Samuele Giglio/Unsplash
/

PERCHÉ IN ITALIA DI CULTURA NON SI MANGIA

Partiamo direttamente dalla stilettata, giusto per levarci il pensiero. Di Cultura in questo paese non si vuole mangiare. E per chi ci lavora, tipo chi scrive, prenderne atto è tremendamente desolante. Solo Tremonti ebbe il coraggio di dirlo apertamente, ma si parla ormai già di qualche tempo fa. Quindi penso sia arrivato il momento che noi “interni” ce lo ricordiamo ancora una volta, da soli.

Sono anni che si discute, ai piani cosiddetti “alti”, di riportare la cultura al centro dell’interesse nazionale, eppure sempre altre sono state le priorità dei vari illustri succedutisi nelle postazioni di governo.  Sembra sempre che la suddetta discussione viva solo finchè durano i comizi elettorali. Nessuno si è risparmiato in passato sull’attenzione al patrimonio artistico dello stivale. Ma nelle strade, dove è il tono della voce quel che conta, e non lo spessore di quel che si pronuncia. Ogni qual volta si sono aperte le danze vere e proprie, e le occasioni di rinnovamento di certo non sono mancate, la cultura è tornata sempre a ricoprire il solito ruolo. Quello del bellissimo tappeto rosso nei palazzi. Un elemento di arredo, parte certo di qualcosa di più grande, ma pur sempre accessorio, calpestato e ignorato da tutti.

Molti saranno a conoscenza della cosiddetta “Legge di Murphy“. Quella secondo cui se qualcosa potrà andar male, andrà pure peggio. Ecco, “murphianamente” devastata è l’espressione che più accuratamente descrive lo stato della Cultura Italiana al momento. Già seviziata dall’incuria di anni di politicanti e non, dalla totale indifferenza dei non addetti ai lavori, dalla mancanza di sostegno mediatico, ed ora ulteriormente messa in ginocchio da questa maledetta pandemia. Il risultato di questa ignobile ricetta non può essere che un enorme calderone a base di orchestre in difficoltà evidenti, musei dapprima affidati a gestori stranieri ed ora chiusi per settimane, compagnie teatrali e di intrattenimento costrette a licenziamenti di massa, gruppi di guide turistiche a partita iva o a contratto a prestazione in situazioni disastrose, per non parlare della condizione delle strutture architettoniche che ospitano queste istituzioni.

E non aver sentito una parola in questi giorni sul mondo musicale, artistico, editoriale, da parte dello Stato, fa davvero alterare, e aggiunge la beffa al danno. Ci sono naturalmente questioni più importanti, non si mette minimamente in dubbio questo. Ma di certo ce ne sono altre, di cui ultimamente si è discusso molto più che ampiamente, che avrebbero meritato di essere trattate meno urgentemente. Si può accettare tutto, ma che il calcio venga prima del Patrimonio artistico no. Ci chiamiamo “Bel paese” per un motivo, che non è la Lega Calcio.

A poco sono serviti i flashmob sui terrazzi, la musica ad alto volume nei quartieri, le proiezioni di film sulle facciate, i giri virtuali organizzati da musei, gruppi e associazioni. E ancora, i video di ogni sorta registrati da cori, orchestre, bande, compagnie artistiche di ogni sorta. Seppur con il loro enorme valore emotivo, che va riconosciuto in tutto e per tutto, non risolvono che per un attimo un problema che imperversa da tempi lunghissimi, e che è spaventosamente e vergognosamente radicato nella percezione dell’opinione pubblica. La Cultura in Italia non è un lavoro. Chi, come il sottoscritto, “mastica”, sono sicuro si riconoscerà in questa affermazione.

Parte tutto, come per molti altri campi, dall’istruzione. E’ impensabile che, in Italia, il livello preparatorio più affine all’istruzione superiore artistica, ovvero il Liceo Classico, preveda Storia dell’Arte in programma a partire dal terzo anno, e che in diversi altri istituti questa non sia proprio prevista. Così come non può esistere che l’insegnamento musicale delle scuole medie sia far imparare “la Canzone Italiana”con l'”Hohner” in plastica. Tutto questo è un insulto alla storia del nostro paese, impedisce una diffusione della nostra consapevolezza identitaria, per altro già miserabile, e stronca sul nascere qualunque possibilità di recuperarla in futuro. Diceva Ugo Ojetti che l’Italia fosse, già al suo tempo “un paese di contemporanei, senza antenati nè posteri, perchè senza memoria”. Mi sembra tutt’altro che una definizione poco attuale. E mi sembra pure che ancora non siano state ricreate delle basi solide per recuperare terreno su questo fronte.

