da gaypost.it, Città di Parma/Flickr
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Zan, Ferragnez e i Progressisti in Retromarcia

Oggi approderà in aula al Senato il ddl Zan, il disegno di legge contro l’omotransfobia da mesi al centro del dibattito pubblico, in vista dell’ultimo passaggio prima dell’eventuale approvazione. Al di là dell’esito del voto, c’è un pensiero che, da sporco utilitarista quale sono, mi tormenta, ed è il seguente: ma ad Alessandro Zan conviene più che la legge venga approvata oppure no? Perché – facciamo i seri – vuoi mettere stare sotto i riflettori, comparire sulle prime pagine di tutti i quotidiani, essere il capo ultras del “Club dei giusti”, venire osannati da ragazzini e ragazzine, contro il ritornare a fare la vita tapina di prima, da deputato semi-sconosciuto, in un paese in cui bastano tre giorni e tutti si dimenticano di te e corrono a schierarsi per formare le tifoserie di un altro dibattito, tendenzialmente infantile e privo di senso?

Ho preso ad esempio il promotore del ddl Zan, ma il discorso è valido per la maggior parte dei personaggi facenti parte di quel mondo di sinistra, compresi due insospettabili: Chiara Ferragni ed il marito di Chiara Ferragni. La coppia si è infilata prepotentemente nella discussione, facendo precipitare il livello di quest’ultima, già ai limiti del ridicolo, ancor più verso il basso. Come non citare la fine riflessione politica della prima: un “Che schifo che fate politici” degno del peggior grillismo della prima ora e – orrore di pari gravità! – con una virgola mancante. Risulta impossibile non rimanere stupefatti di fronte ad un pensiero così arguto ed illuminante, che finalmente ha riportato il dibattito al posto che gli spetta. Chissà, forse anche loro hanno capito che per luccicare è necessario schierarsi, che coprire la propria ipocrisia ed ignoranza con una bandierina spesso è la soluzione vincente, e che basta mostrarla alla folla social per essere assurti a maître à penser del progressismo.

Ma comunque, torniamo a noi. La scarsa volontà nel vedere approvata la legge è evidente dal fatto che appena qualcuno, in questo caso Matteo Renzi, chiede ragionevolmente di mettersi al tavolo e discutere, poiché con questi numeri si rischia, gli venga scaraventata contro un’ondata di odio e di accuse di voler affossare tutto da far rabbrividire. Mi sembra alquanto paradossale che coloro i quali si battono per una legge che serve a limitare alcune forme d’odio, poi quell’odio lo scatenino contro un senatore che chiede semplicemente di fare politica. D’altronde siamo rimasti in quattro invasati a credere ancora che la politica sia quella cosa là, e che i compromessi siano parte fondamentale di chi la fa di mestiere: ormai il nobile compromesso ha assunto il significato di spregevole inciucio.

Qui emerge tutta l’ipocrisia della sinistra che preferirebbe vedere affossata la legge piuttosto che trovare una ragionevole soluzione per vederla almeno approvata, seppur con qualche modifica. Il piano è già scritto: se la legge venisse promulgata si celebrerebbe enfaticamente la vittoria, altrimenti si darebbe la colpa a quei reazionari della destra e, probabilmente, quella stucchevole retorica condita con un “Noi ci abbiamo provato” funzionerebbe ancor di più per il marketing elettorale. In questo caso occorre ricordare come la legge sulle unioni civili, promulgata nel 2016 con voto di fiducia sotto il governo del vituperato Matteo Renzi, fu frutto di un compromesso tramite il quale si escludevano, ad esempio, il matrimonio egualitario e la cosiddetta “stepchild adoption”. Quella legge è stata utile a molte coppie omosessuali ma, se a quel tempo il governo avesse adottato l’atteggiamento della sinistra attuale, quella stessa legge non sarebbe passata.

