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L’UE AL TEMPO DEL COVID_19

Il Covid_19 ha messo in luce le debolezze della macchina europea, la quale ha impiegato diverso tempo nel disporre le politiche economiche necessarie per contrastare la crisi pandemica. Nonostante le risposte corrette siano poi arrivate, in un futuro non troppo lontano l’UE dovrà decidere dove andare: sovranismo o stati federali?

Recentemente l’Unione Europea ha dovuto affrontare numerosi passaggi del testimone. Questa fase, prevista dai trattati, comporta la nomina dei presidenti di BCE, Parlamento Europeo, Consiglio Europeo e Commissione Europea. I nuovi tre principali rappresentanti dell’UE, ovvero Christine Lagarde, Ursula von der Leyen e David Sassoli (che hanno succeduto rispettivamente a Mario Draghi, Jean-Claude Juncker e Antonio Tajani) hanno preso il comando della macchina europea verso la fine del 2019. Nonostante essi ereditassero una situazione abbastanza tranquilla e ben programmata, le insidie dal lato politico e da quello economico non mancavano. L’ombra di una nuova recessione come risultato della guerra dei dazi tra Usa e Cina e il costante aumento delle forze sovraniste ha reso particolarmente complesso il processo di nomina delle cariche politiche europee. Per la parte più economica, Mario Draghi ha lasciato Bankfurt con un’altra iniezione di liquidità tramite il Quantitative Easing, azione che ha lasciato operare Christine Lagarde con una certa serenità nelle prime settimane.

L’arrivo del Covid_19 in Italia e in Europa

Sebbene ci fossero gli estremi per considerare il 2020 un anno – tutto sommato – in linea con il trend, il virus arrivato dalla Cina a inizio 2020 ha spazzato via ogni segnale di tranquillità. Quando il Covid_19 era circoscritto nei confini cinesi e dintorni, i cittadini europei non sembravano dare troppo peso alla situazione, salvo magari aumentando la frequenza dell’atto di lavarsi le mani durante la giornata (cosa che, ahimè, sarebbe stata auspicabile anche senza il virus). Nel frattempo, però, i dati sulla produzione cinese in quel periodo facevano apparire i primi timori nei mercati finanziari.

Il 21 febbraio 2020 il Covid_19 approda ufficialmente in Italia. Da quel momento in poi, nulla sarà più come prima. Nelle prime settimane il numero dei contagiati aumenta vertiginosamente, fino a costringere il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad annunciare il lockdown nazionale. In quel periodo di tempo, l’economia sembrava esser passata in secondo piano: affermazioni come “la salute viene prima dell’economia” del ministro Boccia erano all’ordine del giorno nel dibattito politico. Le settimane in cui era “vietato” parlare di problemi politici ed economici hanno determinato un ritardo nell’azione governativa letale per la liquidità delle imprese italiane e per il futuro di milioni di occupati. Tuttavia, l’angoscia che gli italiani hanno provato all’inizio dell’espandersi del Covid_19 è più che giustificata, ed è pienamente comprensibile che i cittadini fossero stufi dei continui screzi all’interno della maggioranza di Governo. Inoltre, era assai complesso prevedere che il lockdown potesse durare così a lungo da avere ingenti effetti sul ciclo economico. 

I primi campanelli d’allarme sul lato economico si fanno sentire ad inizio-metà aprile, quando gli imprenditori manifestano preoccupazioni per il mantenimento della liquidità nelle casse aziendali. Uno scenario con un aumento della disoccupazione si fa sempre più realistico, a tal punto che Matteo Renzi – seppur in modo caotico e abbastanza scriteriato – chiede al Governo di iniziare un processo rapido di riapertura. Gli italiani capiscono subito che un Paese con il secondo rapporto debito/PIL più alto dell’eurozona non può affrontare questa crisi da solo. Vari partiti iniziano quindi ad attaccare le istituzioni europee, esortandole ad agire velocemente. Le richieste dei sovranisti riguardano sostegni a fondo perduto (come, ad esempio, l’helicopter money) per rilanciare l’economia nazionale. I movimenti politici più “moderati” (o responsabili) optano per potenziamenti di misure non convenzionali come il QE e una maggiore solidarietà tra i Paesi europei, al fine di arrivare a una condivisione del debito di nuova emissione. 