Senza contare poi il riguardo mediatico. Angoli di pagina nelle ultime facciate dei quotidiani e sezioni online nascoste da quelle in primo piano sono due tra la valanga di esempi a riprova del fatto che non siamo a conoscenza del patrimonio che possediamo, di quello passato esattamente come di quello presente, e non ci vogliamo curare di sapere nulla. La nostra storia e il nostro patrimonio non sono elementi che ci possono dare risalto internazionale. Non fanno notizia, e quindi vanno affrancati.

E allo stesso modo va affrancato il materiale umano. L’uomo o la donna di cultura, gli studenti di Conservatori e Facoltà delle Belle Arti, gli allievi delle Accademie di balletto e di teatro, gli orchestrali, le guide turistiche, gli scrittori, gli artisti figurativi, sono considerati degli assoluti e pienamente consapevoli nullafacenti. Quando qualcuno di questi si sente arrivare la domanda: “Cosa fai nella vita?”, ha già il resto della conversazione ben stampata in testa. Sembra essere scritto nelle stelle che andrà così. Alla risposta…: “Sono un musicista/ballerino/guida turistica/scrittore/etc., seguirà un: “No ma dico, di mestiere…”.

Ci si dimentica spesso che ognuna di queste categorie prevede ore di preparazione fisica e psicologica al giorno, ogni giorno per decine d’anni, senza feste che tengano. Ci si dimentica spesso che poi gli ambienti di lavoro non siano poi così tanti, e che quindi la competizione sia spaventosa. E soprattutto ci si dimentica spesso della continua ricerca di materiale gratis, piaga del mondo artistico, che distrugge carriere su carriere, ma che nonostante tutto rende chi lavora in questo settore straordinariamente pertinace. In Italia non si vuole investire nella cultura, a livello pubblico e privato. E’ considerato un insulto pagare qualcuno per un servizio artistico, che sia musica, parola scritta e pronunciata, arte visuale o materiale. E spiace constatare che questo comportamento sia arrivato a dimensioni tali, da aver contaminato direttamente, anche dall’interno, l’ambiente della cultura e dello spettacolo.

Con simili premesse, quello che è successo, o meglio, che non è successo nel mondo dell’Arte italiano nel periodo Covid-19 non può lasciare sorpresi. Mentre paesi europei come la Germania, con un bagaglio di risorse culturali infinitesimali rispetto al nostro, elargivano aiuti a istituzioni, strutture e persone fisiche, mettendo fortemente l’accento sull’importanza della questione, l’Italia, culla dell’arte mondiale, non lo riteneva necessario. Probabilmente dimenticandosi che senza libri, quadri, musica, balletti, fumetti, cinema e quant’altro, questa quarantena avrebbe fatto molti più danni di quelli che vediamo. Probabilmente dimenticandosi che se siamo il paese al mondo col maggior numero di visite turistiche a scopo artistico, lo dobbiamo a quello che non sappiamo di noi, e non a quello che sappiamo.

l’Italia è proprio un brutto posto per lavorare nell’ambiente culturale al momento. Ed è surreale, perchè non esiste al mondo un luogo più naturalmente predisposto a fornire opportunità in quella direzione. Molti provvedimenti in passato hanno tentato di dare respiro a un mondo in difficoltà. Ben pochi di questi sono stati davvero utili, e di certo la totale assenza di considerazione e visibilità degli ultimi tempi non lo è stata. Ma sono spazi come questo, dove trattarne, che possono davvero riaccendere la luce. Nessuno si curerà mai di risolvere un problema, se la discussione non varca la barriera dell’ambiente in cui nasce. Non so se servirà davvero a varcare delle barriere, ma parlare, e parlarne qui è sempre un primo passo. E che primo passo.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.