilità di esprimersi liberamente». Sono profondamente contrario e credo che un comportamento del genere sia disastroso per la tenuta stessa della società. Ci sono delle libertà che è giusto invocare e per cui è giusto scendere in piazza, ce ne sono altre per cui l’unica cosa da fare è non fare nulla perché, in alcuni casi, l’unica posizione che ci impedisce di regredire è quella conservatrice.

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