Le risposte dell’UE alla crisi

Le prime dichiarazioni europee si dimostrano disastrose. Christine Lagarde, in procinto di varare un nuovo QE da 750 miliardi, annuncia che tra i compiti della BCE non vi è quello di calmierare lo spread. Chiaramente, questa affermazione – che è tecnicamente corretta – provoca un aumento dello spread immediato e lascia intendere agli investitori che l’Unione Europa non farà “tutto il necessario per preservare l’Euro”. Nel contempo, il silenzio assordante della Commissione Europea infastidisce anche i partiti più europeisti come Azione. Infatti, Carlo Calenda invita più volte Ursula von der Leyen a farsi carico di questa situazione. Tuttavia, l’UE inizierà ad agire solo quando la diffusione del virus colpirà molti Paesi europei. Personalmente ritengo che l’azione europea sia stata tardiva e politicamente errata, e credo anche che i più europeisti (come me) siano d’accordo con questa visione. Gli squilibri politici e la grande diversità delle nazioni che compongono l’Unione Europea hanno certamente peggiorato il quadro gestionale delle principali istituzioni europee, rendendo difficile una cointeressenza tra gli Stati membri.

Dopo varie riunioni dell’Eurogruppo – in cui lo scontro è stato spesso sfiorato – un accordo sul piano economico è stato raggiunto: il 23 aprile 2020 viene annunciato un pacchetto di misure per contrastare la crisi economica da Covid_19. Oltre ai già citati 750 miliardi del nuovo QE (denominato PEPP), l’UE interviene per assicurare che la liquidità rimanga nelle imprese costituendo un ammortizzatore sociale denominato SURE che può arrivare a raccogliere dai mercati fino a 100 miliardi. Un piano di investimenti sarebbe garantito dalla BEI fino a 200 miliardi, e dal MES “sanitario” sono disponibili per l’Italia 36 miliardi a costi irrisori e senza condizionalità. Il pezzo forte degli accordi, però, è il Recovery Fund: un fondo da 750 miliardi che verrà distribuito – per metà a fondo perduto e per metà sotto forma di prestiti – tra i Paesi europei. L’Italia, essendo uno dei Paesi più colpiti, potrà ottenere fino a 172,7 miliardi, di cui ben 81 a fondo perduto. 

L’UE è costretta a scegliere tra sovranismo e più Europa

Il piano predisposto dall’Unione Europea può essere considerato sufficiente per attutire gli effetti da crisi per Covid_19: 2000 miliardi sono uno stimolo straordinario, e gli 81 miliardi a fondo perduto a favore dell’Italia rappresentano senza alcun dubbio una gran boccata d’aria. Christine Lagarde negli ultimi giorni ha riacquisito fiducia annunciando un potenziamento del PEPP di ben 600 miliardi, facendo scendere lo spread e riprendendo la guida dettata da Mario Draghi. Rimane un’incognita la capacità degli Stati membri (specialmente quelli più indebitati) di restituire i prestiti, ma va detto che i tassi di interesse su questi sono prossimi allo zero. Il vero dubbio, però, sull’efficacia dell’azione dell’UE riguarda la tempistica. Le imprese sono sempre più in difficoltà in termini di liquidità, anche perché queste sono costrette ad anticipare la cassa integrazione in quanto vi sono ritardi nell’erogazione, e l’impossibilità di licenziare i dipendenti aggrava maggiormente il tutto. 

In sintesi, gli strumenti economici dell’Unione Europea sono corretti e funzionanti. Quello che preoccupa è, ancora una volta, l’incapacità di prendere decisioni tempestive data dall’assenza di interessi comuni. Questo problema dovrà essere risolto quanto prima: una paralisi politica pregiudica gravemente ogni tentativo di sostenere il ciclo economico in recessione. In sostanza, ci vuole più Europa o più sovranismo? Non si può continuare a stare nel mezzo, prima o poi una decisione di questo tipo andrà presa. Ricordandoci i motivi della nascita dell’UE e tendo conto dei costi attesi di una possibile uscita, la soluzione finale dovrebbe essere chiara a tutti.

Alvise Pedrotti

4 Comments

  1. Ottimo articolo, chiaro anche per i non addetti. Solo una cosa. Il governo dovrebbe smetterla di trattare gli italiani come degli imbecilli. Dovrebbe dire chiaramente che in questo momento i problemi economici purtroppo sono prioritari rispetto a quelli sanitari. Temo invece che stiano cercando di camuffare i dati sanitari. È questo oltre che disonesto è pericolosissimo

    • Io credo che sia stato giusto chiudere inizialmente per tutelare la salute, ma in quei giorni andava pianificata subito una riapertura delle attività commerciali e industriali. L’economia è al centro di tutto, nel 2020, che piaccia o no

  2. Sintesi chiara e meritoriamente didattica. Forse un po’ troppo buonista circa gli strumenti governativi di ristoro. Sempre complessi, burocratici, autoreferenziali e conseguentemente tardivi. Calenda ne ha illustrato più di uno facilmente attuabili, ma forse la loro tempestività avrebbe colto il re nudo….vale a dire senza il becco di un quattrino in tasca.

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