Keith Allison from Hanover, MD, USA, CC BY-SA 2.0 , via Wikimedia Commons
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LA RIVINCITA DEI “SENZA APPEAL” DELL’NBA

LA STAGIONE 2020/21 DELL’NBA, COMPLETATA TRA LE TANTE CONTRADDIZIONI DOVUTE ALLA PANDEMIA, CI HA INEVITABILMENTE REGALATO IMPREVEDIBILITÀ. FINO ALLA FINE: ELIMINATI I FAVORITI IN VARI MOMENTI PIÙ O MENO CLAMOROSI DELLA POST-SEASON, A DISPUTARSI IL TITOLO SONO I PHOENIX SUNS E I MILWAUKEE BUCKS, LECITAMENTE NON PREVISTI TRA I FAVORITI ASSOLUTI A INIZIO STAGIONE: I “SENZA APPEAL” DELL’NBA.

UNA STAGIONE DIVERSA

Come sempre, quando quello che arriva in fondo è più simile a Davide che a Golia, un po’ tutti sono contenti. L’attraente simpatia che naturalmente hanno gli underdog è sicuramente indossata meglio dai Suns che dai Bucks, ma per come si era messa la stagione, dopo le trade cambia equilibri dei Brooklyn Nets, sarebbe falso dire che ci si aspettava la truppa del Winsconsin in campo a metà luglio. Invece, dopo dei Play-Off rocamboleschi e a tratti sorprendenti, sono proprio queste due franchigie a giocarsi un insperato anello. Al termine di una stagione che è stata una controtendenza unica. A cominciare dalle assenze: nella stagione dove ben 35 partite sono state posticipate a causa delle positività da COVID-19, i roster corti avrebbero dovuto accusare il colpo di troppe partite troppo vicine; invece sono state le squadre infarcite di stelle, paradossalmente, a uscirne più indebolite. Lo testimoniano, su tutti, i favoritissimi Lakers, a bocca asciutta in un anno fortemente propizio proprio per le contingenze. Chi aveva meno giocatori-chiave ha avuto forse solo più fortuna o semplicemente era più abituato a fare di necessità virtù, trovando comunque una soluzione.

La stagione ha vissuto più bassi che altri, nonostante le trade, i record infranti e le difficoltà di alcune franchigie, appunto, giudicate favorite. Si aspettavano i PO – anche i nuovi e ampiamente criticati Play-In – come l’inizio della vera stagione, come il momento che avrebbe rimesso a posto le cose, ristabilendo gli equilibri perduti in nome del più classico degli show must go on. Invece la post-season ha fatto esattamente il contrario, chiedendo il sacrificio dei Lakers prima, dei Nets poi, dei Clippers e in ultima istanza dei 76ers. Una dopo l’altra le squadre favorite hanno capitolato sotto i colpi di squadre che, all’apparenza, non avrebbero dovuto essere alla loro altezza ma che, nella realtà spietata di una serie al meglio delle 7 gare, ha visto prevalere il buon basket sul buon giocatore, il sistema sul singolo, come non succedeva da un po’. L’NBA dei nostri padri, più onestamente dei nostri fratelli e cugini più grandi, come risposta a un’ideologia che non vorrebbe ma comunque si piega agli stravolgimenti del resto del mondo. Non per forza giusto, sicuramente romantico, forse troppo poco per pensare ad un cambio di paradigma nella NBA probabilmente ancora nel pieno dell’era dei SuperTeam.

ANTETOKOUNMPO AL CENTRO DEL VILLAGGIO

Partiamo allora dalla critica più volte mossa al mercato dei Bucks: non si è mai riusciti a costruire un vero team a 5 stelle attorno a Giannis Antetokounmpo. Evitato come la peste nelle blockbuster trade, impossibilitato da cap imballati e alcune scelte mal calibrate in passato, Jon Horst ha dovuto tirare fuori il bisturi per delineare i contorni di una contender credibile. Con la trade a 4 di fine novembre, il GM dei Bucks ha avuto il coraggio di lasciar partire diversi elementi considerati chiave per portare Jrue Holiday in verde-crema e, come forse prevedibile, la scelta ha pagato. Nonostante, forse, ci si possa azzardare a sottolineare quanto le altre trade, tutte improntate sullo scambio di scelte, testimoniassero uno sguardo orientato forse un po’ più lontano rispetto al qui ed ora. Riportare il greco al centro del villaggio, con Holiday complementarmente perfetto e un supporting cast dai nomi meno rumorosi ma dalle mani più efficaci, ha fatto il resto, specie sotto le direttive di un coach ampiamente capace a modellare una squadra come Budenholzer. Milwaukee era una squadra costruita come si faceva 10 o 15 anni fa, in attesa forse di un’ulteriore spinta l’anno prossimo.