La principale obiezione a questo discorso sui compromessi è che sui diritti non si fanno passi indietro o mediazioni, che è un’affermazione che potrei ritenere corretta se vivessimo in tempo di segregazione razziale e a pronunciarla fosse Martin Luther King, ma mi appare difficile sostenerla di fronte ad una legge esclusivamente simbolica, che aumenta di qualche anno la pena per alcune tipologie di reati e che viene pubblicizzata da Fedez e Zan in una diretta Instagram visualizzata da gente che gli dà ragione e che si diletta a commentare alternando “Grande amo!” a “Sporchi bigotti!” (naturalmente allo stesso tempo loro sono quelli contrari all’odio, solo verso alcune categorie).

Questi sedicenti progressisti hanno bisogno dell’avversario per prosperare, altrimenti verrebbero annichiliti. Il meccanismo di base è lo stesso che Salvini adotta con i migranti: lui si schiera ferocemente contro l’immigrazione e sfrutta episodi di cronaca a proprio vantaggio, ma in fondo non può farne a meno. Dovremmo analizzare con avalutatività weberiana la questione e comprendere come il processo sia speculare e, se da un lato è necessario costruirsi un mondo immaginario invaso dai migranti e convincere i propri elettori che quel mondo esista, dall’altro è fondamentale costruirsi una realtà di un paese omofobo e di picchiatori persuadendo i propri elettori che basterebbe una legge e vivremmo tutti nel mondo delle favole. Se da un lato si rilanciano sparuti casi di cronaca in stile “nero picchia bianco”, dall’altro si fa la stessa identica cosa con “uomo picchia gay” senza neanche rendersene conto. E via sotto a commentare: da un lato “E allora vedete che bisogna fermare gli sbarchi…” e dall’altro “E allora vedete che c’è assoluto bisogno della legge Zan…”.

La verità è che, per il primo caso, l’invasione di migranti non esiste e, anzi, i fenomeni migratori sono utili per la crescita del nostro paese, per cui ben vengano; per il secondo caso, viviamo in un’epoca in cui l’omosessualità è largamente accettata socialmente – e per fortuna aggiungo io! – e sono veramente pochi quelli che vedendo passeggiare una coppia gay per strada si scandalizzano. Però abbiamo bisogno di metterli pervicacemente in mostra, offrirgli un megafono e farli urlare a squarciagola, e credere che siano tutti così, perché l’esistenza di queste persone ci fa sentire delle persone migliori e ci permette di creare uno schieramento politico dei buoni.

Abbiamo la vista talmente offuscata che non riusciamo neanche a riconoscere le evidenti contraddizioni nei nostri pensieri, perché consideriamo la nostra parte politica infallibile. Così, a distanza di trenta secondi tra un tweet e l’altro, prima ci si dipinge come i paladini dei diritti civili, contro il patriarcato e per le libertà (bandierina arcobaleno) e poi si inneggia ad un’organizzazione terroristica che ha come obiettivo lo sterminio degli ebrei, la sottomissione delle donne e la lapidazione degli omosessuali (bandierina palestinese).

I politici – lasciamo stare gli influencer –, che, ci tengo a sottolinearlo, a me non fanno tutti schifo, dovrebbero andare in profondità ed analizzare le questioni nel dettaglio, proponendo soluzioni, ma l’unica preoccupazione che hanno è quella di definirsi. Più i problemi rimangono sul tavolo, più le questioni su cui schierarsi, da una parte e dall’altra, aumentano. E i problemi chi li vuole più risolvere così… Il gioco è rovesciato e quei cleavages che una volta sorgevano spontaneamente ora li si progetta in modo artificioso, creando linee di demarcazione ovunque e piantando a terra la propria bandiera. Viene ideato ad arte un problema che non esiste, viene lanciato nella stratosfera mediatica, poi ci si schiera da una parte e dall’altra, si chiude il cancello a chiave e ci si rimpallano ridicole accuse ed imbarazzanti proclami, consapevoli che gli unici che li ascolteranno saranno i propri sodali. Tutto questo va ad alimentare quella perniciosa divisione tra buoni e cattivi, che si scambiano l’un l’altro, e a sproposito, accuse di fascisti e di radical chic.

Concludo citando Bret Easton Ellis, il quale parla della necessità di iscriversi a dei corsi per imparare ad ascoltare opinioni diverse dalla propria senza sentirsi male. In questo clima di mediocrità a compartimenti stagni mi rendo conto di quanto questa sia una qualità imprescindibile per ciascuno di noi. 

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