Ma il campo non è stato d’accordo: la Eastern Conference è stata più competitiva degli anni passati ma c’era poco che potesse davvero mettere a rischio la partecipazione ai PO di Brew City. Forti di ciò, i Bucks si sono concessi il lusso di rodarsi, di dare spazio a chi ne aveva bisogno, di incassare qualche periodo no. Lusso vero, nella stagione di corsa e singhiozzo, che ha fatto tutta la differenza del mondo quando c’era da andare alla distanza. Già prima dei PO, i clutch moment delle partite di Milwaukee e le sconfitte hanno messo in mostra una consapevolezza collettiva, un senso difficile da scrollarsi di dosso: la truppa di Coach Bud sapeva esattamente dove si trovava, sempre. Nel bene e nel male, certo, conoscendo i propri limiti, cosa che però non è necessariamente diventata un limite. In 6 mesi di RS difficili, insomma, un po’ per tutti, Ante e compagni sono invece riusciti a trovare la propria dimensione senza perdersi per strada troppi risultati; una sintesi mica da poco.

NESSUNO HA VISTO IL SOLE SORGERE

La NBA, come tanti altri sport, ha provato a raccontarsi una stagione che non c’era, fingendo di essere immune ai problemi del mondo, ma riscontrando inevitabili cali d’interesse, nonostante i tentativi di accorciare le distanze. Questo ha inevitabilmente giocato un ruolo d’interferenza nel riportare fedelmente la stagione: qui, oltre che nella naturale predisposizione dello storytelling sportivo americano verso i VIP e i grandi nomi, si colloca perfettamente il grossolano errore di aver trascurato i Suns. Non c’è da prestare orecchio a chi sostiene: “Io l’avevo detto”. Lo avrà fatto solo per completezza didascalica: nel mondo di oggi nessuno si sogna di non dire una cosa, tanto per sicurezza. Ma al di là dei cliché, era difficile pensare in tutta sincerità che la solidità de Suns sarebbe bastata a condurli all’atto conclusivo. Una cosa forse leggermente più difficile da comprendere da questo lato dell’Oceano: l’Eurolega e i Campionati europei sono pieni di esempi simili, dove il basket ha sconfitto il crico-bascket, imponendosi là dove i nomi e i soldi spesi non sempre riescono ad arrivare. Un concetto più difficile, parecchio estraneo all’NBA, che non ha da imparare né sulla gestione dei soldi né tantomeno sulla qualità della pallacanestro, ma che non sempre gerarchizza queste due cose alla stessa maniera del Vecchio Continente.

Risultato: una squadra che nessuno voleva guardare, che arriva in fondo, giocando una bella pallacanestro e senza un Big vero e proprio. Con le dovute proporzioni, certamente. Parliamo di una squadra che ha Chris Paul e Devin Booker, ma è davvero dura risalire all’ultima finale giocata da una squadra che non ha, nei suoi top player, almeno un giocatore traversale per seguito, popolarità e riconoscimento delle qualità. Certo, CP3 è pur sempre CP3, ma lo è da diversi anni e arrivato alle 36 primavere era facile pensare che avrebbe chiuso la carriera da eterno incompiuto. Invece proprio lui ha trascinato la squadra, contro i suoi ex Clippers in una serie finale e una Gara-6 che – e lui lo sa meglio di tutti – più da Clippers non poteva essere. E la narrazione è stata proprio quella, attorno alla squadra di Monty Williams: hanno battuto i Lakers perché James e Davis erano a mezzo servizio, i Nuggets perché erano senza Jamal Murray e i Clippers perché senza Leonard. Ma non rispecchia a pieno la verità di una RS chiusa con un record di 51 vittorie e 21 sconfitte e una costanza quasi indipendente dai momenti di forma degli interpreti. I Suns hanno fatto strada di squadra e molti si erano dimenticati che si potesse fare.

IL BELLO DI QUESTE FINALS

Un po’ ce lo ha detto Gara-1: in Arizona non hanno intenzione di mollare il colpo. Il vantaggio del fattore campo e una squadra naturalmente predisposta per gioco e vocazione ad annullare i punti forti di un team come i Bucks, sono un’occasione troppo ghiotta da non provare a sfruttare. Dal punto di vista tattico Williams ha surclassato Bud nel primo atto, nonostante Bud sapesse cosa aspettarsi: ha prima provato una soluzione difensiva nuova, provando ad accettare tanti punti dalle mani di Paul e Booker, poi è ritornato alla difesa in drop con Antetokounmpo, non riuscendo a limitare i danni. Un CP3 indiavolato, soprattutto, ha sempre rotto le uova nel paniere degli avversari, diventando un incubo per Lopez e Portis: i ball-hander dei Suns dovevano segnare ma non passare, costretti dall’isolamento posizionale imposto ai tiratori da 3 della squadra e ad Ayton sotto canestro. Invece Paul e Booker hanno smistato 15 sui 18 assist di squadra.

Non è bastato ritrovare Giannis ai Bucks, che hanno fatto fatica a restare in scia nel deserto. La sofferenza mostrata su Trae Young nelle finali di Conference contro Atlanta si è acuita contro uno degli attacchi più estrosi e prolifici dell’NBA. Mentre dall’altra parte del campo, oltre al colosso greco, l’unico ad avere idee è Middleton, non supportato dai compagni e costretto troppo spesso a dover fare gli straordinari; ma come dimostra Gara-2, il prodotto di Texas University non ha le spalle e la costanza per poter mettere in fila prestazioni enormi. L’altro grande assente è Holiday, desaparecido nei PO e progressivamente sempre più fuori dagli schemi. Un canovaccio troppo facile da arginare per la difesa a zona guidata da Crowder, che ha sofferto quasi solo gli isolamenti creati per Antetokounmpo, ma trovando anche un grande apporto da Bridges, più libero con Giannis impegnato su tutti i fronti. Guai a pensare che sia finita: forse record della RS, inerzia e condotta nei PO possono far pensare che i Suns posano essere favoriti. Ma, anche se vero, difficile immaginare che presto non arrivino contromisure adeguate da parte di un coach esperto come Budenholzer, specie ora che la serie vola in Wisconsin.

Serie aperta, insomma, e Finali tutte da vivere proprio per l’assenza di SuperTeam, Big 3 e altri contesti ormai diventati d’abitudine a quelle latitudini. Guardando Gara-1 è stato facile pensare a squadre che nel pieno degli organici o in certe condizioni avrebbero potuto facilmente punire situazioni e second unit di una o dell’altra parte. Così come è altrettanto logico pensare che sarà un unicum: lo ha dimostrato la narrazione delle due compagini impegnate nella lotta per l’anello, che si è concentrata tutta sugli anni passati. Dalla costruzione dei Bucks, alla consacrazione di Giannis contro i grandi della Eastern Conference, dai Suns che mancavano alle finali dai tempi di D’Antoni, ai titoli che mancano da decenni. Come se le due squadre fossero capitate lì per caso, esclusivamente per demeriti altrui e tanta fortuna. Ma anche con la superficialità di chi ha trattato loro, e forse l’intera stagione, come se fosse già scritta, senza considerare la realtà. Ad ogni modo sono ragionamenti tardivi: il parquet ha parlato e ora ci aspetta uno spettacolo a tratti tutto nuovo.

1 Comment

  1. Sarei curioso di sapere, quante partite hanno vinto i Bucks e Suns senza rispettivamente Ante e Booker. Potrebbe essere quella la chiave per cui sono arrivati alle Finals. Penso a Lebron, Leonard, KD… senza di loro la squadra perdeva praticamente sempre nonostante i rosters superiori alle altre squadre.

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